giovedì 7 agosto 2014

Crisi: gufo a chi? Per una nuova idea idea di economia


Nel mio penultimo intervento “Gufi vs Struzzi”, ho provato a sollevare il tema delle diverse modalità di approccio con cui noi esseri umani siamo fisiologicamente indotti a interpretare la realtà. Da un lato, c’è l’archetipo del Gufo (da me umilmente introdotto assai prima che lo facesse il nostro fantasioso premier, nella sconcertante rubrica “Uova di gufo”), dall’altro lato c’è lo stilema dello Struzzo, cronicamente abituato a mettere la testa sotto la sabbia per non vedere i problemi. Curioso che, di fronte al “fatto” (inteso come categoria del Reale, che Nietzsche asseriva appunto essere “bove”, per la sua poderosa e inamovibile consistenza), il Gufo – oltre a registrarne egli per primo la presenza – ne enfatizzi la portata anche agli altri; mentre lo Struzzo – insabbiando la testa – sia proprio il primo a negarne l’esistenza! Non è un dettaglio irrilevante: lo Struzzo si convince della sua tesi “amputandone” per primo la percezione. 
Ma lasciando perdere la filosofia, l’etologia e discipline che con l’economia hanno apparentemente poco a che fare, oggi accade un… fatto: della tanto sbandierata crescita, ancora, non v’è traccia! L’Istat ha diffuso oggi il dato del PIL tendenziale del secondo trimestre di -0,2%. Recessione tecnica.
Se guardassimo i fatti con le lenti di un microscopio, scopriremmo intanto che il PIL è un sistema di misurazione della ricchezza palesemente inattuale, pressapochistico e, tecnicamente, distorto. Innanzitutto, si tratta di una grandezza di flusso e non di stock: già solo per questo, non contempla l’inevitabile depauperamento delle giacenze di risorse a disposizione. Non a caso, stanno nascendo in tutto il mondo indicatori sintetici che puntano a misurare non la ricchezza, ma il benessere. E, soprattutto, usando “ingredienti” assai più pertinenti e significativi.
Se la più celebre di queste nuove metriche è senza dubbio il FIL (Felicità Interna Lorda), adottata dal Bhutan per misurare il benessere anche in termini sociali, possiamo citare altri esperimenti che vanno in questa direzione: il PIL-Green in Cina (che contempla gli impatti ambientali della crescita), l‘indice di sviluppo umano introdotto dall’ONU (che corregge la crescita con il grado di alfabetizzazione e la speranza di vita), il Better Life Index in ambito OCSE (che integra la crescita economica con parametri legati alla qualità della vita); infine, in Italia, la stessa Istat ha da poco introdotto il BES (Benessere Economico Sostenibile), che però ha il grave difetto di non approdare ad un’unica quantificazione sintetica del benessere, limitandosi a fornire un ampio ventaglio di metriche sicuramente utili, ma purtroppo troppo dispersive ai nostri fini.
Il buon Renzi, per esempio, farebbe bene – anziché scagliarsi contro i Gufi – ammettere finalmente che in tutto l’Occidente stiamo misurando la febbre con una clessidra! O con una bilancia. O con un goniometro. In ogni caso, non con lo strumento idoneo. Se infatti mettessimo una buona volta da parte il microscopio, e provassimo a guardare i fatti con un telescopio, vedremmo che – al di là degli errati sistemi di misurazione – è l’intero paziente a dover essere trattato diversamente. Perché, con buone probabilità, non sarebbe affetto da una banale influenza.
Ci sono parole, in Italia, che sono considerate più pornografiche di una bestemmia. Queste parole, mettendo autorevolmente in discussione un intero palinsesto di (dis)valori a cui, però, ci hanno abituato decenni di energia a basso costo, non possono nemmeno essere pronunciate. Né scritte. Motivo per cui, non lo farò intenzionalmente nemmeno io. Perché dobbiamo tutti arrivarci un po’ alla volta. Come, per inciso, è accaduto a chi vi sta scrivendo.
L’economia tradizionale, quella che fa della crescita un mantra assoluto e dogmatico, quella che si basa sulla cronica insoddisfazione di noi occidentali (per spingerci a correre sempre di più e più in fretta, spesso senza sapere dove), quella fondata sullo spreco (concepito come forma più nobile di consumo), sui modelli irraggiungibili, sulle mode è un’economia al tramonto. Almeno in Usa e nel nostro caro, vecchio (in)continente. Siamo agli sgoccioli, non vogliamo ammetterlo, ma è così. Per questo, siamo ancora pienamente nella costellazione dello Struzzo. La prossima sarà inevitabilmente quella del Gufo.
Perché nonostante solo qualche mese fa, alla conferenza stampa di presentazione del DEF, Renzi abbia platealmente affermato – con una vera mossa da avanspettacolo – che “sarebbe stato quasi pronto a scommettere che [il +0,8% allora stimato, ndr] sarebbe stato smentito in positivo”, oggi l’Istat sta dando ragione ai Gufi. Come la mettiamo?

lunedì 4 agosto 2014

Splendido intervento dell'onorevole Luigi Di Maio



di Sergio Di Cori Modigliani
Prendendo atto della consueta e perdurante latitanza dell'ufficio comunicazione del M5s alla Camera (è probabile stiano in spiaggia) poichè considero l'onorevole Luigi Di Maio, in questo momento, il nostro migliore asset su cui investire, riporto qui di seguito una lettera aperta pubblicata sulla sua pagina di facebook.

La mia proposta rivolta ai pentastellati è la seguente:

Siamo a) realisti, b) propositivi, c)ottimisti.

a). Prendiamo atto che per ragioni che esulano dalla mia comprensione, l'intero staff della comunicazione M5s vale poco o nulla, in quanto composto da personale privo di qualsivoglia merito e competenza. Siamo realisti. Forse sono brave persone, il fatto è che non sanno svolgere la loro mansione. Non sono disonesti, sono semplicemente inadatti, tutto qui. Siamo, quindi, realisti.
Dobbiamo fare noi (nel senso di tutti coloro che sostengono attivamente con il proprio impegno e passione il progetto del movimento cinque stelle) fare il loro lavoro, altrimenti non lo fa nessuno, nè a Roma nè a Bruxelles. Questo significa realismo.

b). Bando alle chiacchiere, al livore, alla rabbia negativa, è ciarpame inutile. Non serve, se non a sfogarsi. Andate allo stadio se volete sfogarvi. Bisogna attraversare il ponte che unisce la protesta alla proposta. Mostrare e dimostrare di essere in grado di prospettare un'idea di cambiamento basato sulle nostre idee, progetti, proposte, ambizioni, quelle che hanno formato il movimento e hanno dato all'intera cittadinanza la opportunità e la possibilità di credere che è possibile portare l'Italia fuori dal medioevo primitivo. Questo significa essere propositivi.

c). Essere ottimisti corrisponde alla necessità dell'essere realisti. L'investimento d'energia per manifestare il proprio pessimismo è identico a quello da investire per il proprio ottimismo. Ma l'ottimismo -quando è autentico- non consiste nello sperare. La speranza altro non è che una frustrazione rimandata a domani. L'ottimismo è la spinta propulsiva della volontà. Senza quella non si va da nessuna parte. Volere il cambiamento, quindi, presuppone una straripante carica di ottimismo. Perchè davvero l'Italia, come paese, come nazione, come comunità, non ha più scelta: o vinciamo noi, cittadinanza collettiva, oppure in autunno la nazione affonderà nell'ignominia. E la responsabilità sarà anche nostra.

Sostengo quindi fortemente Luigi Di Maio.
E invito tutti coloro che credono nel M5s a farlo.
Non lo fa chi lo deve fare, lo facciamo noi.
L'importante è darsi da fare e ottenere risultati.
A questo serve la manifestazione dell'intelligenza collettiva.

Ecco il testo del suo discorso che nè le televisioni nè la stampa diffonderanno.

Renzi accampa scuse sul Movimento 5 Stelle per difendere disperatamente il patto del Nazareno con Berlusconi. 

Ma al momento quello inaffidabile è proprio il Presidente del Consiglio ed a livello internazionale se ne sono accorti in pochi mesi. 
Agli incontri con gli investitori esteri i nostri ministri e sottosegretari di Governo vengono ormai bistrattati a causa delle scelte folli che stanno facendo sugli investimenti (soprattutto sui tagli alle rinnovabili): è successo ultimamente al viceministro Calenda, che ha dovuto sospendere l'incontro a Londra sotto il fuoco incrociato dei principali attori economici europei.

Sono bastati pochi mesi e a livello internazionale sentono già puzza di bruciato. La credibilità di Renzi e del suo Governo è compromessa. E basta poco per rendersene conto: si regge su una maggioranza che gli spara addosso alla prima occasione di voto segreto. Ha un Ministro dell'Economia così preoccupato che è stato commissariato: due giorni fa Renzi ha nominato 5 consiglieri economici per escludere Padoan (reo di non aver adottato la filosofia "sorridi alla catastrofe"). Questo è l'ennesimo Governo che, come Letta e Monti, ha escluso dalla spending review, proprio il commissario alla spending review (Cottarelli, pagato tra l'altro inutilmente 200.000 euro all'anno).

Nel resto d'Europa sanno bene che il debito pubblico ha segnato un nuovo record proprio con questo esecutivo e che ad 80 euro in più in busta paga, corrispondono 5 miliardi di tasse in più per tutti gli italiani (fonte "L'Espresso" - renziani fino al midollo).

Il Documento di economia e finanze (il famoso Def) che prevedeva una crescita dello 0,8% partorito ad Aprile, è già carta straccia, ed è stato lo stesso Presidente del Consiglio a certificarlo ieri: "la ripresa non arriva"... gentile Presidente, guarda che è il Governo che deve far partire la crescita, altrimenti è inutile aspettare alla fermata!

In Italia Renzi potrà anche utilizzare le riforme costituzionali e la Mogherini come distrattori di massa per nascondere i problemi dei conti pubblici, ma in Europa e nel resto del mondo, capiscono subito se sei un venditore di tappeti (con tutto il rispetto per la categoria).

Le previsioni per l'autunno sono pessime e Padoan e Cottarelli lo sanno. Più Depuati di maggioranza in questi giorni mi hanno confidato le proprie preoccupazioni: il muro contro muro sulle riforme fa temere sempre di più che vadano a schiantarsi.

L'unica speranza per questa "non maggioranza" è farsi amici in tempi di pace per affrontare quelli di guerra.
Invece sta facendo proprio l'opposto: sulle riforme ormai il clima è insostenibile. Al Senato sono saltate tutte le garanzie. I lavori di questi giorni a Palazzo Madama sono la dimostrazione lampante che "Democrazia" non significa "chi ha la maggioranza decide", bensì discussione e inclusione. Altrimenti il risultato che si ottiene è che, a suon di voti di maggioranze risicate, si crea una escalation di tensione che va ben al di là dell'ostruzionismo regolamentare e inizia a minare la serenità dei lavori d'Aula. È sempre successo nella nostra storia. Dal patto atlantico fino alla ghigliottina della Boldrini. E sta accadendo ancora.

Chi può spieghi a Renzi che da ottobre sarà molto diffiicle spiegare ad un padre di famiglia che deve pagare la Tasi con due figli disoccupati, che con il Senato non elettivo tutto si risolverà. Renzi ci pensi bene. Noi non vogliamo fermare le riforme ma modificare questo impianto e fermare la deriva. L'incantesimo del suo Governo è finito (è durato quanto quello di Letta). Non gli conviene "sbattere le riforme in faccia all'opposizione". Perché in autunno noi gli sbatteremo in faccia la realtà.


Onorevole Luigi Di Maio, vice.presidente Camera dei Deputati

Sul Debito Argentino è il vero scontro di Civiltà


di Maurizio Blondet 

argentina brics 550 1 Sul Debito Argentino è il vero scontro di Civiltà . (di Maurizio Blondet)
Il 14 luglio si terrà a Fortaleza (Brasile) l’annuale riunione dei BRICS, i Paesi emergenti di successo. Con una novità: su invito ufficiale di Brasile, Russia, India, Cina e Africa del Sud, vi parteciperà Cristina Kirchner, la presidentessa dell’Argentina, che non è un BRICS, al contrario. Il senso politico dell’invito è inequivocabile. L’Argentina è sotto persecuzione e minaccia degli USA per la questione del debito.
Ricapitoliamo: nel 2001 l’Argentina (pagando l’errore di agganciare la sua moneta al dollaro per tentare di non svalutarla) fece crack. In piena rovina, cessò i pagamenti sul debito sovrano, pari 80 miliardi di dollari. I possessori di titoli del Tesoro argentino, per lo più, nel corso di lunghe trattative, si sono accontentati di ricevere il molti anni dopo 30 per cento, condonando il 70%. Non così Paul Singer, miliardario ebreo-americano possessore di un fondo speculativo, lo Elliott Capital Management: costui, dopo il crack, ha comprato da creditori titoli di debito argentino per 220 milioni di dollari a prezzi stracciati, pagandolo soltanto 49 milioni, meno di un quarto del suo valore facciale: dopodiché, s’è appellato ai tribunali americani per esigere ilpagamento pieno dei titoli in suo possesso. Valore che, dopo 13 anni, è salito 832 milioni.
argentina brics 1 Sul Debito Argentino è il vero scontro di Civiltà . (di Maurizio Blondet)
  Paul Singer
È il modus operandi tipico dei «Fondi Avvoltoio», che si nutrono di cadaveri. O più precisamente, che pretendono la polpa dagli ossami dei cadaveri dentro cui puntano i loro becchi. Singer – con l’appoggio delle leggi e tribunali americani – è riuscito a spolpare il poverissimo Congo nel 2002, obbligandolo a pagargli 90 milioni di dollari per i 20 milioni di titoli di debito pubblico congolese in suo possesso, e prima aveva obbligato il Perù a versargli 58 milioni per gli 11 milioni di titoli sovrani peruviani che aveva raccattato.
Per l’Argentina, i profitti attesi dall’avvoltoio sono molto maggiori. E siccome un tribunale USA ha dato ragione a Singer nel 2012 ingiungendo a Buenos Aires di pagargli titoli secondo il valore facciale (più interessi), al saccheggio si sono uniti altri fondi speculativi di Wall Street, come Aurelius Capital Management e Blue Angel, che detengono insieme 1,3 miliardi di dollari di debito argentino. Ma c’è di peggio in vista , per il Paese debitore. Se accetta di pagare questi avvoltoi, tutta una schiera di creditori internazionali con i suoi titoli in default nel portafoglio pretenderanno lo stesso trattamento: si calcola che esigeranno subito 15 miliardi di dollari, la metà delle riserve argentine. E nel complesso il Paese potrebbe trovarsi di fronte ad un debito totale di 120 miliardi.
La completa rovina economica, senza più remissione, per un intero popolo.
Buenos Aires ha fatto appello alla Corte Suprema USA. La quale, però, ha rifiutato di discutere il caso: siccome gran parte del debito argentino è stato emesso sotto il diritto vigente a New York, la questione nemmeno si pone. L’Argentina deve pagare Singer e i suoi altri imitatori, oppure incorrere in sanzioni — sequestro delle sue merci e delle sue navi nei porti americani, blocco dei suoi conti esteri, qualunque cosa la legge USA preveda per i debitori insolventi privati. Per intanto, gli USA minacciano di «isolare» politicamente il Paese, e fargli il vuoto attorno: nessuno presenterà più un soldo all’Argentina. In tal modo, il Paese sarà reso uno Stato-paria come l’Iran o si tenta di far diventare la Russia; il mondo finanziario essendo globalizzato secondo i princìpi del capitalismo occidentale, è in pratica sotto giurisdizione americana, che pretende di divenire universale di fatto. È effettivamente successo lo scorso ottobre che in Ghana, un tribunale locale ha consentito a Singer di sequestrare una nave da carico argentina, la ARA Libertad.
La sentenza americana è stata criticata – ed è tutto dire – persino dalla bibbia del liberismo anglosassone, il Financial Times: «La società deve dare alla gente un modo per ricominciare; è per questo che abbiamo il diritto fallimentare», ha scritto Martin Wolf: «Anzi, consentiamo alle imprese, di gran lunga i più importanti attori privati nelle nostre economie, di godere della “responsabilità limitata”. La facilità con cui le corporations americane possono liberarsi dei creditori è stupefacente. Una simile logica si deve applicare agli Stati».
Ed invece no, ed è questo il punto filosofico, di civiltà, per cui i BRICS mostrano disposti a battersi:
I giudici USA non riconoscono la sovranità degli altri stati. È questo che hanno dimostrato con questa sentenza: mettono l’Argentina, come un debitore privato, sullo stesso piano di un Hedge Fund, il privato creditore che la trascina in giudizio. Anzi peggio: trattano l’Argentina peggio di una loro azienda privata. Questa può utilizzare le leggi fallimentari per fare bancarotta controllata; l’Argentina no. Deve pagare sempre , interamente e in eterno. Senza remissione.
Gli USA hanno vietato il Giubileo periodico che persino la legge ebraica riconosce (evidentemente, valeva solo per altri ebrei).Già questo dovrebbe suggerire la natura di hubrys satanica che Washington pretende di imporre al mondo intero come «libertà di business».
È il diritto assoluto, totale e incondizionato del creditore ad essere pagato fino all’ultimo centesimo, quello che si intende affermare. E attenzione perché qui non si parla solo dell’Argentina.
La Germania sta imponendo questo principio assoluto in Europa ai Paesi europei «periferici». Alla Grecia ha imposto la più spietata austerità perché pagasse i suoi debiti — ossia, essenzialmente, perché pagasse le banche tedesche, che avevano indebitato la Grecia fino alla follia, fino all’ultimo euro. Un condono del debito greco avrebbe scongiurato la crisi in cui siamo precipitati. Ma la Germania, dura, ha fatto valere «il diritto». Il diritto del creditore. Il risultato è che «dopo sei anni di recessione provocata dall’austerità, il taglio delle spese sanitarie del 40%, la disoccupazione salita al 26,8% e quella giovanile più che doppia, la Grecia si trova con un debito pubblico cresciuto al 169 per cento del Pil» ( Mark Weisbrot, co-direttore delCenter for Economic and Policy Research). Al confronto, e nonostante gli indubbi errori del suo Governo, la popolazione argentina sta molto meglio di quella greca; la moratoria sul debito, con la svalutazione del peso argentino che ha prodotto, ha innescato una ripresa dell’economia, dell’export, persino un principio di ri-localizzazione di industrie dall’estero. Anche se ora la ricaduta nei vecchi errori provoca lo estancamiento economico (con alta inflazione), per la gente sono stati 13 anni guadagnati in benessere — laddove i greci hanno perso 7 anni in miseria e devastazione sociale.
Il nuovo capogruppo del Ppe al parlamento europeo, Manfred Weber, ha espresso con speciale arroganza l’ideologia sancita dai tribunali americani, rispondendo al discorso inaugurale di Matteo Renzi: «L’Italia ha il 130% di debito. Dove prendete i soldi? (1)». Renzi, sì, ha chiesto «più tempo per fare le riforme», ma «Barroso lo ha concesso alla Francia» e «le riforme non si sono mai viste», con la conclusione tipica della nuova ideologia: «I debiti non creano il futuro, lo distruggono» — che è una ipocrita falsità anche economica.
Difatti Renzi ha risposto per le rime rilevando l’ipocrisia («L’Italia non accetta lezioni di morale») e rilevando la menzogna in questa ipocrisia: «Se Weber parlava a nome della Germania, gli ricordo che nella scorsa presidenza italiana, ci fu un Paese cui non solo fu concessa flessibilità ma anche di violare i limiti, ed essere oggi un Paese che cresce».
Ma ciò non basterà – sono solo parole – perché nell’Europa siamo così assuefatti alla cessione di sovranità, da non saper porre la questione alta e cruciale. I BRICS evidentemente sono molto più consapevoli del rischio mortale che il «nuovo diritto sovrannazionale globale» fa pendere sulle società umane. È la questione di filosofia politica fondamentale: se si accetta incondizionatamente il diktat «legale» americano a favore del miliardario Singer e dei Fondi Avvoltoio, si accetta il seguente principio:
Nel mondo esiste un solo stato sovrano, gli USA, e gli altri stati non sono che sue «aziende»,soggette alle sue leggi.
Ciò era già stato proclamato nel 2002, quando la Casa Bianca di G. W. Bush pubblicò la «nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America».Nel documentol’America vi afferma il suo diritto storico a usare la sua «ineguagliata superiorità militare»senza limite legale alcuno. Letteralmente, essa minaccia «l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica contro qualunque Stato»del pianeta che l’America consideri pericoloso, e ciò in maniera “preventiva”. Nel nostro piccolo, fummo i primi in Italia a notare (2) l’aspetto radicalmente eversivo di questa nuova dottrina politica la quale «liquida l’ordine che ha governato le relazioni internazionali fin dal trattato di Westfalia del 1648»Il Trattato di Westfalia, che pose fine alla «Guerra dei Trent’Anni»riconobbe la legittimità delle autorità degli Stati, grandi o piccoli, potenti o non potenti. Di fatto, fu stabilito il principio della sovranità e della sua legalità: persone giuridiche, gli stati potevano legarsi tra loro con trattati (come le personalità private con contratti), e questi trattati avevano forzalegale. Nell’instabilità del mondo, fu un punto fermo decisivo. Un altissimo atto di civiltà, che mise un argine fondamentale allo stato di «guerra perpetua», inarrestabile, quale fu appunto la guerra dei Trent’Anni.
Naturalmente, nessun politico in Europa capì che l’Amministrazione Bush jr., proclamando il diritto americano a colpire qualunque stato del pianeta – 1)dichiarava ogni altro Stato illegittimo; 2) Dichiarava gli USA l’unico Stato sovrano veramente esistente nel mondo; e 3) faceva dipendere la sua sovranità dalla sua «ineguagliata superiorità militare», grazie alla quale si arrogava (come scriveva nero su bianco) di fare «uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica contro qualunque Stato» del pianeta che a suo giudizio turbasse i suoi interessi, e ciò in modo «preventivo».
Gli USA hanno così affermato il primato della forza bruta sul diritto nelle relazioni internazionali. È un arretramento epocale della civiltà.
La civiltà consiste infatti negli sforzi organizzati per adottare istituzioni, che riducano la forza (nei rapporti tra uomini, come tra nazioni) ad «ultima ratio». Gli USA adesso, sono in stato di sfida perpetua verso il resto del mondo. Qualunque Paese voglia far valere la sua sovranità, deve dotarsi della forza; una forza tale, da tenere a bada la superpotenza americana. E rischiare la guerra, che nello stato presente sarebbe la fine dell’umanità.
Senza nemmeno rendersene conto, l’Unione Europea ha adottato lo stesso incivile principio: oggi la Germania è «più sovrana» dell’Italia, Grecia o Spagna, e può «dare lezioni» ed imporre austerità e rigori ormai chiaramente distruttivi agli stati più deboli, perché è più grossa. Il principio di parità viene cancellato — adesso comanda il più grosso. È un arbitrio, una prepotenza che, ovviamente, si ammanta di «giuridico» — come le leggi USA che hanno dato ragione all’Avvoltoio su uno Stato estero non-più-sovrano.
Questo è il punto da capire. Noi non l’abbiamo capito, e infatti ci siamo lasciati legare dal «diritto» incivile iscrivendo in Costituzione il patto di stabilità, il limite del 3% del deficit e tutto il resto delle normative austeritarie germaniche, a favore esclusivo dei creditori per lo più germanici.
I BRICS invece hanno capito: e per questo hanno invitato l’Argentina – Stato-paria per la finanza globale sotto giure americano – fra di loro. La Russia (la R dei BRICS) l’ha sottolineato esplicitamente: «Ciò mostra che l’Argentina è pienamente inserita nelle relazioni internazionali, non ‘isolata dal mondo’. Soltanto, non si adatta alle politiche dei paesi centrali a qualunque costo», ha detto Nicolai Tereschuk (che insegna all’Università di Buenos Aires). Interessante il fatto che è stata l’India (la I) ad avere l’idea di invitare la Kirhner. Dice l’economista Fernanda Vallejos, Università di Buenos Aires: «La proposta dell’India, con cui il commercio bilaterale è aumentato del 30% nel 2013, validata dal Brasile e dal Sudafrica, smentisce il tema del supposto isolamento del nostro paese nel mondo».
È stata la stessa Goldman Sachs a valutare che i BRICS ‘pesano’ per un quarto del prodotto intero lordo globale, con il 43% della popolazione, il 45% della forza-lavoro mondiale e il 20% dell’investimento globale. Hanno una produzione agricole di 2 mila milioni di tonnellate anno, e riserve per 3 mila miliardi di dollari.
Si noti che l’invito dei BRICS all’Argentina ha quasi coinciso con l’annuncio, il 28 maggio, dell’accordo firmato da Cristina Kirchner con il «Club di Parigi» ( i maggiori creditori globali), a cui doveva sulla carta 9,7 miliardi di dollari (dopo il default di 13 anni fa). A caro prezzo, Buenos Aires mostra la volontà di volersi reintegrare al mondo in materia finanziaria», a tornare ad apparire agli investitori esteri «un paese in via di sviluppo con forte potenziale».
Bisogna infatti capire che gli «investitori» che hanno tanto bisogno di indebitare, quanto i debitori di indebitarsi, anzi – coi bassi interessi che si lucrano oggi nel mondo – anche di più. E l’Argentina, oltre che la potenza agricola mondiale che tutti sanno, ha le seconde riserve mondiali di litio, è il terzo esportatore mondiale di potassio, è un notevole produttore di oro (10 mila tonnellate), di rame (500 milioni di tonnellate), d’argento, e produttore petrolifero e di idrocarburi «non convenzionali». Abbastanza da far gola agli speculatori di Wall Street.
Ma i BRICS, a Fortaleza, intendono porre le fondamenta di una loro Banca di Sviluppo regionale, alternativa agli organismi tipo FMI e Banca Mondiale. La Banca disporrebbe di 50 mila milioni di dollari per finanziare infrastrutture nei sei Paesi, e un fondo di riserve comuni di 100 mila milioni di dollari come cuscinetto contro la volatilità dei mercati. «L’Argentina potrebbe accedere a finanziamenti presso questa banca a tassi molto più favorevoli di quelli onerosissimi che esigono le organizzazioni internazionali» e i privati investitori, dice Diego Coatz, del Centro Studi dell’Unione Industriali d’Argentina.
Ma qui l’economia è politica. Affermazione della sovranità. Leggiamo da Voice of Russia:
«Il 10 giugno Sergei Glaziev, consigliere economico di Putin, ha pubblicato un articolo in cui sottolinea la necessità d’ instaurare una alleanza internazionale fra i Paesi che vogliono liberarsi del dollaro nel commercio internazionale e non usare il dollaro nelle loro riserve. Lo scopo ultimo è di spezzare la macchina di stampa monetaria di Washington che alimenta il complesso militare-industriale e dà agli USA ampie possibilità di spargere il caos nel mondo, innescando guerre civili come in Libia, Siria, Iraq e Ucraina».
argentina brics Sul Debito Argentino è il vero scontro di Civiltà . (di Maurizio Blondet)
  Elvira Nabiullina
Un progetto velleitario, secondo gli esperti occidentali, date le difficoltà tecniche. Ma adesso la direttrice della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina, ha svelato una soluzione definita «elegante» dal sito Zero Hedge. «Stiamo discutendo con la Cina e i nostri partners BRICS la creazione di un sistema di swap multilaterali che consentirà il trasferimento di risorse ad uno od altro Paese. Parte delle riserve valutarie può essere diretta a questo». Madame Nabiullina sarà a Pechino la settimana prossima per mettere a punto l’idea di uno swap rublo-yen; prima di partire per la capitale cinese, ha incontrato Putin per metterlo al corrente dell’avanzamento dei lavori.
Secondo ZH, gli swap in valuta tra le banche centrali BRICS faciliterebbero il finanziamento del commercio scavalcando il dollaro; e di più, sarebbe un sostituto di fatto del Fondo Monetario, consentendo a membri dell’alleanza di dirigere risorse al finanziamento dei paesi deboli. Usando a questo scopo di rimpiazzo del Fondo Monetario la «parte in dollari» delle loro riserve, ridurrebbero l’ammontare dei titoli in dollari comparti dai più grossi creditori esteri degli USA (un nome a caso: la Cina).
La missione resta comunque difficilissima. Altro sarebbe il caso, se importanti Paesi si unissero al progetto. Va detto che il capo della Banca Centrale di Francia, Christian Noyer, ha ventilato – come rappresaglia della multa stellare (9 miliardi) che la legge americana ha imposto a BNP Paribas – di cominciare gli scambi commerciali con la Cina in euro o yuan. E siccome a volte le cose corrono in fretta, la Banca Centrale di Francia (e quelle del Lussemburgo) hanno reso noto a fine giugno di aver firmato un trattato di swap con la banca centrale di Pechino. La Cina ha anche annunciato il progetto di aprire banche per il clearing dello yuan a Parigi e in Lussemburgo. Una linea di swap valutario yuan-euro è stata aperta nel 2013 dalla BCE, però per un importo modesto e durata di tre anni. In ogni caso, l’idea avanza.
Forse per questo il 29 giugno scorso, persino Foreign Affairs, la prestigiosa rivista del Council on Foreign Relations (lo storico think-tank dei Rockefeller) ha criticato «il pericoloso fondamentalismo» della Corte Suprema USA e del sistema giuridico americano che ha messo in ginocchio l’Argentina, ma – aggiunge – rende più difficile per gli stati di liberarsi dal peso del super-indebitamento, sarà un grosso danno per i mercati dei capitali internazionali, e sì, sminuisce la sovranità nazionale. Titolo: «Hedge Funds contro Sovrani». Sottotitolo: «Come i tribunali USA sovvertono la finanza internazionale». Persino loro l’hanno capito…
Prossimo crack Made in USA
L’inevitabile nuovo collasso tipo-subprime (quello del 2007) è preconizzato dall’ultimo rapporto della Banca dei Regolamenti internazionali di Ginevra. Che punta il dito sulla «Federal Reserve che pompa trilioni di dollari nei mercati finanziari e produce rialzi azionari mai visti, mentre l’economia reale sottostante ristagna: (anzi) l’economia USA si è contratta del 3% nel primo trimestre (contro un +2,6% della previsione ufficiale falsissima, ndr), ma il mercato azionario è salito comunque, nella convinzione che la stagnazione continua porterà all’iniezione di altro capitale a bassissimo costo.
La politica dei tassi ultra-bassi, iniziata per superare gli effetti della crisi del 2008, fa sì che «gli investitori non danno più un prezzo al rischio», prestando a destra e a manca (tanto la FED poi li salverà). I prezzi britannici degli immobili sono alle stelle, come negli anni pre-subprime. «Se la Cina, sede di un boom finanziario mostruoso, dovesse vacillare, gli effetti sarebbero gravi. Sarebbero rovinati soprattutto gli stati esportatori di commodities che hanno goduto di forte credito, rincari dei prezzi delle materie prime che esportano, e hanno (quindi) accumulato alto debito e alti prezzi immobiliari».
Ciò che viene descritto è un super-vulcano finanziario imminente. Il peggio lo descrive Paul Craig Roberts (ex sottosegretario al Tesoro sotto Reagan): «Il dollaro è tenuto a galla dai mercati finanziari manipolati e dalla pressione che Washington esercita sui suoi vassalli: questi devono far girare la loro macchina da stampa monetaria per sostenere il valore della valuta americana comprando dollari».
Questo, Craigs Robert l’ha scritto una settimana prima del giorno (3 luglio) quando Draghi ha annunciato la creazione dal nulla di altri mille miliardi di euro – diconsi mille miliardi – con la scusa di «dare spinta al credito alle imprese e famiglie» in Europa. in realtà, tutto si riduce a comprare dollari per sopravvalutarli… sull’orlo del vulcano.
«Per mantenere a galla il dollaro gran parte del mondo conoscerà l’inflazione», scrive l’ex reaganiano: «Sergei Glaziev, consigliere di Putin, ha detto al presidente russo che solo un’alleanza contro il dollaro per farlo affondare può frenare l’aggressione di Washington. E’ quel che io penso da molto tempo. Non ci sarà pace finché Washington può creare denaro a volontà per finanziare le sue guerre. Come ha dichiarato anche il governo cinese, è il momento di dis-americanizzare il mondo».
E cosa fa nel frattempo la UE in segreto?
Leggete qui: si parla del negoziato segreto che gli eurocrati conducono con gli USA per il Trattato Transatlantico di Commercio. Fino ad oggi, vi abbiamo detto che con questo Trattato, gli Stati Uniti si appresterebbero ad asservirci una volta per tutte all’ultra-liberalismo; le loro mega-corporations multinazionali trascineranno i nostri Stati davanti ai tribunali arbitrali di cui noi europei le abbiamo nominate arbitre, e questi – con la motivazione che ostacolano il loro business e diminuiscono i loro profitti – ci obbligheranno a smantellare tutti i benefici rimasti dello stato sociale, servizi pubblici sussidiati, sanità, pensioni…Tutto questo è vero. Ma dobbiamo fare un’importante correzione, segnalata dall’economista Paul Jorion: Siamo noi europei (meglio: gli eurocrati) che in questi giorni usano i negoziati del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) per imporre agli americani che smantellino la loro nuova legislazione sul settore finanziario, essendo molto più esigente della nostra”»!
Sì, avete capito bene: sono i nostri eurocrati ad approfittare del Trattato per imporre l’ultra-liberalismo agli americani! O una versione più estrema del liberismo dogmatico. In evidente collusione con i fondamentalisti di Wall Street, che (evidentemente) pagano i nostri alti funzionari.
Lo ha rivelato il Corporate Europe Observatory, che è riuscito a venire in possesso di un documento riservato della UE.



1) I tedeschi moralisti fanno finta di non capire che è la stessa politica di deflazione e recessione che impongono all’Italia (e agli altri deboli) a rendere più difficile il dis-indebitamento. Se il Pil decresce invece di salire, il rapporto debito/Pil ovviamente cresce. Tutto il loro moralismo serve ai loro immorali e miopi interessi.
2Maurizio Blondet, «Chi comanda in America», EFFEDIEFFE, 2002. Capitolo 23, Chi è l’Anticristo?

domenica 3 agosto 2014

Missione compiuta, l’Italia muore: la catastrofe in cifre di Giorgio Cattaneo




Elsa Fornero e Mario Monti
Un paese in ginocchio, mutilato, raso al suolo dallacrisiinasprita dall’euro e dal regime di austerity imposto da Bruxelles per mantenere in vita la moneta unica. L’Italia sta letteralmente andando a pezzi: tutti se ne accorgono ogni giorno, mentre la disoccupazione dilaga, i consumi crollano, i negozi chiudono e le aziende licenziano. Ma il panorama si fa ancora più impressionante se si osservano, tutti insieme, i numeri della catastrofe. E’ quello che ha fatto il blog “Sollevazione”, pescando tutte le cifre ufficiali degli indicatori-chiave. Un bollettino diguerra, voce per voce. Produzione e ricchezza, industria e redditi, debito e risparmi. L’Italia in rosso, che sta precipando lontano dalla sua storia, senza neppure capire perché. Ognuno combatte, da solo, contro continui rovesci: non ci sono spiragli, non c’è alcuna “ripresa” nemmeno all’orizzonte. Ma nessuno racconta davvero l’assedio del panico, la paura sciorinata dai “crudi numeri”, che forse non fotograno «le dimensioni effettive del disastro economico e sociale che vive l’Italia», però «ci aiutano a comprenderlo».
Secondo gli analisti di “Sollevazione”, la resa matematica dell’Italia rivelata dai conti – la lingua spietata del pallottoliere – permette anche di «capire come le politiche austeritarie per tenere in piedi l’euro, il sistema bancocratico e il capitalismo-casinò, abbiano affossato il nostro paese», il cui Pil ha perso 8,7 punti percentuali a partire dal 2007, inclusa la manipolazione dello spread che ha “armato” la gigantesca manomissione operata da Monti e Fornero, con la loro “spending review” e la riforma-suicidio delle pensioni. Un’agenda peraltro proseguita da Letta: tagliare la spesa, ben sapendo che il “risparmio” dello Stato manda incrisiil settore privato, facendo calare il gettito fiscale e quindi esplodere il debito pubblico. Matteo Renzi? Niente di nuovo: neoliberismo puro, a cominciare dal Jobs Act per precarizzare ulteriormente il lavoro. Aggravanti: la neutralizzazione delle ultime difese sociali garantite dalla Costituzione, come vuole l’élite finanziaria, e l’eliminazione fisica dell’opposizione attraverso una legge elettorale come l’Italicum, definita peggiore – per le sue restrizioni – di quella che permise a Mussolini di consolidare il neonato regime fascista.
Tutto questo, mentre il paese soccombe ogni giorno: in sei anni, il Pil pro capite è calato di 9 punti (di 10, invece, il reddito reale disponibile per le famiglie). Stesse percentuali per la frana della ricchezza nazionale: -9% dal 2007 al 2013, pari a 843 miliardi di euro. C’era una volta l’Italia: nello stesso periodo, la produzione industriale è crollata addirittura del 25,5%. Sta andando in frantumi, grazie allapoliticaimposta da Berlino, il maggior competitore europeo della Germania. Tra il 2001 e in 2013, l’Italia ha perso 120.000 fabbriche. Sono cifre da scenario bellico, e non sono riguardano solo l’industria: ci sono anche le 75.000 imprese artigiane costrette a chiudere. Anno record per il fallimenti, l’infame 2013 delle “larghe intese”: qualcosa come 111.000 fallimenti, in appena dodici mesi. Contraccolpo catastrofico, la disoccupazione: dal 2001, con l’ingresso nell’Eurozona, l’industria italiana ha perso un milione e 160.000 posti di lavoro. Colpa anche dell’assenza di credito: nonostante ricevano denaro dalla Bce a tassi «prossimi allo zero», le banche continuano a finanziare le imprese con prestiti al 4,49%, mentre negli altri paesi dell’Eurozona l’interesse medio è al 3,8%.
Anche così il lavoro si estingue alla velocità della luce. Dal 2007, la piaga della disoccupazione è più che raddoppiata: dal 6,1% al 12,7 attuale. «I disoccupati ufficiali sono 3 milioni e 300.000», rileva “Sollevazione”, ai quali vanno però aggiunti «altri 3 milioni di persone», che ormai non si rivolgono neppure più ai centri per l’impiego: i cosiddetti “sfiduciati” fanno salire a quasi 6 milioni e mezzo il totale dei disoccupati italiani, proprio mentre la Germania del super-export vede salire ai massimi storici la quota degli occupati. C’è anche il trucco, naturalmente: un tedesco su quattro accetta i mini-job da 450 euro al mese. E’ la strada aperta in Italia dal Jobs Act di Renzi, di fronte a una platea oceanica di giovani senza lavoro: il 43%, più del doppio dei ragazzi disoccupati nel 2007. Sta male, comunque, la stragrande maggioranza dei salari italiani: «Con uno stipendio netto di 21.374 dollari l’anno, l’Italia si colloca al 23esimo posto nella classifica Ocse: se la passano peggio solo i portoghesi e gli abitanti dei paesi dell’Europaorientale». A valanga, la mancanza di impiego si traduce in forte calo dei consumi familiari, tagliati di quasi il 10% solo negli ultimi due anni. A farne le spese è anche il risparmio, continuamente eroso per far fronte all’emergenza economica, mentre la super-tassazione disposta dall’Ue ha raggiunto per l’Italia il 44% del Pil.
«Se si considera il periodo tra il 2011 e il 2012 – precisa “Sollevazione” – soltanto l’Ungheria, in Unione Europea, ha conosciuto un aumento delle tasse rispetto al Pil superiore a quello dell’Italia». E’ un circolo vizioso: imporre più tasse a chi già le paga, per tentare (inutilmente) di arginare il calo delle entrate, comunque – già oggi – superiori alla somma delle uscite: situazione che sarà ulteriormente aggravata dal Fiscal Compact e cronicizzata dall’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione. In pratica, la fine dello Stato sociale e delle garanzie sui servizi vitali – scuola e sanità in primis, peraltro minacciate di privatizzazione forzata dal Ttip e dal Tisa, i trattati segreti euro-atlantici imposti dagliUsa, che Renzi preme per approvare in fretta. Cartina di tornasole di questa autentica catastrofe, il debito pubblico: era pari al 103,3% del Pil nel 2007, ma ha raggiunto il 132,9% nel 2013. «L’ultimo rilevamento di Bankitalia ci dice che il debito pubblico ha toccato a maggio 2014 un nuovo record storico: quota 2.166,3 miliardi, con un aumento di 20 miliardi sul mese precedente».
Va in rosso il conto delle famiglie, nel paese che prima dell’avvento dell’euro era il più risparmiatore d’Europa: rispetto al Pil, dal 1998 al 2012 il debito privato delle imprese è passato dall’85 al 120%, quello delle banche dal 40 al 110%, quello delle famiglie dal 30 al 50%. Paradossalmente, osserva “Sollevazione”, «in questo periodo quello che è cresciuto meno è stato proprio il debito pubblico», mentre il debito aggregato – pubblico e privato – è letteralmente esploso, dal 275% ad oltre il 400%. Spaventose pure le sofferenze bancarie, cresciute di 100 miliardi dal 2007 al 2013, per un totale di 147,3 miliardi di euro. Ed ecco l’ultimo gradino della tragedia: la povertà. Un fantasma che mette paura: l’esercito dei nuovi poveri e il timore che crescano furti e rapine ha aumentato del 5,7% i denari lasciati in custodia alle banche, oltre 1,2 miliardi di euro. Secondo Eurostat, gli «individui a rischio povertà o esclusione sociale» nel 2008 erano in Italia il 25,3%, e sono diventati il 29,9% nel 2012. L’ Istat è ancora più preciso: «Un italiano su dieci è in povertà assoluta».
Tra il 2012 e il 2013, spiega l’istituto di statistica, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata dal 6,8 al 7,9%, coinvolgendo oltre 300.000 famiglie e 1 milione 206.000 persone in più rispetto all’anno precedente. «E’ povera, o quasi povera, una famiglia su cinque». Poi c’è la “povertà relativa”, quelle delle famiglie (sono quasi 3 milioni e mezzo) il cui portafoglio mensile è inferiore alla spesa media nazionale, 972 euro al mese. Sono famiglie che cercano di sopravvivere con meno di 800 euro al mese, che si riducono a meno di 750 nel Mezzogiorno, dove più evidenti sono le diseguaglianze che la “crisi” ha fatto esplodere. Nel 1992, l’Italia era un paese relativamente equilibrato: non c’era un abisso tra ricchi e poveri e la classe media era in ottima salute. Oggi, praticamente, è in via di estinzione e teme di sprofondare giorno per giorno verso la povertà. Nel 2013, l’Italia è risultato «il paese più diseguale dell’Unione Europea, dopo la Gran Bretagna». Solo che il Regno Unito non è ingabbiato dall’euro. Infatti, a Londra,economiae occupazione stanno decisamente meglio rispetto alla media dell’atroce Eurozona, di cui l’Italia – dopo la Grecia – è la vittima principale.
Un paese in ginocchio, mutilato, raso al suolo dalla crisi inasprita dall’euro e dal regime di austerity imposto da Bruxelles per mantenere in vita la moneta unica. L’Italia sta letteralmente andando a pezzi: tutti se ne accorgono ogni giorno, mentre la disoccupazione dilaga, i consumi crollano, i negozi chiudono e le aziende licenziano. Ma il panorama si fa ancora più impressionante se si osservano, tutti insieme, i numeri della catastrofe. E’ quello che ha fatto il blog “Sollevazione”, pescando tutte le cifre ufficiali degli indicatori-chiave. Un bollettino di guerra, voce per voce. Produzione e ricchezza, industria e redditi, debito e risparmi. L’Italia in rosso, che sta precipando lontano dalla sua storia, senza neppure capire perché. Ognuno combatte, da solo, contro continui rovesci: non ci sono spiragli, non c’è alcuna “ripresa” nemmeno all’orizzonte. Ma nessuno racconta davvero l’assedio del panico, la paura sciorinata dai “crudi numeri”, che forse non fotografano «le dimensioni effettive del disastro economico e sociale che vive l’Italia», però «ci aiutano a comprenderlo».
Secondo gli analisti di “Sollevazione”, la resa matematica dell’Italia rivelata dai conti – la lingua spietata del pallottoliere – permette anche di «capire come le politiche austeritarie per tenere in piedi l’euro, il sistema bancocratico e il capitalismo-casinò, abbiano affossato il nostro paese», il cui Pil ha perso 8,7 punti percentuali a partire dal 2007, inclusa la manipolazione dello spread che ha “armato” la gigantesca manomissione operata da Monti e Fornero, con la loro “spending review” e la riforma-suicidio delle pensioni. Un’agenda peraltro proseguita da Letta: tagliare la spesa, ben sapendo che il “risparmio” dello Stato manda in crisi il settore privato, facendo calare il gettito fiscale e quindi esplodere il debito pubblico. Matteo Renzi? Niente di nuovo: neoliberismo puro, a cominciare dal Jobs Act per precarizzare ulteriormente il lavoro. Aggravanti: la neutralizzazione delle ultime difese sociali garantite dalla Costituzione, come vuole l’élite finanziaria, e l’eliminazione fisica dell’opposizione attraverso una legge elettorale come l’Italicum, definita peggiore – per le sue restrizioni – di quella che permise a Mussolini di consolidare il neonato regime fascista.
Tutto questo, mentre il paese soccombe ogni giorno: in sei anni, il Pil pro capite è calato di 9 punti (di 10, invece, il reddito reale disponibile per le famiglie). Stesse percentuali per la frana della ricchezza nazionale: -9% dal 2007 al 2013, pari a 843 miliardi di euro. C’era una volta l’Italia: nello stesso periodo, la produzione industriale è crollata addirittura del 25,5%. Sta andando in frantumi, grazie alla politica imposta da Berlino, il maggior competitore europeo della Germania. Tra il 2001 e in 2013, l’Italia ha perso 120.000 fabbriche. Sono cifre da scenario bellico, e non sono riguardano solo l’industria: ci sono anche le 75.000 imprese artigiane costrette a chiudere. Anno record per il fallimenti, l’infame 2013 delle “larghe intese”: qualcosa come 111.000 fallimenti, in appena dodici mesi. Contraccolpo catastrofico, la disoccupazione: dal 2001, con l’ingresso nell’Eurozona, l’industria italiana ha perso un milione e 160.000 posti di lavoro. Colpa anche dell’assenza di credito: nonostante ricevano denaro dalla Bce a tassi «prossimi allo zero», le banche continuano a finanziare le imprese con Renziprestiti al 4,49%, mentre negli altri paesi dell’Eurozona l’interesse medio è al 3,8%.
Anche così il lavoro si estingue alla velocità della luce. Dal 2007, la piaga della disoccupazione è più che raddoppiata: dal 6,1% al 12,7 attuale. «I disoccupati ufficiali sono 3 milioni e 300.000», rileva “Sollevazione”, ai quali vanno però aggiunti «altri 3 milioni di persone», che ormai non si rivolgono neppure più ai centri per l’impiego: i cosiddetti “sfiduciati” fanno salire a quasi 6 milioni e mezzo il totale dei disoccupati italiani, proprio mentre la Germania del super-export vede salire ai massimi storici la quota degli occupati. C’è anche il trucco, naturalmente: un tedesco su quattro accetta i mini-job da 450 euro al mese. E’ la strada aperta in Italia dal Jobs Act di Renzi, di fronte a una platea oceanica di giovani senza lavoro: il 43%, più del doppio dei ragazzi disoccupati nel 2007. Sta male, comunque, la stragrande maggioranza dei salari italiani: «Con uno stipendio netto di 21.374 dollari l’anno, l’Italia si colloca al 23esimo posto nella classifica Ocse: se la passano peggio solo i portoghesi e gli abitanti dei paesi dell’Europa orientale». A valanga, la mancanza di impiego si traduce in forte calo dei consumi familiari, tagliati di quasi il 10% solo negli ultimi due anni. A farne le spese è anche il risparmio, continuamente eroso per far fronte all’emergenza economica, mentre la super-tassazione disposta dall’Ue ha raggiunto per l’Italia il 44% del Pil.
«Se si considera il periodo tra il 2011 e il 2012 – precisa “Sollevazione” – soltanto l’Ungheria, in Unione Europea, ha conosciuto un aumento delle tasse rispetto al Pil superiore a quello dell’Italia». E’ un circolo vizioso: imporre più tasse a chi già le paga, per tentare (inutilmente) di arginare il calo delle entrate, comunque – già oggi – superiori alla somma delle uscite: situazione che sarà ulteriormente aggravata dal Fiscal Compact e cronicizzata dall’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione. In pratica, la fine dello Stato sociale e delle garanzie sui servizi vitali – scuola e sanità in primis, peraltro minacciate di privatizzazione forzata dal Ttip e dal Tisa, i trattati segreti euro-atlantici imposti dagli Usa, che Renzi preme per approvare in fretta. Cartina di tornasole di questa autentica catastrofe, il debito pubblico: era pari al 103,3% del Pil nel 2007, ma ha raggiunto il 132,9% nel 2013. «L’ultimo rilevamento di Bankitalia ci dice che il debito pubblico ha toccato a Visco, governatore di Bankitaliamaggio 2014 un nuovo record storico: quota 2.166,3 miliardi, con un aumento di 20 miliardi sul mese precedente».
Va in rosso il conto delle famiglie, nel paese che prima dell’avvento dell’euro era il più risparmiatore d’Europa: rispetto al Pil, dal 1998 al 2012 il debito privato delle imprese è passato dall’85 al 120%, quello delle banche dal 40 al 110%, quello delle famiglie dal 30 al 50%. Paradossalmente, osserva “Sollevazione”, «in questo periodo quello che è cresciuto meno è stato proprio il debito pubblico», mentre il debito aggregato – pubblico e privato – è letteralmente esploso, dal 275% ad oltre il 400%. Spaventose pure le sofferenze bancarie, cresciute di 100 miliardi dal 2007 al 2013, per un totale di 147,3 miliardi di euro. Ed ecco l’ultimo gradino della tragedia: la povertà. Un fantasma che mette paura: l’esercito dei nuovi poveri e il timore che crescano furti e rapine ha aumentato del 5,7% i denari lasciati in custodia alle banche, oltre 1,2 miliardi di euro. Secondo Eurostat, gli «individui a rischio povertà o esclusione sociale» nel 2008 erano in Italia il 25,3%, e sono diventati il 29,9% nel 2012. L’ Istat è ancora più preciso: «Un italiano su dieci è in povertà assoluta».

Tra il 2012 e il 2013, spiega l’istituto di statistica, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata dal 6,8 al 7,9%, coinvolgendo oltre 300.000 famiglie e 1 milione 206.000 persone in più rispetto all’anno precedente. «E’ povera, o quasi povera, una famiglia su cinque». Poi c’è la “povertà relativa”, quelle delle famiglie (sono quasi 3 milioni e mezzo) il cui portafoglio mensile è inferiore alla spesa media nazionale, 972 euro al mese. Sono famiglie che cercano di sopravvivere con meno di 800 euro al mese, che si riducono a meno di 750 nel Mezzogiorno, dove più evidenti sono le diseguaglianze che la “crisi” ha fatto esplodere. Nel 1992, l’Italia era un paese relativamente equilibrato: non c’era un abisso tra ricchi e poveri e la classe media era in ottima salute. Oggi, praticamente, è in via di estinzione e teme di sprofondare giorno per giorno verso la povertà. Nel 2013, l’Italia è risultato «il paese più diseguale dell’Unione Europea, dopo la Gran Bretagna». Solo che il Regno Unito non è ingabbiato dall’euro. Infatti, a Londra, economia e occupazione stanno decisamente meglio rispetto alla media dell’atroce Eurozona, di cui l’Italia – dopo la Grecia – è la vittima principale.

Lo strano default dell'Argentina





di Gennaro Carotenuto.

Dopo il default, quello vero, quello del 2001 provocato dal fallimento strutturale del modello neoliberale, l'Argentina di Néstor Kirchner e poi diCristina Fernández, aveva raggiunto accordi col 92.4% dei creditori per laristrutturazione del debito. Restavano un manipolo dei più avvoltoi dei fondi speculativi, quelli che dagli anni '80 reaganiani in qua si arricchiscono sulla fame dei popoli spostando capitali da un angolo all'altro del mondo e mandando in rovina l'economia reale con un click.

A quelli, ai fondi speculativi che detengono il 7.6% del debito argentino, la Corte Suprema di un paese terzo, gli Stati Uniti, aveva dato ragione, obbligando il paese a pagare non le condizioni pattuite col 92.4% restante dei creditori, ma fino all'ultimo dollaro.
In buona sostanza quel tribunale ha affermato che, nonostante quel debito fosse palesemente usuraio, contratto da un governo corrotto e violatore dei diritti fondamentali della popolazione, costruito per portare un paese alla rovina e spolparlo fino alle ossa e nonostante 9 creditori su 10 avessero accettato l'idea di aver già speculato abbastanza sull'Argentina, considerando infine equo quanto proposto dal legittimo governo di Buenos Aires, questa dovesse comunque pagare quel debito ingiusto pena un capestro che vorrebbe far ripiombare nel caos un paese di 40 milioni di abitanti.
L'Argentina, pur restando in una situazione complessa sulla quale s'è più volte scritto, in questo decennio ha rialzato la testa in tanti modi, innanzitutto tornando ad essere un paese più giusto, con lo Stato che ha ripreso il suo posto, con una politica dei diritti umani modello per tutto il mondo e tornando ad essere un attore dell'economia internazionale. Lo ha fatto dopo che i 13 anni del cambio uno a uno col dollaro, preteso dall'FMI e accettato supinamente dai governi fondomonetaristi e costato la morte per fame di migliaia di bambini, l'avevano di fatto esclusa dall'economia reale, quella produttiva, nella quale un paese avanzato come l'Argentina produce di suo ed esporta sui mercati.
È in questo contesto che matura questo strano default che è una continuazione della guerra economica per strangolare il paese e seguitare a speculare. Di questa guerra sono complici le istituzioni finanziarie internazionali, le compagnie di rating, i fondi speculativi. L'Argentina in questi anni ha compiuto alla lettera i propri impegni di pagamento. Ancora lunedì, tre giorni fa, ha versato al Club di Parigi ben 650 milioni di dollari. Ora quello che c'è in ballo con questa sentenza non è tanto sedare gli appetiti degli avvoltoi ma rimettere in discussione oltre 500 miliardi di dollari che i vecchi creditori potrebbero pretendere con ricorsi a cascata una volta riaperta la porta.L'obbiettivo è sempre quello: porre fine all'anomalia latinoamericana, di governi che nell'ultimo decennio si sono allontanati dall'ortodossia monetarista e riprendere possesso da padroni di quello che dalle dittature genocide alla notte neoliberale hanno considerato loro.
L'Argentina però non solo ha agito in queste settimane con serietà e coerenza per ottenere condizioni giuste e legali e depositando al Banco Mellon di New York la somma dovuta come garanzia. L'Argentina, che era completamente isolata nel 2001, oggi non è sola. Ha la solidarietà di tutta l'America latina integrazionista, dal Brasile al Venezuela, ma anche di paesi come il Messico e la Francia, oltre che di grandi paesi come la Cina e istituzioni come il G77 e perfino della Unctad.
Il mondo è cambiato non solo in peggio in questi tredici anni, gli avvoltoi che volano sul cielo di Buenos Aires vogliono riportarlo agli anni '90.

venerdì 1 agosto 2014

La bancarotta della natura (e della politica)



«Rimane solo un sistema politico che vuole imporre la propria volontà a tutti i costi», anche se si tratta di fare opere inutili e dannose. [Guglielmo Ragozzino]



L'otto aprile di quest'anno Livio Pepino, presidente del «Controsservatorio Valsusa» con l'appoggio di quindici altri firmatari, ha inviato un esposto alTribunale permanente dei popoli presso la Fondazione Basso.
Il testo chiedeva:
«l'apertura di un procedimento teso ad accertare (con ogni conseguente deliberazione) se nella vicenda della progettazione e costruzione della cosiddetta linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, che vede contrapposte in un conflitto ormai ultraventennale, da un lato, le istituzioni centrali dello stato italiano e le società preposte alla realizzazione dell'opera e, dall'altro lato, la stragrande maggioranza della popolazione e delle istituzioni della Val Susa, siano stati rispettati i diritti fondamentali degli abitanti della valle e della comunità locale ovvero se - come ritengono gli esponenti - vi siano state gravi e sistematiche violazioni di tali diritti...».
Seguiva poi una precisa e intransigente ricostruzione dell'intera vicenda che i nostri lettori possono leggere in link (oppure utilizzando l'indirizzocontrosservatoriovalsusa.org/esposto-al-tpp/aderisciall-iniziativa).
L'otto aprile il nuovo governo italiano è in carica da 15 giorni e mancano poche settimane alle elezioni europee. Non c'è spazio per altro. Valsusa si può accantonare; se ne occuperanno, a tempo opportuno, polizia e procure della repubblica.
Nello stesso periodo di tempo è stato reso noto in Italia un nuovo rapporto al Club di Roma, firmato da due scienziati ambientali, Johan Rockström eAnders Wijkman. Forse ha poco senso che uno dei più rinomati studi ecologici abbia per riferimento la capitale italiana, come quaranta o trenta anni fa, ai tempi di Aurelio Peccei e del suo Club di Roma.
Le scelte politiche dell'Italia puntano, nel disordine, sempre e comunque alla crescita, senza che nessuno si chieda mai il motivo per cui la crescita made in Italy, fatta da noi, si risolva sempre in spreco, corruzione e moltiplicazione dei rifiuti, come a Malagrotta, come alla Ilva di Taranto.
Leggendo il nuovo rapporto, dal titolo "Natura in bancarotta" (Edizioni Ambiente, a cura di Gianfranco Bologna) abbiamo notato che a fianco dell'Ipcc esiste dal 2010 un suo «equivalente scientifico nel settore della biodiversità e dei servizi degli ecosistemi» l'Ipbes (Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services). All'Ipbes hanno aderito 118 paesi, tra cui naturalmente tutti i più importanti, Usa, Cina, Germania, Giappone e così via; più di cento paesi, ma non l'Italia.
Che vi sia una politica nazionale sulla biodiversità? Finché qualcuno non lo riveli continueremo a pensare che per disordine, per cattiva politica, per incapacità, per reale disinteresse alla biodiversità, l'Italia non ha saputo neppure iscriversi al nuovo istituto internazionale.
Il contributo principale del Rapporto al club di Roma «La natura in bancarotta» è quello di riflettere sul nesso tra politica e scienza, tra governanti e scienziati:
«La politica, di destra o di sinistra non importa, ritiene che il tipo di crescita economica che ha prevalso dalla fine della Seconda guerra mondiale continuerà in eterno. Tutti parlano di crescita, ma nessuno si domanda quanto questa situazione potrà durare».
E più avanti:
«la crescita infinita del flusso di energia e materiali su un pianeta limitato è impossibile. Che molti economisti sostengano questa idea non la rende giusta. Nel lungo periodo non possiamo violare le leggi fondamentali della natura; ciononostante molti politici continuano a nascondere la testa sotto la sabbia».
Se Wijkman il politico ambientale di lungo corso scrive le parole che precedono, la replica dello scienziato Rockström si può riassumere così. Noi esperti e studiosi non chiediamo troppo, ma troppo poco: ci facciamo carico, offriamo continui compromessi perché la politica, sottoposta alle sue leggi assolute, possa accettarli.
«Questa spirale di compromessi diventa via via più insidiosa. Quando i negazionisti come Bjørn Lomborg vengono messi all'angolo dalla scienza, l'ultimo argomento che sfoderano (nonostante il consenso scientifico) è sempre il compromesso, spesso ammantato di termini economici.
Risolvere i problemi ambientali, dicono, costa troppo rispetto ai benefici che apporta. Ripetono questo ritornello dagli anni sessanta - quando Rachel Carson, autrice di Primavera silenziosa fornì le prove degli effetti tossici delle sostanze chimiche e dei metalli pesanti - e hanno continuato a farlo nel corso del dibattito sugli effetti negativi del fumo e sulle piogge acide».
Per tornare alla Valsusa, il Tav tra Susa e la Francia, tunnel compreso, era presentato come un tratto indispensabile del percorso ferroviario progettato per attraversare l'Europa da ovest a est, da Lisbona a Kiev.
Si doveva assolutamente evitare che un corridoio tanto importante bypassasse l'Italia. Inoltre si doveva sopperire al forte aumento di traffici atteso nei futuri decenni. La storia è andata diversamente: non c'è più ombra di aumento dei traffici, il corridoio è stato fatto a pezzi e buttato via.
Rimane solo un sistema politico che vuole imporre la propria volontà a tutti i costi, convinto com'è che sia buona crescita anche fare buchi inutili nella montagna e sia buona politica (anzi, l'unico patto sociale possibile per evitare l'anarchia) imporre a tutti la volontà della maggioranza, quale che sia la legge elettorale che la sostiene e quale che sia la scelta da imporre a tutto il popolo.
Non conta più l'utilità, non contano i costi dell'opera. Se ne parlerà, sempre che lo si riterrà opportuno, tra anni. Adesso occorre l'assenso alla volontà politica, cui tutti, scienziati e montanari compresi, debbono assoggettarsi.

Un po' più in là - continuiamo a ripeterlo - in un'altra valle, in un altro Cantone, in anni ormai lontani, non si chiedeva forse con un'altra legge altrettanto obbligatoria per tutto il popolo, di inchinarsi al cappello dell'imperatore?

di Guglielmo Ragozzino -