mercoledì 30 luglio 2014

Video intervista a Nando Ioppolo

Video intervista a Nando Ioppolo

Trascrizione del primo video in questo link


Trascrizione del seguito dell'intervista andare al link

per la   trascrizione-del-video-integrale


Lo stile di Renzi



Questo Presidente del Consiglio ha uno stile molto personale: una miscela fra Fanfani, Andreotti, Berlusconi e Vanna Marchi, con un tocco tamarro molto particolare. Di Fanfani ha l’attivismo frenetico e fine a sé stesso, ma non l’ideazione politica; di Andreotti il cinismo, ma non la raffinata perfidia; di Berlusconi l’ineguagliabile faccia tosta, ma non il tempismo (essere frenetici non significa necessariamente essere tempisti). Di Vanna Marchi ha la comunicativa dell’imbonitore televisivo, ma gli manca….gli manca… No: mi pare che non manchi nulla. Quanto al coefficiente di tamarraggine, fate voi.
La cifra stilistica vantata è quella della velocità: Renzi è veloce, fa in un mese quello che altri non hanno fatto in venti anni. Poi dopo un mese, due mesi, tre mesi non è successo niente? Non c’è problema: annunciamo un’altra “riforma” che faremo nel mese prossimo. In realtà lui è un grande illusionista, sa creare come nessun altro l’illusione di un attivismo insonne e turbinoso. E questo tratto si confonde con quello dell’arroganza del provinciale toscano che, però, è di più di quel che sembra.
In lui l’arroganza non è solo un aspetto del tratto personale più o meno sgradevole, è di più: è una forma di comunicazione politica ed uno strumento di governo. In questo modo lui dà l’immagine del leader diverso dagli altri, informale, sbrigativo, deciso (e pazienza se questo comporta un discreto tasso di maleducazione). Ma è anche un modo per dribblare gli avversari. Se ci fate caso, non risponde mai nel merito alle obiezioni rivoltegli, ma punta solo a squalificare l’interlocutore: contesti argomentatamente le sue idee di riforma?  Sei contro le riforme, sei un gufo, sei contro il cambiamento e vuoi lasciare tutto com’è.
Trovi discutibili il suo modo di porsi verso la Ue? Sei antitaliano, indebolisci la posizione del paese verso la Merkel.
Critichi le sue posizioni troppo morbide verso Israele, anche di fronte al massacro di Gaza? Sei antisemita.
Non condividi la scelta della Mogherini come mister Pesc o ti scappa da ridere di fronte alla candidatura della Pinotti al Quirinale? Sei misogino, non vuoi l’affermazione delle donne in politica.
E via di questo passo attingendo a piene mani a quell’immenso serbatoio di stupidità che è il “politicamente corretto”, una delle grandi patologie del nostro tempo.
Abilissimo a sfruttare qualche gaffes di suoi avversari come quando Mineo disse che gli sembrava un autistico: “lascia stare i ragazzi autistici, che sono il dramma di migliaia di famiglie, prenditela con me” …Come se Mineo, al di là della scelta del termine, se la fosse presa con qualche altro.
Con questa tecnica, da giullare fiorentino, riesce sia a mascherare la sua ben modesta cultura, sia ad evitare un dibattito politico reale che non saprebbe reggere. Tutto diventa una questione di velocità o lentezza, di decisione o immobilismo, senza mai entrare nel merito delle riforme proposte che, in fondo, potrebbero anche essere sbagliate. Ma questo è un dubbio che non lo sfiora, anzi, Renzi proprio non ha dubbi mai.
Il suo stile da leder carismatico alla “ribollita”, è il prodotto dell’innesto delle due culture politiche originarie del Pd: quella democristiana e quella pcista. Dallo scudo crociato ha ereditato l’ipocrisia, l’assoluta slealtà sino ai limiti del cannibalismo (l’altro democristiano, Enrico Letta, ne sa qualcosa); dalla radice pcista ha ereditato lo stalinismo -che delegittima e criminalizza ogni dissenso- e la faziosità spinta sino al limite dell’assoluta disonestà intellettuale.
Dalla Dc non ha ereditato il senso della mediazione (che non saprebbe fare). Dal Pci non ha ereditato il senso strategico della politica. E questo sarebbe il nuovo che il Pd ci propone… Caramba che sorpresa!
Aldo Giannuli

martedì 29 luglio 2014

Netanyahu sapeva che i 3 ragazzi erano stati uccisi subito, e non da Hamas


di Chiara Cruciati 

Fonte: Il Manifesto 

Israele. L’attacco contro Gaza era già deciso. Il corrispondente della Bbc smonta il castello di carte del Likud sulla campagna punitiva nella Striscia



Israele, manifestazione per i tre coloni rapitiCrolla il castello di carte di Ben­ja­min Neta­nyahu. A sof­fiarci su è la sua stessa poli­zia. Due giorni fa il por­ta­voce della poli­zia israe­liana, Micky Rosen­feld, avrebbe rive­lato alla Bbc che la lea­der­ship di Hamas non è stata coin­volta nel rapi­mento e l’uccisione dei tre coloni, Naf­tali Fraen­kel, Gilad Shaer e Eyal Yifrah, il 12 giu­gno scorso. Die­tro l’azione, una cel­lula sepa­rata che ha agito da sola.
A rive­larlo è Jon Don­ni­son in una serie di tweet in cui il cor­ri­spon­dente della Bbc riporta le dichia­ra­zioni di Rosen­feld: «Il por­ta­voce mi ha detto che gli uomini che hanno ucciso i tre coloni israe­liani sono una cel­lula sepa­rata, affi­liata ad Hamas, ma non ope­rante sotto la sua lea­der­ship. Ha anche detto che se il rapi­mento fosse stato ordi­nato dai lea­der di Hamas, lo avreb­bero saputo prima».
Dichia­ra­zioni che minano alla base la cam­pa­gna puni­tiva lan­ciata dal governo israe­liano e l’offensiva con­tro Gaza. «Sono stati rapiti e uccisi a san­gue freddo da ani­mali – disse dopo il ritro­va­mento dei tre corpi il pre­mier – Hamas è respon­sa­bile e Hamas pagherà». Ben prima era comin­ciata una duris­sima ope­ra­zione mili­tare con­tro Cisgior­da­nia e Gaza, subito dopo la scom­parsa dei tre nei pressi di una colo­nia vicino al vil­lag­gio pale­sti­nese di Halhul, alle porte di Hebron. Il governo di Tel Aviv accusò imme­dia­ta­mente Hamas, nono­stante il movi­mento abbia da subito negato qual­siasi coin­vol­gi­mento. In due set­ti­mane, fino al 30 giu­gno, giorno del ritro­va­mento dei tre corpi a poca distanza dal luogo del rapi­mento, 7 pale­sti­nesi sono stati uccisi, oltre 550 sono finiti in manette (molti dei quali rila­sciati nell’autunno 2011 con l’accordo Sha­lit), per­qui­si­zioni, per­messi di lavoro riti­rati, raid nei vil­laggi. E bom­bar­da­menti, i primi, iso­lati, con­tro la Striscia.
Un’operazione che Israele giu­sti­ficò con la neces­sità di ritro­vare vivi i tre coloni. Eppure il governo israe­liano, lo Shin Bet (i ser­vizi segreti) e l’esercito sape­vano – dicono diversi gior­na­li­sti – fin dal primo giorno che i tre erano già stati uccisi. La sera del rapi­mento uno di loro chiamò il numero di emer­genza della poli­zia chie­dendo aiuto. Durante la tele­fo­nata, regi­strata, si sen­tono degli spari e qual­cuno gri­dare «ne abbiamo tre». I tre coloni erano già morti. E Israele ne era cono­scenza. Subito il governo ha impo­sto il silen­zio stampa ai media israe­liani e lan­ciato una bru­tale cam­pa­gna di pro­pa­ganda, sia all’estero che in casa, con­tro il movi­mento isla­mi­sta. Nei gior­nali e le tv non sono pas­sate noti­zie fon­da­men­tali, come il ritro­va­mento dell’auto con cui i tre coloni erano stati por­tati via e all’interno della quale erano state tro­vate tracce di san­gue. Intanto, fuori dalle stanze dei bot­toni, si infiam­mava la rab­bia della società israe­liana e si innal­za­vano a livelli incon­trol­la­bili i tassi di vio­lenza e raz­zi­smo anti-arabo, con­tem­po­ra­nea­mente al grado di con­senso del pre­mier Netanyahu.
Impos­si­bile per Tel Aviv lasciarsi scap­pare una simile occa­sione: libe­rarsi di Hamas, giu­sti­fi­can­dola con un atto tanto bru­tale, e sca­ri­care la colpa per il fal­li­mento dei nego­ziati di pace sulla con­tro­parte pale­sti­nese. In realtà, hanno rive­lato fonti mili­tari dopo il lan­cio dell’operazione Bar­riera Pro­tet­ti­va­con­tro Gaza, i gene­rali dell’esercito ave­vano sul tavolo da almeno due mesi il piano di attacco con­tro la Stri­scia. E Hamas? Dif­fi­cile cre­dere che abbia ordito l’operazione, con­sa­pe­vole che avrebbe pro­vo­cato una rea­zione in grado di far crol­lare il pro­cesso di ricon­ci­lia­zione nazio­nale con Fatah. Al momento del rapi­mento, il movi­mento isla­mi­sta viveva una pro­fonda crisi poli­tica ed eco­no­mica: iso­lato dal resto del mondo arabo, privo dei finan­zia­menti e della legit­ti­mità poli­tica che gli garan­tiva l’Egitto del pre­si­dente isla­mi­sta Morsi, inca­pace per­fino di pagare gli sti­pendi dei dipen­denti pub­blici di Gaza, Hamas aveva estremo biso­gno del governo di unità nazio­nale con il rivale Fatah. A livello poli­tico, il rapi­mento dei tre coloni sarebbe stato un suicidio.

Se l’opinione pub­blica israe­liana non ha mai voluto met­tere in discus­sione le scelte del pro­prio governo, beven­dosi bugie e omis­sioni, una pic­co­lis­sima fetta della società israe­liana non è rima­sta in silen­zio. Nei giorni scorsi sono state tante le mani­fe­sta­zioni di pro­te­sta a Tel Aviv, Jaffa e Haifa con­tro i mas­sa­cri in corso a Gaza. Migliaia di per­sone in strada, fino a ieri: il movi­mento paci­fi­sta israe­liano ha orga­niz­zato una grande pro­te­sta a Tel Aviv che la poli­zia ha ten­tato di impe­dire. «Le forze di sicu­rezza hanno bloc­cato i bus da Haifa e Geru­sa­lemme, chiuso le strade e minac­ciato di arre­stare chiun­que vi prenda parte – ci dice al tele­fono uno degli atti­vi­sti israe­liani – Andremo comun­que, vediamo cosa suc­cede. La giu­sti­fi­ca­zione che hanno dato è il peri­colo di mis­sili». Alle 20, ieri sera, erano già 3.000 i paci­fi­sti in marcia.

Sta arrivando la tempesta perfetta?



tempestaperfetta


Gli ingredienti sembrano esserci tutti, o quasi.
Quali sono?
1) I mercati hanno corso molto e molte asset class sono in bolla.
2) L'Argentina dovrebbe fare default, anche se penso che l'impatto di questo evento  dovrebbe essere limitato. Salvo quanto segue.
3) Mettiamoci anche che un numero non del tutto indifferente di banche europee navigano in cattive acque, solo per usare un eufemismo (vedasi il Banco Espirito Santo in Portogallo, ma anche altre).


 
 
4) Ci sono inoltre diverse crisi geopolitiche in giro per il mondo che, se dovessero peggiorare, impatterebbero in modo più significativo sulla crescita di importanti aree del mondo, trascinando al ribasso proprio quelle economie che si mantengono a galla grazie alle esportazioni (leggasi Italia).
5) L'Eurozona si trova ancora in piena crisi. Tant'è che viene definita "Il buco nero" della crescita mondiale"

6) I paesi meridionali dell'Eurozona (non solo loro, a dire il vero) sono alle prese con debiti pubblici oggi assai meno sostenibili di quanto lo fossero qualche anno fa.

7) In aggiunta, l'attività economica in molte aree dell'Eurozona rimane assai debole, con paesi alle prese con forti spinte disinflazionistiche o in conclamato stato di deflazione, che rendono ancora più difficile la possibilità di ricondurre i debiti pubblici verso sentieri di maggiore sostenibilità.

8) il Fmi, la scorsa settimana, ha ridotto le previsioni di crescita dell'economia mondiale, dimezzando le previsioni di crescita dell'Italia (0.3%) e tagliando severamente quelle degli Stati Uniti (-1.1% rispetto alla precedente stima). Oltre al FMI anche altre istituzioni stanno rivedendo al ribasso le rispettive previsioni di crescita.

9) La Fed continua con la riduzione degli stimoli monetari e, condizioni economiche permettendo, non è affatto escluso che abbandoni anche la politica dei tassi prossimi allo zero in tempi più solleciti rispetto a quelli previsti.

10) Questo, evidentemente, impatterebbe in senso negativo anche sul costo del debito dei paesi fortemente indebitati, determinando ulteriori stress per i conti pubblici fortemente traballanti (leggasi Italia, e non solo).

Cosa manca, ancora?

Mancano una serie di dati economici (più o meno) negativi delle principali economie mondiali, tali per cui possa essere offerta ai mercati la sensazioni che le quotazioni attuali non sarebbero sostenute da validi fondamentali economici. In questo caso, aspettatevi il diluvio. E le prossime settimane saranno cruciali per capirlo.



di Paolo Cardenà

Fonte: vincitorievinti 

domenica 27 luglio 2014

Una proposta di azione comune post-keynesiana






Cari compagni di cammino, studio, scrivo e insegno da 37 anni della miserevole inconsistenza scientifica del modello pseudo-liberista che si è andato affermando negli anni '80, sorretto da quello che dal '95 viene correntemente chiamato "il Pensiero Unico in economia". Ne denuncio le incongruenze sistemiche, le conseguenze sfacciatamente negative delle ricette applicate in suo nome, aggiungendo inutilmente, ogni volta, che è incredibile al proposito la latitanza degli intellettuali organici del mondo del lavoro (PMI, mastranze organizzate, organizzazioni di categoria). 

Ognuno ha avuto modo di capire da sé. Se non l'ha fatto ancora, non vale la pena attendere che capisca oggi, poiché vuol dire che è solo un dotto e non uno scienziato, laddove è scienziato solo chi, per se autodidatta, verifica teoricamente e sperimentalmente gli assiomi che costituiscono il blocco assiomatico di base di una qualsivoglia tesi scientifica. 

Non è più tempo di attendere. Meglio salire oggi sul mio carro. Farlo domani è la più tradizionale delle nostre arti italiche, lo so bene, ma non credo che possa funzionare anche questa volta. 

Quando a fronte del peggioramento drastico del nostro PIL e dei nostri conti pubblici in soli 16 mesi di sacrifici bocconiani, in confindustria e in ogni riunione possibile e immaginabile di categoria, locale come nazionale, vengono fischiati tutti i ministri, i politici e gli economisti che propongono altri sacrifici popolari per fare quadrare i conti pubblici sulla base dei suggerimenti/imposizioni che vengono dagli "esperti" finanziari, anche se questo accade senza che ancora venga proposta una alternativa credibile, vuol dire che siamo ormai alla resa finale dei conti tra il mondo del lavoro e quello degli strati parassitari e possidenti. 

Non lasciamo che ciò assuma forme mostruose. Abbiamo il dovere intellettuale, politico, morale e spirituale di rendere dolce la transizione verso il mondo migliore che emergerà dalla ormai improcrastinabile riforma post-keynesiana delle fondamentali strutture economiche interne e internazionali. Uniamoci e diffondiamo questa conoscenza. Facciamolo con volantinaggi, spamming web, manifestazioni pacifiche, passa-parola, ma facciamolo subito! 

Negli ultimi anni ho contrastato con successo un male il cui significato ho creduto fosse lo sprone a diffondere ciò che so da ormai 37 anni e non mi sono mai impegnato abbastanza a diffondere per pigrizia verso le pazzesche resistenze pseudo-scientifiche che incontravo. Da quando mi sto impegnando con adeguata serietà, sia a livello locale che nazionale, le difficoltà che incontravo vengono superate con una facilità e una rapidità che hanno del magico. Specialmente all'interno di ogni organizzazione che frequento con lealtà e passione, ma anche da tutti. Ho postato dei video su youtube sia da solo che con altri economisti e politici anti-liberisti di varia estrazione, quali Nino Galloni, Bruno Amoroso, Guido Viale e Giulietto Chiesa. Il loro successo di pubblico è commovente e convincente: è tempo che la verità trionfi, con amore, semplicità e bonomia, ma trionfi. 

Non esiste infatti nessun vero "nemico" in quanto non esiste un vero potere organizzato intorno ad una coesa associazione che travalichi le generazioni, come avrebbero potuto esserlo la massoneria o la chiesa di Roma, piuttosto i gesuiti. 

E non ne esiste nemmeno uno che sia organizzato intorno ad una struttura personale di proprietà e/o di controllo della ricchezza altrui. 

Abbiamo solo conventicole di personaggi che approfittano della degenerazione delle grandi strutture proprietarie delle mega-imprese ottocentesche, le quali sono ormai da tempo autoreferenti, prive di controllo interno, nelle mani di persone che si formano nelle stesse università e frequentano gli stessi master, riconoscendosi nel medesimo credo economico pseudo-liberista. Tutto qui. Patetici in tal senso i tentativi di Bieldberg e riunioni simili di dare la illusione di una coesione che non esiste affatto e che non può esistere per ragioni strutturali interne a ciò che si vorrebbe unire. 

Banche anche grandi e multinazionali a capitale polverizzato o comunque in mano di fondazioni da cui sono da tempo autonome perché si limitano a nominare dirigenti che non controllano ma di cui si fidano solo perché "si dice" che siano competenti, e che si lasciano depredare bellamente da manager che si comportano come quel mascalzone cui fosse conferita dal Tribunale la nomina di tutore di un bimbo di 4 anni privo di parenti sino alla decima generazione e con un patrimonio da 800 mln e passa, e, quindi, con il solo problema di nascondere le ruberie fatte per interesse e incuria onde semplicemente fare quadrare i conti ogni anno alla resa del bilancio! 

Quale privato consentirebbe mai ai propri manager di migrare ad imprese formalmente concorrenti portandosi dietro i relativi segreti? Quale permetterebbe loro di aumentarsi da sé le prebende fino all'inverosimile e nonostante le palesi malversazioni fatte? Quali permetterebbero queste malversazioni? Quale Agnelli pagherebbe oggi Marchionne 1500 volte un dipendente Fiat quando ieri pagava Valletta appena 40 volte un suo operaio? 

Non siate complottisti: la realtà è banale, in quanto ormai buona parte di queste mega-strutture sono da tempo autoreferenti, non rispondono a nessuno se non a manager che non sono per nulla fidelizzati e che non hanno nessuna cura dei patrimoni che organizzano. Manager che pensano solo a raggiungere obiettivi patrimoniali a breve per giustificare le proprie stock options e liquidazioni milionarie finchè ... la pacchia dura! 

Ogni deferenza nei loro confronti è immeritata. Ogni timore reverenziale è immeritato. Questo è un non-potere che si sta sfaldando da solo per incapacità assoluta di agire in modo unitario, come sarebbe da attendersi da una qualsiasi organizzazione personale o collettiva degna di questo nome. Manca infatti della minima competenza affettiva rispetto al bene comune perché non si concepisce in termini confuciani o anche solo di sana amministrazione, bensì amorali, privi di cuore e scrupoli, nella banale e diabolica convinzione che ogni vittoria si giustifichi da sé e per sè. 

E mancando di questo senso di responsabilità è un non-potere che prende decisioni a intuito, separate le une dalle altre e non sufficientemente coerenti strategicamente. Non si preoccupa nemmeno del linciaggio cui verranno immancabilmente sottoposti quando sarà di dominio pubblico anche solo un millesimo delle loro responsabilità. 

di Nando Ioppolo 

Ricette non liberiste

1)Tutti vediamo le risorse non rinnovabili in esaurimento, la preoccupante espansione demografica, la progressiva contrazione dei profitti mercantili e il montare delle legittime aspirazioni del terzo mondo, ma non dobbiamo confondere il “burrone” che ci troviamo davanti e nel quale non possiamo né vogliamo precipitare con le cause delle ferite provocate dalla nostra caduta davanti a esso: le opzioni economiche liberiste pesantemente recessive e regressive che ci ostiniamo a seguire da ormai 30 anni e che mentre hanno progressivamente triplicato la ricchezza dell’1% più ricco hanno già dimezzato quella del restante 99%, e, al suo interno, contratto di 2/3 quella del 50% più povero.
Tuttavia, mentre il “vampiro” si ingrassa sempre di più del sangue del popolo vampirizzato, questo insiste a chiedere agli “esperti” del “vampiro” come curare la propria “anemia” ed accetta di curarla … intensificando il dissanguamento, come con gli ultimi 16 mesi di sacrifici bocconiani che, invece di migliorare il nostro rapporto debito/PIL al fine dichiarato di tranquillizzare i mercati, hanno ulteriormente distribuito a vantaggio dell’1% un PIL in accelerata contrazione recessiva compromettendo ancora di più i nostri conti pubblici e facendo passare dal 120% al 130% il nostro rapporto debito/PIL!
2)Nel concreto, accade che le ricette liberiste comprimono retribuzioni e welfare mentre detassano i ceti possidenti al fine dichiarato di acquisire una sempre maggiore competitività grazie a costi sempre più bassi e capitali sempre più abbondanti e a buon mercato. Peccato che sia imbattibile sul fronte dei costi la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate in aree dove producono sottocosto nel massimo dispregio della natura e dell’uomo, per cui le esportazioni non compensano la pesante compressione dei consumi interni così provocata ed avanzano la deindustrializzazione, il degrado e perfino la fame, mentre il processo fa crescere ulteriormente la “fetta” di PIL che va all’1% più ricco.
Del resto, non è nemmeno pensabile un sistema-mondo in cui alcuni paesi importano stabilmente più di quanto esportano e viceversa, laddove è vergognoso il proposito di esportare nei paesi “fratelli”, insieme ai propri beni e servizi, pure tanta disoccupazione e tanti fallimenti quanti ne comporta la mancata produzione nazionale che soppiantiamo con le nostre esportazioni. Ed essendo pure impossibile battere la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate, si conclude che lo sviluppo di ogni area va necessariamente basato sul sostegno del suo mercato interno in regime di pareggio tendenziale dei rispettivi import-export.
3)Da questa strana “crisi”, che è tale solo per il 99% della popolazione visto che nel contempo è la pacchia dell’1% più ricco, si esce solo facendo semplicemente l’esatto contrario di quello che facciamo da 30 anni, ossia:
a)abbandonare la triplice deregulation liberista (borsistica, valutaria e doganale) in favore di vincoli anti-speculazione borsistici e valutari che bloccano pure le esportazioni di capitali e le delocalizzazioni aziendali contrarie all’interesse nazionale.
b)varare al riparo di queste protezioni il sostegno keynesiano della domanda interna
c)contenendo con il calmiere all’ingrosso e l’anti-trust la inflazione “da oligopolio” che abitualmente accompagna le fasi espansive e
d)neutralizzandola nei rapporti con l’estero svalutando periodicamente il cambio in misura pari all’eventuale differenziale di inflazione residuo.
Tutto qui ciò che va fatto, ma al più presto.


Nando Ioppolo 

COME USCIRE DALLA CRISI, IN SINTESI


Mettiamo in chiaro le questioni indispensabili per comprendere il genere di crisi che attraversiamo e come uscirne.

1)la verifica empirica dei fatti a partire dagli anni ’80, quando iniziarono ad essere applicati regolarmente i principi guida liberisti dopo il successo politico-mediatico di tatcheristi, reaganiani, monetaristi e antiliberisti di ogni estrazione, parla chiaramente, in occidente, della distribuzione sempre più sperequata, a favore dell’1% più ricco della popolazione e a danno del 99% restante, di un PIL “reale” in continua e consistente contrazione recessiva. Ciò significa che nei fatti viene da allora distribuita a favore della elite creditizio-finanziaria, delle multinazionali, dei manager, di attori, cantanti e simili, e, più in generale, dei ceti possidenti, i così detti “top incoming”, una “fetta” costantemente crescente del prodotto sociale, a dispetto dell’inesorabile contrarsi progressivo del diametro della “torta” comune da dividere. Ne discende, come minimo, la necessità di indagare se la ignoranza sistematica di queste circostanze da parte di scienza, media e politici di quasi ogni estrazione non si spieghi con la progressiva affermazione di un sistema di potere piramidale che esprime gli interessi di questo 1% soltanto e nega la diffusione delle conoscenze contrarie, necessarie per la formazione di un adeguato pensiero politico antagonista.

2)nel concreto, il modello liberista, in estrema sintesi, propone di comprimere continuamente retribuzioni e welfare, maggiorare il tempo di lavoro pro capite e precarizzare il più possibile, nonchè comprimere sistematicamente la domanda interna, iper-remunerare i capitali, detassarli e tollerare la “grande” evasione ed  elusione fiscale, al fine dichiarato di: a)contenere il più possibile la inflazione e le importazioni in modo classista, ovvero senza dovere intervenire con il calmiere all’ingrosso e con contingentamenti della loro qualità e quantità, b)sedurre i detentori di capitali con la iper-remunerazione dei loro cespiti onde attrarli verso l’Italia e renderli così disponibili in maggiore quantità ed a buon mercato, c)più che compensare con esportazioni rese più competitive da queste manovre pur anti-sociali la contrazione del mercato interno che si provoca coscientemente proprio al fine di così acquisire maggiore competitività. E’ di fatto un modello orribile e comunque impossibile sia tecnicamente che storicamente, sia perché non è nemmeno pensabile un sistema-mondo in cui tutti esportano più di quanto importano, sia perché è comunque imbattibile sul fronte dei costi la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate in aree dove producono sottocosto nel massimo dispregio della natura e dell’uomo (incluse quelle “proprie” cui si consente la delocalizzazione), sia perché, anche quando potesse funzionare per un certo periodo e per qualche paese, comporterebbe comunque la esportazione nei paesi “fratelli”, insieme ai propri beni e servizi, pure di tanta disoccupazione e tanti fallimenti quanti ne implica necessariamente la mancata produzione nazionale che si va a soppiantare con le proprie esportazioni. La sua applicazione comporta pertanto la ridistribuzione sempre più regressiva di un PIL in continua contrazione recessiva, a causa della continua caduta della domanda interna provocata sia dalle delocalizzazioni che dalle misure di aumento dello sfruttamento del lavoro, sia, ancora, dalle misure deflattive volte a contenere importazioni e inflazione. Nella ridistribuzione regressiva, poi, la domanda interna cala anche perché quando cala il reddito delle fasce medio-basse, prettamente consumatrici, a vantaggio di quello delle fasce alte, essenzialmente risparmiatrici, aumentano i risparmi percentuali interni a danno dei consumi percentuali interni privati e pubblici.

3)la terza cosa da tenere bene a mente è che nei sistemi mercantili si investe e si assume solo al fine di produrre una maggiore offerta che possa essere venduta con profitto sul mercato interno, al saldo dell’export-import. Ne consegue che quando la domanda interna stagna/cala senza che quella estera lo compensi, nessun incentivo dal lato della offerta (sgravi fiscali, contributi a fondo perduto e simili) può convincere un imprenditore ad assumere o investire di più solo perché farlo gli costerebbe di meno di prima,  in quanto non sarebbe collocabile con profitto né all’interno né all’esterno quella maggiore offerta che si andasse a produrre con questi pur meno cari investimenti e occupati aggiuntivi. In queste condizioni, incentivare l’assunzione di donne, giovani o al sud, comporta pertanto solo il licenziamento corrispondente di uomini,non giovani e al nord.

4)la quarta cosa da sapere è che la domanda interna può essere espansa in soli tre modi tradizionali: a)con il deficit.-spending, b)con la moneta “allo scoperto”, c)con le riforme ridistributive del PIL.

-a)Il deficit-spending funziona finanziando con bond, meglio se  a rendimento netto negativo, una domanda interna aggiuntiva e autonoma rispetto alla distribuzione che, come sappiamo ormai dagli studi di Keynes sulla crisi di Wall Street del 1929, promuove un processo espansivo della domanda complessiva che è un multiplo rispetto all’aumento iniziale e il cui coefficiente di moltiplicazione dipende dalla quota di domanda interna che non si risolve in aumento di offerta interna, vuoi perchè si perde in inflazione “da oligopolio”, vuoi perché viene soddisfatta dalle importazioni a causa del grave errore di optare per un regime valutario e doganale deregolamentato anche nelle fasi espansivo-inflattive. Per i liberisti è sempre e comunque una eresia optare per un regime valutario e doganale vincolistico, anche nelle fasi espansivo-inflattive, ed è per questo che sostengono la impraticabilità del defcit-spending: perché in regime deregolamentato buona parte del processo moltiplicatorio si perde in inflazione e aumento delle importazioni. Per gli antiliberisti è invece una eresia rinunciare al moltiplicatore keynesiano per la insistenza folle liberista nella deregulation anche nelle fasi espansivo-inflattive, laddove imponendo adeguati vincoli valutari, doganali (e borsisitici), nonché il calmiere all’ingrosso e la svalutazione periodica del cambio in misura pari all’eventuale differenziale di inflazione residuo,  calcolano tra 4 e 7 il valore del coefficiente di moltiplicazione keynesiano: pompando di 100 mld la domanda interna con un debito aggiuntivo di, poniamo, 120 mld per capitale e interessi, si provoca infatti una  espansione complessiva del PIL compresa tra i 400 e i 700 mld, il che, visto che il 50% circa dl PIL torna allo stato come imposte (+200/350), consente anche in presenza di rendimenti netti positivi dei bond l’agevole rimborso del debito acceso (-120) per espandere keynesianamente il PIL.

-b)la moneta allo scoperto consiste nella spendita per acquisti sul mercato interno di qualsiasi forma di moneta priva di controvalore corrispondente al momento della sua spendita. Il fenomeno è possibile in ragione della assenza di valore intrinseco di quasi ogni forma moderna di moneta, da quella statale a corso forzoso a quella bancaria prodotta elettronicamente grazie al sistema della riserva frazionaria, nonché alla moneta cartolare prodotta dalla finanza “creativa”. E’ la sua accettazione da parte dei venditori che discende questo effetto: perfino la moneta del falsario “funziona” se viene accettata, in quanto pur essendo priva di “copertura” al momento della sua spendita, paradossalmente la acquista lo stesso man mano che viene concretamente prodotta l’offerta che ha reso profittevole produrre e che mai sarebbe stata altrimenti prodotta! Fenomeno arcinoto da secoli in ambiente finanziario ma pressoché sconosciuto in ambito scientifico, divulgativo e politico, costituisce il “SEGRETO DEI SEGRETI” del capitalismo e la sua divulgazione cambia talmente tanto i termini del dibattito politico da porre seri problemi di mediazione del consenso e di perseguimento degli equilibri politici, quanto meno allo stato ignoti e imprevedibili, pur se ineludibili oggi, alle soglie del terzo millennio.
Se poi si considera che i bond pubblici sono abitualmente scambiati con moneta bancaria “allo scoperto” perché creata con il sistema della riserva frazionaria, va altresì concluso che anche il deficit-spending è in realtà una forma di finanziamento “allo scoperto”, così come lo è pure il gigantesco e sistematico finanziamento operato dai colossi bancari privati con la loro riserva frazionaria in favore delle multinazionali facenti parte del loro medesimo trust con prestiti di moneta bancaria virtuale continuamente rinnovata a ogni scadenza.

-c)le riforme ridistributive o “a costo-zero”, consistono in ogni intervento legislativo che sortisce l’effetto di ridistribuire PIL dalle fasce alte verso quelle basse, poiché trasforma progressivamente risparmi privati in consumi pubblici e privati e, pertanto, anche così si propelle keynesianamente la domanda interna. Si pensi al calmiere sugli interessi bancari, sui premi assicurativi e sulle utenze telefoniche e dati, piuttosto che all’equo canone sulla grande proprietà immobiliare, o, ancora, alla ridistribuzione più progressiva di retribuzioni e pensioni pur all’interno del medesimo “monte” retribuzioni e pensioni.

5)in definitiva, possiamo concludere che per uscire dalla crisi bisogna optare per un regime borsisitico, valutario e doganale vincolistico e quindi operare gli interventi keynesiani più graditi in regime di inflazione “controllata”, cambio svalutato centralmente e dazi protettivi. In assenza di mediazione del consenso e false informazioni, dovrebbero essere ostili a un simile progetto solo tutti coloro che hanno ragioni fondate di temere da simili riforme di struttura una probabile contrazione della “fetta” di PIL e di potere oggi ottenute in distribuzione, ossia l’1% più abbiente. Disgraziatamente scienza, media e politici sembrano essere stabilmente nelle mani di quell’1% ed è solo questa la vera ragione della impasse in cui ci troviamo. Uscirne è del resto d’obbligo, pena l’avvitarsi dell’intero occidente in una perversa spirale senza fine di tipo regressivo-recessiva che ci accompagnerà fino alla quasi totale disintegrazione dell’intero sistema, accelerata periodicamente da una delle tante crisi borsisitiche che la deregulation consente e favorisce, e sempre che la situazione non precipiti prima a causa di un improvviso e plausibile  crack sistemico.  
In sintesi, pertanto: 1)abbandoniamo immediatamente la opzione della triplice deregulation (borsistica, valutaria e doganale) adottata nei vigenti trattati europei in ossequio al liberismo più ottuso ed estremo; 2)variamo quindi manovre keynesiane di sostegno dei mercati interni, previo blocco alla radice sia della emorragia di capitali che della speculazione interna e internazionale che sempre accompagnano ogni svolta keynesiana; 3)conteniamo l’inflazione con adeguate misure di calmierazione e perfino la neutralizziamo completamente nei rapporti esterni con periodiche svalutazioni che accompagnino il differenziale d’inflazione residuo, per esempio tra Stati Uniti e Unione Europea; 4)blocchiamo nel contempo con adeguati vincoli anche la prevedibile speculazione borsistico-valutaria; 5)conteniamo con adeguati vincoli valutario-doganali all’interno della UE anche le esportazioni di capitali e le delocalizzazioni contrarie all’interesse nazionale.
Si potrà così finalmente fondare la ricostituzione del sistema produttivo europeo sulla base della sua domanda interna, in regime di pareggio tendenziale dell’export-import.
La domanda interna può a sua volta essere finanziata in due modi:
a)stornando risorse dai ceti possidenti, verso le fasce medio-basse, con riforme a costo-zero quali la riforma fiscale progressiva e patrimoniale, o  calmierando i canoni di locazione delle grandi proprietà immobiliari piuttosto che gli interessi bancari e i premi assicurativi;
b)finanziando la spesa pubblica con bond collocati a tassi netti minori o uguali a zero presso le banche pubbliche. Perfino l’attuale trattato di Lisbona consente infatti alla BCE di prestare allo 0,50%, esattamente come li presta a tutte le banche private dell’eurozona (è così che fanno regolarmente i tedeschi), o “alla giapponese”, ossia forzosamente e al medesimo tasso, presso le banche private che operano nei vari territori nazionali, quale prezzo della licenza bancaria. Ciò che pesa del debito pubblico, infatti, non è il suo valore assoluto, o il suo rapporto con il PIL, ma solo l’ammontare degli interessi annui netti e sempreché questi siano alti e protratti nel tempo. L’assurdo consiste oggi nel collocarli sui mercati finanziari, notoriamente speculativi.  E’ la trappola dello spread. Per quanto concerne l’Italia basterebbe riportare in mano pubblica la Cassa Depositi e Prestiti, o creare un polo bancario pubblico in grado di ricevere il denaro al tasso praticato dalla BCE per le banche private e si otterrebbe un risparmio secco di 80 dei circa 90 miliardi € di soli interessi che vengono ogni anno regalati alla speculazione
E’ chiaro che abbandonare le tradizionali ricette liberiste in favore di queste ricette anti-liberiste, vuol dire fare l’interesse della stragrande maggioranza della popolazione contro quello dell’1% più ricco e potente.
E’ pure chiaro che, se queste misure venissero adottate dai 17 della Unione Europea, si dovrà regolare al loro interno il pareggio tendenziale dell’import-export, che oggi registra uno sbilancio di circa 150 mld. € l’anno dai PIGS verso la Germania.
Se i paesi dell’euronord non fossero invece d’accordo, le stesse misure potrebbero essere adottate di comune intesa dai PIIGS, cui potrebbe e dovrebbe associarsi la Francia: per questa parte dell’Europa c’è la necessità di avere un euro “vero”, corrispondente ai loro interessi.

di Nando Ioppolo 14/6/2013