domenica 24 agosto 2014

Crisi ucraina e il fallimento della “Dottrina Obama”


di Salvo Ardizzone 



La guerra e l’invasione di Paesi esteri sono “la costante geopolitica degli Stati Uniti”: sono parole di Dean Rusk, Segretario di Stato dell’Amministrazione Kennedy; ciò che è avvenuto dopo non ha fatto che avvalorare quella tesi, per tutte basta ricordare le sciagurate imprese dell’era Bush. Nella sostanza, gli Usa non si sono mai curati più di tanto di sviluppare strategie per risolvere una crisi senza l’intervento militare; lo hanno considerato alla stregua di un normale strumento per raggiungere obiettivi anche politici, o tutelare quelli che ritenevano essere loro interessi. 
All’inizio della sua Amministrazione, si parlò molto della cosiddetta “Dottrina Obama” che, a parole, intendeva staccarsi da quella prassi; in realtà la sostanza era molto semplice, il nuovo Presidente s’era reso conto di alcune cose: prima di tutto erano profondamente cambiate le condizioni geopolitiche nel mondo, e gli Usa non potevano più permettersi di agire come prima; in secondo luogo, quelle guerre costavano un’enormità, e né i cittadini americani, né il Tesoro Federale, potevano più permettersele a cuor leggero. Restava però, indiscussa, la volontà d’esercitare un’egemonia globale, e per questo, di evitare che una qualunque Nazione potesse emergere in autonomia in uno scacchiere, o si creassero alleanze strategiche da cui gli Usa fossero esclusi. 
Per perseguire questi scopi ritenne che lo strapotere del dollaro e della finanza, la (presunta) capacità di conoscere e anticipare gli eventi nel mondo (vedi Datagate) e la potenza dei media al servizio della propaganda americana, fossero più che sufficienti ad esercitare un soft-power assai più economico ed efficace degli strumenti del Pentagono, che comunque rimaneva alle spalle qualora il gioco si fosse fatto troppo duro.   
In Ucraina Obama volle intervenire: la Russia aveva mostrato troppo attivismo, aveva giocato in proprio in Siria, in Egitto, nell’affare Snowden, mettendo gli Usa più volte in imbarazzo, e stava allacciando rapporti troppo stretti con diversi Paesi europei, soprattutto con la Germania, che aspirava a una egemonia sull’Est Europa e a rapporti paritari col Kremlino. 
L’operazione, un mix di disinformazione sui media, azioni “coperte” dei servizi per pilotare minoranze d’attivisti e manovre della finanza, riesce alla grande: a Kiev, un autentico colpo di Stato attuato da una folla manipolata fa saltare gli accordi fatti fra gli europei e Putin e s’instaura il governo voluto da Washington; l’Ucraina sbatte la porta in faccia a Mosca e Berlino è costretta ad allinearsi. Resta però da gestire il dopo, e qui per gli Usa cominciano i problemi. 
Nel piano originale era previsto che gli Europei, pressati dalla tensione creata con la Russia, si facessero carico delle spese di una Nato proiettata a Est, fin sulle soglie di Mosca, scaricando su di loro i costi di una contrapposizione funzionale a Washington; ma con la crisi economica in corso, malgrado gli stimoli e i rimbrotti, la risposta corale è stata un no. Allo stesso modo, attizzando il livello del confronto e sabotando ogni occasione d’accordo ragionevole tutte le volte che Putin faceva un’apertura, Obama ha puntato a sanzioni che mettessero in crisi la zoppicante economia russa, facendone pagare il costo agli Europei. Anche in questo caso, però, la risposta è stata tutt’altro che entusiasta; ad eccezione di alcuni Stati, Polonia e paesi Baltici in testa, persi dietro sogni di rivalsa su Mosca, son stati molti quelli che hanno frenato: Germania, Francia e l’Italia a seguire. A smuovere Parigi non è bastato il ricatto e poi la ritorsione d’una mega multa (8,97 Mld di $) inflitta a Bnp Paribas, il più grande istituto di credito francese; quanto a Berlino, non aveva alcuna intenzione di smantellare decenni di relazioni costruite pazientemente e, passo dopo passo, i suoi rapporti con gli Usa si sono deteriorati, giungendo al minimo storico dopo l’ennesimo caso eclatante di spionaggio, con il responsabile della Cia espulso come si faceva con gli agenti del Kgb ai tempi della Guerra Fredda. Un disastro politico.
Comunque sia, nel frattempo, attraverso il potere della finanza e del dollaro, Washington fiacca l’economia russa e induce massicce fughe di capitali; Obama pensa d’aver messo Mosca nell’angolo, quando, a maggio, Putin vola a Shanghai per chiudere un megacontratto di fornitura di gas (oltre a molti altri accordi strategici) su cui si trattava da dieci anni. Le condizioni sono quelle di Pechino, che in più si vede aperte le risorse russe della Siberia e l’ingresso nelle società di sfruttamento, ma per Mosca è uscire dall’impasse, trovando la sponda della Cina, e dare nuove prospettive al proprio gas in tutto l’Estremo Oriente. Per gli Usa è un doppio capolavoro alla rovescia: veder uscire Putin dall’isolamento e , soprattutto, fare un piacere colossale a Pechino, il vero competitor globale.     
A conti fatti la Dottrina Obama, usata in Ucraina, ha destabilizzato un Paese, preda d’una guerra civile che non si sa quando finirà e che comunque sta scavando fossati d’odio assai difficili da colmare; ha distrutto il rapporto con la Germania, che sempre più pensa a una via sua con Russia e Cina; ha buttato Putin in braccio a Xi Jinping, alle condizioni di quest’ultimo. Se si pensa che, nel 2009, all’inizio del suo primo mandato, Obama voleva puntare su Mosca per contenere Pechino.

Dinanzi a simili comportamenti, cinici quanto irresponsabili, sta agli Europei tirare le conclusioni: ripensare la Nato e le sue funzioni, che non possono essere la sfacciata proiezione degli interessi Usa; ripensare la Ue e le sue dinamiche, che non possono essere strumenti accessori della Nato, con l’allargamento indeterminato a Oriente, né essere appaltate ad alcuni Stati per tutti. Inoltre occorre riflettere sul Ttip, quell’accordo attraverso cui gli Usa intendono imporre un controllo e un dominio commerciale ed economico; siglandolo l’Europa si consegna a Washington e chiude con la Russia (con cui ha mille coincidenze d’interessi) e con il mercato e i capitali cinesi. Sarebbe peggio che stupidità, sarebbe un errore colossale. 

giovedì 21 agosto 2014

L’Unione Europea è l’antitesi dell’Europa


di Michele Orsini 

10292138_10152507970166204_5192336659519543511_n
“Le stucchevoli polemiche cui abbiamo assistito negli ultimi anni e hanno opposto coloro che rivendicano la necessità del riconoscimento delle radici cristiane e coloro che vorrebbero negarla, preferendo invece riconoscere quelle illuministiche, indicano quanto la cultura attuale sia abitata da opposti monismi e percio lontana dal superamento delle contraddizioni, insomma quanto poco sia europea: difatti si tratta di una cultura che emerge dal fenomeno pervasivo della globalizzazione, che con altre parole potremmo definire occidentalizzazione ovvero americanizzazione.
L’ ideologia globalista è portatrice d’una sorta di monismo economicistico secondo il quale il mondo in cui viviamo è l’unico possibile, non esistono alternative, il valore economico è l’unica discriminante tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quindi le leggi del mercato devono prevalere.
Questo pensiero unico corrisponde al progetto statunitense, come ben evidenzia Jeremy Rifkin quando asserisce che per gli americani la libertà è associata all’autonomia, cioè al fatto di non dipendere dagli altri, soprattutto dal punto di vista economico: per essere liberi, gli americani pensano che si debba essere ricchi.
II sogno europeo invece è esattamente l’opposto: per gli Europei essere liberi è porsi in relazione con gli altri, unirsi, condividere, aprirsi. La nostra è da sempre una società dell’inclusione. Ora è evidente che l’Unione Europea e le sue istituzioni sono volte realizzare non il sogno europeo, ma quello a stelle e strisce, che è il suo opposto. Perciò si può dire che l’azione politica dell’Unione Europea è antieuropea e che l’uso della parola Europa come sinonimo di CEE e poi di UE, dapprima raro ed informale, negli ultimi anni più regolare ed esteso, nasconde non solo un’insidia, ma addirittura una menzogna.
I padri fondatori dell’Unione Europea posero gli Stati nazionali al centro del loro progetto d’integrazione, che essi concepivano appunto come un graduale negoziato tra Stati sovrani; poi, negli anni Ottanta del secolo scorso, prese piede la politica economica del cosiddettoWashington consensus, improntato sulla teoria neoliberale e sul principio del minimo intervento statale. Si innestò un processo che portò rapidamente all’erosione delle sovranita nazionali dei singoli Stati membri, giungendo cosi, per citare le parole del compianto professor Costanzo Preve, alla «incorporazione di quest’Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato».
La tendenza a confondere gli interessi dell’Unione Europea con quelli della NATO è emersa dopo la fine della Guerra Fredda e si è rafforzata con la pratica dell’ interscambiabilità di persone che occupano posti chiave nei due organismi. L’Unione Europea era all’origine una grande opportunità, difficile è capire se lo possa essere ancora, di certo perché ciò sia possibile si dovrebbe eludere ogni richiesta, da parte delle istituzioni UE, di cessioni di sovranità, anzi i singoli Stati membri dovrebbero fare ogni sforzo per riconquistare ognuno la propria e poi, volendo ancora perseguire una politica europeista, trovare piuttosto un modo di sommare sovranità e forze, cosi da poter divenire davvero un attore globale.
Per rendere possibile il cambiamento dell’attuale scenario è allora necessario un recupero culturale dell’identità europea che parta dalla soluzione di un malinteso che inquina da molto tempo l’opinione pubblica, ovvero dalla presa di coscienza del fatto che l’Europa non è Occidente o per meglio dire, essendo sua caratteristica principale la coesistenza armonica degli opposti, è sia Oriente sia Occidente. L’ identità europea va piuttosto difesa dai rischi connessi alla globalizzazione.
Far coincidere il concetto di Europa con quello di Occidente è truffaldino, almeno quanto farlo coincidere con quello di Unione Europea, ed anche di più, se si considera che l’idea contemporanea di Occidente è stata elaborata nell’ambito del pensiero politico statunitense «proprio per differenziarsi dall’Europa; anzi, addirittura contro l’Europa». Creare il malinteso è utile alla propaganda occidentalista per poi definire come nemico l’orientale di turno.
L’effetto è quello di indebolire la società europea, rendendola inconsapevole della particolare forma di convivenza di cui è portatrice.
(…)
La forma di coesistenza che permette di non scegliere tra due poli opposti ma di conciliarli è quella comunitaria, la quale, dopo aver caratterizzato a lungo l’Europa, ha lasciato spazio alla forma societaria; quest’ultima, sommamente individualista, promette il massimo della libertà, ma alla fine si rivela un apparato fatto per addomesticare i suoi membri e indirizzarli ad obiettivi precostituiti, decisi in altre sedi e talvolta perfino contrari agli interessi dei singoli coinvolti. Nell’epoca della globalizzazione il singolo è soprattutto consumatore, «solitario collezionista di sensazioni», educato fin dalla più tenera età attraverso la pubblicità, che pone molta attenzione e investe molte risorse nel tentativo di fidelizzarlo: quando ha successo, lo renderà a un tempo omologato e solitario.
In un’ideale organizzazione informata ad un perfetto collettivismo, invece, sarebbe escluso il problema della solitudine, ma esasperato il rischio dell’omologazione.
La comunità altresì può permettere all’individuo di svilupparsi pienamente, in quanto il senso d’appartenenza esalta o almeno aiuta ad accettare le peculiarità individuali. Vi è un’evidente omologia fra I’equilibrio tra generale e particolare che caratterizza l’ idea di Europa e I’equilibrio tra comunita e individuo.
Se il percorso politico necessario per una ricostruzione europea potrebbe passare indifferentemente da una modifica dell’attuale Unione Europea, oppure da un suo scioglimento e da una successiva riaggregazione mediante istituzioni con nomi differenti, imprescindibile è compiere in parallelo un percorso culturale di ricomposizione dei dualismi.”
Da L’Unione antieuropea, di Michele Orsini in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2014, pp. 160-162 (grassetto nostro).

martedì 19 agosto 2014

Mario Draghi e la battaglia europea



Siamo ormai al diciannovesimo anno di guerra mondiale. Come ricorderemo la dichiarazione di inizio, dopo numerose scaramucce e scontri preparatori, data 1 gennaio 1995, quando l'Uruguay Round, iniziato nel 1986, si concluse con l'inaudita decisione di abolire le barriere allo scambio dei beni, come dei servizi e delle proprietà intellettuali.
Da allora il potente WTO ha demolito sistematicamente ogni barriera alzata nei secoli a protezione delle vite e dei beni dei popoli del mondo,mettendo in contatto senza filtri e protezioni tradizioni e culture diverse e sistemi sociali altamente differenti. Se si considera che nella definizione di "servizi" sono sostanzialmente ricompresi i capitali finanziari ed i servizi connessi, l'evento manifesta, a quasi venti anni di distanza, tutta la sua geometrica potenza.
servizi finanziari, rendono possibile ai capitali di alzarsi da terra, rifiutare il legame con le modalità di produzione socialmente determinate che li hanno generati e muoversi, vorticosamente, in cerca di maggiori "rendimenti" nel mondo. Cioè in cerca di un maggiore tasso di sfruttamento di condizioni locali. Tasso che indifferentemente si può manifestare attraverso un intervento immobiliare speculativo (da realizzare in fretta e cedere altrettanto rapidamente, attraverso la nuvola dei derivati), l'azione sul capitale di aziende produttive (rapidamente passate di mano tramite il loro pacchetto azionario) o movimenti su prodotti direttamente finanziari, assicurativi, fondati su commodities o qualsiasi altro simulacro di valore.
Questo mondo, da allora, brucia perché le valli sono state messe in contatto con le montagne, le colline con i laghi. Per il metro universale del denaro sono altrettanti ostacoli. Nello sforzo di creare dalla natura il piano uniforme omnidirezionale senza attrito di cui ha bisogno, il codice denaro -e i suoi provvisori possessori- sta da allora furiosamente cavalcando il mondo e travolgendo ogni ostacolo.
La guerra mondiale cesserà quando il piano sarà livellato, quando i capitali alzati a Cupertino o a Londra troveranno lo stesso saggio di rendimento in ogni luogo. Questo sogno assurdo implica, però, un incubo per molti altri: saggio di rendimento è un altro e più gentile nome di saggio di sfruttamento.Vuol dire che il reddito ricavabile dal lavoro sarà diventato una media tra quello americano (o tedesco) e quello nigeriano (o cinese). Ovviamente a redditi simili, a parità di prestazione, corrispondono simili livelli di tenore di vita e di garanzie, simili livelli di sicurezza, simili di prestazioni assistenziali.
La guerra mondiale cesserà quando i nostri servizi saranno arrivati ad un livello intermedio tra il nostro attuale e quello cinese attuale. Ed il nostro reddito procapite della popolazione mediana, cioè dei lavoratori, sarà arrivato alla stessa media. La logica della concorrenza dice semplicemente questo. Qualche economista più onesto lo scrive anche (ad esempio Spence nelle ultime pagine del suo libro) ma tanto nessuno capisce.
Invece è semplice: la concorrenza con la Cina (ma anche, più vicino, con l'Albania dove stanno andando sempre più nostre imprese industriali) si vince quando i nostri salari saranno intermedi tra i 1.300 euro nostri ed i 400 cinesi (certo a parità anche della produttività e di altri fattori minori che si cerca comunque di uniformare). Quando un tenore di vita che non possiamo più permetterci, si sarà riadattato. Quando non "vivremo più al di sopra dei nostri mezzi".
Come pensi l'aristocrazia finanziaria (ma in realtà si tratta di un sistema finanziario-industriale) di ottenere questo risultato brillante (per loro) senza che ci siano reazioni è abbastanza un mistero. Ma si sa, il denaro ha lo sguardo corto.
In questa guerra ventennale è da tempo in corso una "battaglia europea" particolarmente cruenta. Il percorso di creazione dell'intera costruzione europea si inserisce direttamente in questo quadro (che ha notevolmente contribuito a costruire) e non sarebbe assolutamente comprensibile altrimenti. L'Unione Europea, con la sua disfunzionale deformazione caratteristica (un omone con un braccio colossale ed un altro rachitico), non ha alcun senso se non si percepisce la dominazione di questo pacchetto di interessi e la trappola nel quale, intenzionalmente ma in modo poco avveduto, ha condotto tutte le forze sociali e politiche europee. Se non si comprende il disegno tecnicamente eversivo che lo sottende.
Fortunatamente i principali agenti provvedono continuamente a ricordarcelo.Soccorre dunque il generoso Mario Draghi, che con rituale comunicazione periodica (simile a quella del 14 luglio) ci chiede di rinunciare alla nostra sovranità per affidare ad un non meglio precisato "organo europeo" (presumibilmente emanazione del Consiglio) il controllo delle "riforme strutturali", senza le quali non cresceremmo.
Cosa sono le "riforme strutturali"? La formula ha un sapore mistico. Si tratta della Salvezza che deve essere abbracciata, senza la quale nessuna possibilità di grazia è data. Ma in effetti è ancora molto semplice: si tratta di continuare la guerra, rendere ancora più veloce la circolazione, eliminare ogni vecchio attrito, aumentale la flessibilità.
Consentire ai titolari dei capitali di investirli rapidamente, senza tante storie, senza precauzioni, limiti, garanzie (ad esempio per il paesaggio, rispetto ad una speculazione immobiliare condotta da un fondo assicurativo inglese, o italiano; per l'ambiente, rispetto ad un investimento industriale; per il lavoro, nello stesso caso o nei servizi), responsabilità (a partire dalla esazione fiscale del valore prodotto nel paese). Secondo la visione del banchiere, infatti, i mitici "investitori" sono scoraggiati dal clima autorizzativo, dalla fatica che fanno per avere i permessi; poi dal mercato del lavoro, ancora troppo legato e troppo costoso; infine dalle leggi.
Io credo che tutti siano scoraggiati: dalla mancanza di opportunità, dalla carenza di domanda per i propri prodotti i servizi, dall'eccesso di indebitamento dei privati e delle imprese, dalla indisponibilità del sistema bancario -che ha avuto e continua ad avere immensi privilegi dallo stato- a fare la sua parte generando credito. Che il nostro paesaggio vada maggiormente tutelato, perché è un essenziale patrimonio di cui disponiamo; che l'ambiente vada protetto e soccorso, non sfruttato; che il lavoro vada qualificato e valorizzato, innalzato e potenziato sia in termini di salari sia di produttività (due cose che normalmente vanno insieme, come troppo spesso si dimentica); che la responsabilità di tutti coloro che producono ricchezza sia anche verso il paese che lo ha reso possibile. Gli "investitori" siamo tutti noi, e dovremmo trovare nella cura per i luoghi e per le culture che ci hanno fatto ciò che siamo la ragione per fare la nostra parte.
A chi sposta una fabbrica dall'altra parte dell'Adriatico per lucrare qualche centinaio di euro di minore salario ai propri lavoratori, va con fermezza richiesto di avere pari condizioni di accesso. Se la fabbrica garantisce eguale protezione dell'ambiente, del paesaggio e delle condizioni di lavoro, i prodotti equamente possono essere in competizione con i nostri. Ma se il risultato della produzione è ottenuto sfruttando il territorio in misura maggiore, generando maggiori esternalità, sfruttando i lavoratori (in rapporto al diverso potere di acquisto) in modo selvaggio, o grazie a facilitazioni fiscali non sostenibili (e dunque competitive) dovrebbe essere diritto difendersi.
Se vogliamo parlare di riforme, iniziamo da queste: eliminazione di ogni dumping fiscale entro la UE e innalzamento di barriere compensative (possibili anche entro la camicia di forza delle regole del WTO se si vuole e si ha coraggio) verso i paesi che intenzionalmente fanno dumping verso di noi; riforma della tassazione delle grandi corporation (se la pressione fiscale complessiva deve calare, quella alle corporation deve iniziare); welfare europeo comune (almeno il livello di base); salario minimo europeo.
E parliamone nel Parlamento Europeo (e nei Parlamenti Nazionali), non certo nel Board della BCE, che, come ricorda anche Foa, in questi temi non ha da dire, non deve parlare, non può farlo.
di Alessandro Visalli 

giovedì 14 agosto 2014

La Germania: riassunto per i politici


(...cari lettori, questo post sarà pieno di ovvietà. Non vogliatemene: sto cercando di ampliare la platea degli interlocutori)


Fin dall'inizio della mia attività di divulgazione ho insistito sul fatto che quello che rendeva certa la fine dell'euro non era il fatto che esso danneggiasse i paesi deboli, quanto che danneggiasse anche quelli forti. Faccio solo due esempi:

1) il 23 agosto del 2011: "la Germania segherà il ramo su cui è seduta"
2) il 23 luglio del 2013: "il menù dei prossimi mesi sarà il crollo dei 'virtuosi'"


Oggi sono uscite stime pessime sul Pil tedesco, e quindi scrivo l'ennesimo QED di questo blog, ma tengo a precisare che alla Germania non sta andando male perché io porto sfiga, ma perché l'economia è una scienza, una scienza che per bocca dei suoi esponenti più qualificati aveva chiarito che le cose dovevano andare come stanno andando.

Due atteggiamenti mentali errati hanno impedito al vasto pubblico, ma anche a molti colleghi, di capire il senso e la fondatezza di queste mie osservazioni.

Il primo è mutuato dalla "cultura" calcistica. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa lo vive come Italia-Germania 3 a 4, cioè come una situazione nella quale siccome noi stiamo perdendo, allora la Germania sta vincendo. Ma l'economia non funziona così: l'economia esiste perché esiste lo scambio, e il creditore che strozza il debitore non risolve nulla.

Il secondo è mutuato dalla "cultura" geopolitica, in versione vagamente complottarda. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa pensa che dietro ci sia un disegno della "Germania", che è spregiudicato e potenzialmente autodistruttivo, ma che al redde rationem non ci si arriverà, perché la "Germania" è furba (!), e quindi si arresterà sull'orlo del baratro. Ma la SStoria non funziona così. Già nel secolo scorso la "Germania" non si è arrestata sull'orlo del baratro, semplicemente perché la "Germania" non esiste. La SStoria non è un teatro dei pupi, col pupo "Germania" biondo e cattivo, il pupo "Italia" moro è buono. All'interno della società tedesca opera una pluralità di pulsioni e di interessi scoordinati, la cui composizione dipende da un insieme di fattori spesso aleatori, e non c'è alcuna certezza che la leadership tedesca: (i) avverta l'avvicinarsi del punto di rottura; (ii) disponga degli strumenti per evitarlo; (iii) raccolga in una opinione pubblica che ha contribuito a disinformare (raccontando che la colpa della crisi era solo nostra) il consenso necessario per contribuire a rimediare alla situazione.

Quindi l'euro finirà, ed è importante capire perché, ma per capirlo bisogna capire perché è stato fatto.

Caro politico, supponiamo che tu passi di fronte a una vetrina e vedi una cosa della quale hai bisogno, che ti piace, che è di buona qualità. Cosa può impedirti di acquistarla? Due sole cose: o il prezzo troppo elevato, o, se il prezzo è giustificato dalla qualità (e quindi saresti disposto ad acquistare), il fatto che tu non abbia soldi in tasca. Il prezzo potrebbe essere troppo elevato ad esempio perché quella cosa piace a tutti, tutti la chiedono, e quindi il commerciante adegua il ricarico: si chiama legge della domanda e dell'offerta. Gli economisti chiamano questa cosa "teoria della domanda": la domanda di un bene dipende dal reddito del compratore e dal prezzo del bene.

Se questo ti è chiaro, caro politico, allora ti sarà chiaro anche:

1) perché è stato fatto l'euro, e:
2) perché imploderà.

Tralasciamo, per favore, la ricca aneddotica (geo)politica (Mitterrand che voleva imbrigliare Kohl, ecc. ecc.): tutto vero, ma anche tutte fregnacce. Mitterrand era un uomo profondamente supponente, ignorante di economia, roso dall'ambizione e da un tumore ai testicoli che gli era stato diagnosticato all'inizio del suo primo mandato, il che sicuramente lo rendeva poco lucido. Va ammirato, dal punto di vista umano, per essere riuscito a portarne a termine due, ma dal punto di vista politico, anche trascurando il dato clinico che vi ho ricordato, è stato un demente che ha contribuito al disastro nel quale versa il suo paese. Per favore, lasciamolo da parte.

Il punto fondamentale è che legando il marco alle valute dei propri principali clienti, la Germania impediva al marco di rivalutarsi quando i beni tedeschi erano molto domandati. Era stato così per tutti gli anni '80: il marco era stato rivalutato ben sei volte nello Sme, contro le quattro svalutazioni della lira. Ma con l'euro questo finiva, il che significava, in buona sostanza, che gli imprenditori tedeschi potevano in tutta sicurezza intraprendere una politica di compressione dei salari. Che c'entra, mi chiederete?

La compressione dei salari ha due effetti: aumenta i profitti (se una fetta della torta si stringe, l'altra si allarga), e rende i beni nazionali più convenienti (se riduci il costo del lavoro, puoi tenere relativamente basso il prezzo dei tuoi beni). Questa seconda cosa è molto, molto importante, perché se togli soldi ai tuoi operai, riducendo i loro salari, poi per fare profitti devi vendere all'estero, visto che i tuoi operai i soldi per comprare i tuoi beni non ce li hanno più!

Vi è chiaro, amici (o nemici) politici? Se vi è chiaro, continuerete a chiedermi: ma cosa c'entra il cambio?

C'entra. Cosa sarebbe successo negli anni '80 o '90 se la Germania avesse fatto una politica di dumping sociale aggressivo (cioè di vendita "sottocosto" realizzata tagliando i salari dei propri lavoratori, di "svalutazione interna")? Salari più bassi, quindi prezzi più bassi, quindi più convenienza ad acquistare in Germania dall'estero, quindi più domanda di marchi per comprare beni tedeschi, quindi rivalutazione del marco, quindi meno convenienza ad acquistare in Germania dall'estero. Alla fine gli acquirenti esteri avrebbero perso sul prezzo del marco quello che guadagnavano sul prezzo del bene tedesco in marchi, e si sarebbe tornati al punto di partenza. Gli imprenditori tedeschi sarebbero rimasti con una domanda interna depressa (per via della riduzione del salari), ma con una domanda estera uguale a prima!

Vi prego, vi scongiuro, almeno voi, cari politici, fate un piccolo sforzo: salite di un gradino per la scala dell'evoluzione, non dite, come i giornalisti: "Queste sono le tue teorie!". Vi cito lo studio di un economista della London School of Economics, Kevin Featherstone, ardente sostenitore del progetto "europeista". Secondo lui, in Germania "EMU provided opportunities to the social partners [...] the business community sought it as an opportunity for labour market flexibility and a means of getting rid of an ovevalued DM".

Lo studio lo trovate qui, e la traduzione, se serve, è: "in Germania la moneta unica offrì delle opportunità alle parti sociali [...] gli industriali lo vollero come opportunità per introdurre la flessibilità sul mercato del lavoro e come strumento per sbarazzarsi di un marco sopravvalutato".

Ma perché il marco era sopravvalutato? Perché il mercato funzionava: i beni tedeschi sono belli? Bene, li compriamo. Però dobbiamo comprare il marco, e il marco sale...

Con l'euro non è così: se il paese forte pratica una politica sociale aggressiva (taglia i salari) le sue esportazioni esplodono, ma il mercato dei cambi non interviene a correggere lo squilibrio, perché non c'è più mercato dei cambi. Capito perché ci voleva la moneta unica per introdurre la flessibilità? Perché prima della moneta unica flessibilità, precarizzazione, taglio dei salari, avrebbero determinato una rivalutazione. Con la moneta unica no.

Il risultato è che gli acquirenti dei paesi deboli continuano a comprare beni del paese forte, e per farlo devono indebitarsi, fino a quando non arriva il redde rationem. Per noi è arrivato quando è saltato il mercato dei subprime, titoli tossici dei quali gli idioti di Duesseldorf si erano imbottiti.Una volta compromessa la sostenibilità del loro sistema finanziario privato, perché i crediti verso gli Usa erano diventati inesigibili (e non era il caso di chiedere i soldi indietro con le cattive), i paesi egemoni hanno fatto la voce grossa col Sud, smettendo di finanziarlo (anche se fino a quel momento gli era convenuto, perché i prestiti sconsiderati erano serviti ad alimentare la domanda di prodotti tedeschi). Il resto lo sapete.

Quindi la Germania ha vinto?

No.

Qui vorrei, cari politici, che se vi interessa sul serio fare il vostro lavoro vi prendeste mezz'ora per leggere quello che ho detto ai vostri colleghi in Commissione finanze.

Cerchiamo di capirci, tornando all'esempio della vetrina. Se il meccanismo di prezzo non funziona, cioè se il prezzo è tenuto artificialmente basso, allora l'unica cosa che può impedirti di comprare è essere privo di soldi (nel caso in cui il negoziante non voglia farti credito, cosa che il negoziante Germania non vuole più fare, come avrete capito)!

Nell'Eurozona il prezzo dei beni del Nord è tenuto artificialmente basso perché il tasso di cambio, che è il prezzo che si aggiusta più rapidamente, è bloccato. Da qui un'ovvia conseguenza: se un paese del Nord fa una politica sociale aggressiva (taglia i salari), i paesi del Sud sono costretti a seguirlo, o immediatamente, o dopo essersi indebitati avendo acquistato una vagonata di beni del Nord, grazie al credito erogato dal negoziante del Nord. Ovviamente la prima soluzione non viene mai praticata: nessun governo vuole perdere consenso, soprattutto considerando che un conto è tagliare i salari in un paese relativamente ricco, e un altro conto tagliarli in un paese relativamente povero. Capito perché la flessibilità del cambio è "di sinistra", o comunque di "destra sociale", o comunque non conduce all'iniquità? Perché consente alle classi dirigenti dei paesi meno ricchi di isolare il proprio paese dalle scelte aggressive dei paesi più ricchi, e quindi rallenta (se non impedisce) l'aumento di disuguaglianza al quale assistiamo in questi anni.

In altre parole, visto che l'aggiustamento di prezzo (il cambio) non funziona, per riportare in equilibrio i conti esteri bisogna usare l'aggiustamento di reddito, cioè l'austerità: tagliare spesa pubblica per tagliare reddito privato per creare disoccupazione che modera i salari e per ridurre le importazioni. Questo è quello che ha fatto Monti e ce lo ha anche detto. Lo ha fatto nell'interesse dei creditori esteri, naturalmente.

Voi direte: "Be', ma la Germania potrebbe fare politica espansiva...".

Allora quanto precede non è chiaro:

1) non esiste "la Germania";
2) una politica espansiva seria imporrebbe di distribuire ai lavoratori tedeschi i guadagni di produttività da essi conseguiti, ma questo richiederebbe una compressione dei profitti che le aziende tedesche non sono disposte a subire, e determinerebbe probabilmente una pressione inflazionistica che i creditori tedeschi non sono disposti a subire (perché se c'è inflazione, i soldi che hai prestato perdono potere d'acquisto, e quindi i creditori l'inflazione non la vogliono. Punto).

In altre parole, non ci sarà mai una politica espansiva da parte della Germania, e questo ce lo hanno detto chiaro e tondo sia Bolkestein che Henkel. Il "negoziante" tedesco non comprerà mai abbastanza dal "cliente" italiano perché il "cliente" italiano possa acquistare dal "negoziante" tedesco senza indebitarsi. L'unica soluzione per il cliente italiano che non voglia indebitarsi è smettere di comprare: l'austerità.

Questa è la logica del sistema, ed è il motivo per il quale il sistema fallirà. Perché?

Perché c'è una cosa che dovete capire, cari politici, ve ne scongiuro. Lo so, richiede uno sforzo, è un totale rovesciamento di paradigma, ma è anche una cosa molto logica:

il motivo per il quale un insieme di paesi unisce le proprie economie non è competere con il resto del mondo, ma non competere col resto del mondo.

Cosa voglio dire? Voglio dire che le cose non stanno come i giornalisti e anche voi dite: "Dobbiamo unirci perché fuori c'è la Cina, non possiamo competere se non siamo grandi, in un mondo grande ci vogliono paesi grandi, per un paese grande ci vuole una grande moneta, e per una parete grande ci vuole un pennello grande".

No, non è così, per due motivi:

1) come possiamo pensare di competere con paesi che hanno il costo del lavoro più basso del nostro usando una moneta sopravvalutata come l'euro? E d'altra parte noi italiani, svalutando l'euro peggioreremmo la nostra situazione, perché spenderemmo in Germania quello che guadagneremmo negli Stati Uniti o in Cina.

2) i paesi che si mettono insieme lo fanno per creare un mercato (comune o unico) che serva da sbocco interno alla loro produzione, cioè, appunto, per non competere con il resto del mondo.

Mi spiego. Secondo Alesina (1997) il senso dell'unione è proprio questo: l'America va per aria perché ha fatto una politica del credito dissennata? E che ci importa!? Se loro non comprano più i nostri spaghetti, li compreranno i tedeschi: c'è un mercato comune che ci protegge dagli shock esterni, nel senso che all'interno del mercato comune troviamo la domanda che nel resto del mondo può venire a mancare per qualsiasi motivo. Con il mercato comune quindi il bisogno di rincorrere la domanda estera, cioè di "competere" col resto del mondo, dovrebbe venire meno, altrimenti il mercato comune o unico che sia non ha senso di essere.

Bene: siccome la nostra unione in realtà è una competizione dove, grazie all'euro, l'unica risposta possibile a uno shock è il taglio dei salari da parte dei paesi più deboli, cioè la distruzione di domanda, è chiaro che la nostra unione non ha senso è crollerà a meno che non venga abbandonato l'euro. Un mercato comune con una valuta unica in presenza di asimmetrie strutturali è un nonsenso economico. La moneta unica costringe a distruggere l'unica cosa che rende razionale il progetto di mercato comune: la domanda interna.

E attenzione: la distrugge prima al Sud, ma poi, come i dati di oggi dimostrano, anche al Nord. Il sistema si avvia all'implosione. Non è esattamente come dice Evans-Pritchard: l'euro non è un problema solo per l'Italia. L'euro è un problema per l'Europa, e quindi per l'Europa non c'è altra soluzione che l'abbandono dell'euro.

Vi prego, non date retta ai ciarlatani che vi propongono soluzioni miracolose come l'abbandono dell'austerità! Per loro un po' di spesa pubblica in più risolverebbe tutto. Una soluzione semplicistica e contraria alla teoria economica. Con prezzi fissi, un aumento di reddito comporta un aumento di importazioni. Se facessimo spesa pubblica ora, senza riallineare il cambio, rimetteremmo semplicemente in crisi i nostri conti esteri, cioè apriremmo la strada alla troika. Vi scongiuro, non ascoltate queste voci  sconsiderate, che vogliono farvi credere che l'euro sia buono, e la "Germania" cattiva, per cui tutto si risolverebbe con un po' di spesa!

Vi fornisco due esempi del contrario.

Il primo è Monti. Ripeto: lui lo ha detto chiaro e tondo che l'austerità serviva a riportare in equilibrio i conti esteri, a renderci competitivi. Perché? Perché manca l'aggiustamento di prezzo e quindi bisogna ricorrere all'aggiustamento di reddito. Punto.

Il secondo è la Spagna, che è un caso molto interessante. Come leggete sui giornali, la Spagna viene additata come esempio di paese che si è redento, ha fatto le riforme e quindi cresce. Questo non è vero, la Spagna è un paese distrutto, e la (poca) crescita che ha avuto finora è dovuta all'enorme deficit pubblico fatto in risposta alla crisi.

Quindi hanno ragione quelli del referendum contro l'austerità, il deficit fa crescere?

No.

Alla Spagna è stato consentito di violare il parametro del 3% per un motivo ovvio: i creditori tedeschi erano fortemente esposti verso la Spagna, e quindi, nel loro interesse, hanno lasciato che lo stato spagnolo si indebitasse per permettere al settore privato spagnolo di restituire alle banche tedesche i soldi che doveva loro. La deroga all'austerità nel caso spagnolo è stato lo strumento che il capitalismo finanziario tedesco ha usato per trasformare un suo problema (i crediti erogati indebitamente alla Spagna) in un problema degli spagnoli (una crescita del debito pubblico spagnolo che piomberà la Spagna per le prossime generazioni). Una massiccia trasformazione di debito privato in debito pubblico, una massiccia socializzazione delle perdite.

Qual è la lezione da trarre da questa storia? Semplice: che ora alcune (non tutte, alcune) istanze del capitalismo tedesco cominciano a capire che solo allentando la politica fiscale a Sud possono riuscire a salvare le proprie aziende. L'alternativa sarebbe allentarla al Nord, ma questo non vogliono farlo per i motivi che vi ho detto (non distribuire troppo reddito in quota salari). Anche se la Germania è meno esposta verso l'Italia che verso la Spagna, il crollo della domanda in Italia comincia a farsi sentire sulla loro economia. Quindi è chiaro che a certe istanze della società tedesca farebbe molto comodo che il nostro Stato ricominciasse a spendere "in deroga", come la Spagna: a prezzi e cambi fissi, questo sosterrebbe la domanda di beni tedeschi, e la loro nave potrebbe ripartire. Ma noi aggraveremmo il fardello delle generazioni future. Non so se è chiaro. Quello che preoccupa una certa "Germania" è che noi ormai non abbiamo più soldi per comprare BMW, e per pagare le tasse che attraverso i meccanismi "salvastati" vanno a salvare le banche spagnole, cioè i creditori tedeschi. Facile prevedere che sia imminente almeno un tentativo di ripensamento da parte della Germania sull'austerità. Secondo me questo tentativo fallirà: le diverse istanze del capitalismo tedesco non riusciranno a coordinarsi per adottare una politica razionale, quindi l'euro esploderà, ma nel frattempo, per favore, non aggraviamo la nostra situazione.

C'è un'unica soluzione per venirne fuori: lasciare che il meccanismo di prezzo, il tasso di cambio, riprenda a funzionare, quindi tornare alle valute nazionali. Se non parlate di questo, cari politici, se non cercate di capire come farlo, dialogando con gli economisti in buona fede del nostro e di altri paesi, ora perdete tempo, e domani perderete il potere. Farlo è nel vostro interesse.

Aggiungo una chiosa a beneficio dei colleghi anti-austerità, quella che avevo anticipato, prevedendo la loro ovvia e demagogica mossa, il 31/12/2013. Quello che state facendo è deplorevole, perché ostinandovi a non ammettere che l'austerità è una conseguenza dell'euro, e che senza rimuovere la causa non si può rimuovere l'effetto:

1) alimentate un pericoloso astio anti-tedesco (individuando nella Germania la causa dell'"ottusaausterità");
2) impedite (se siete di sinistra) la maturazione di una coscienza di classe negli elettori italiani (spingendoli ad approvare una scelta che è alla radice della loro sconfitta nel conflitto distributivo);
3) avallate indirettamnte la narrazione distorta dei media che ci indicano in paesi come la Spagna un caso da seguire (in base al "sillogismo" Spagnabello, Spagnadeficit, deficitbello);
4) aprite la strada a scelte di politica economica non coordinate che esporranno il nostro paese a gravi conseguenze in termini di squilibri finanziari interni e esteri, squilibri che a cambi fissi non possono essere risolti (condizione necessaria ma non sufficiente).

Vi prego: non fatelo.

E a voi, politici, una preghiera: non date retta alle sirene del "basta spenne, che cce vo'!". Qui occorre un cambio radicale delle regole europee, cominciando dall'abolizione della moneta unica e passando per tante altre cosette che sono descritte nel mio libro e in questo blog (e nella letteratura scientifica internazionale). Se ne può parlare, ma per favore, ricordatevelo: l'austerità è un male, ma è un male che ci viene imposto dall'euro, è nella logica dell'euro. Chi vuole l'euro vuole la recessione. Chi, come i colleghi "antiausterità", vuole l'euro, ma non vuole la recessione, in realtà vuole solo il commissariamento del nostro paese da parte della troika. Se siete politici italiani e non siete politici tedeschi dimostratelo.

di A. Bagnai

venerdì 8 agosto 2014

MARIO MAURO, CI HANNO CONSEGNATO LA STESSA LETTERA DI BERLUSCONI, SENZA LO SFREGIO DELLA FORMA SCRITTA

Servirebbe “un po’ di metodo Letta”, bisognerebbe seguire un metodo che “non comprenda più l’arroganza” e allargare la maggioranza di governo a Forza Italia. Mario Mauro, senatore centrista ed ex ministro della Difesa, riflette sulla dura rampogna che Mario Draghi ha riservato ieri all’Italia e dice che ci ha fatto cortesia di evitarci “lo sfregio” di una nuova lettera della Bce.

D: Ieri Draghi e la Bce ci hanno fatto l’agenda di governo, altro che riforma del Senato e legge elettorale…

R: “In sostanza Draghi ha ridetto al governo italiano in carica, anzi, a tutto il nostro sistema istituzionale, le stesse cose che Trichet aveva preconizzato nella famosa lettera del 2011. Certo, oggi il destinatario non è più Silvio Berlusconi, da irridere facilmente perché ritenuto aprioristicamente in grado di degradare le finanze pubbliche, ma è un governo come quello di Renzi, nato recentemente nella cifra della speranza e del rilancio della fiducia”.
Mario Draghi tra le cento persone pi influenti al mondoMARIO DRAGHI TRA LE CENTO PERSONE PI INFLUENTI AL MONDO

D: E perché la Bce ci ripete le stesse cose di tre estati fa?

R: “Oggettivamente non è stato adempiuto quanto detto nella famosa lettera, se non in parte sulle pensioni. Non sono state toccate le partecipate locali, non c’è vera concorrenza sui prodotti, non si è entrati nel merito dell’organizzazione del mercato del lavoro, non si sono ridotto i tempi con cui anche la giustizia partecipa alla nascita di un’impresa, non ci sono stati spazi per vere riduzione fiscali”.

D: E perché la Bce chiede tutte queste cose adesso?

R: “Secondo me l’intenzione di Draghi era quella di evitare a questo governo lo sfregio di una lettera della Bce. Insomma, le parole di ieri, ancorché dure nella sostanza, sono un gesto di attenzione e cortesia verso un Paese che guida il semestre Ue. Poi, ormai, c’è preoccupazione sul nostro debito pubblico, che non è una cosa nuova ma torna d’attualità perché ci sono misure che scommettono sulla ripresa dei consumi, come quella degli 80 euro di bonus, che come in passato l’abolizione Ici di Berlusconi, possono funzionare solo insieme a quelle altre riforme-leva di cui abbiamo parlato prima”.
Matteo RenziMATTEO RENZI

D: Che cosa ci aspetta in autunno?

R: “Mi aspetto molta attenzione sulla tenuta dei conti pubblici e quindi tagli lineari per i vari ministeri”.

D: Non tagli selettivi del tipo “tu risparmia tot e tu risparmia quest’altra cifra?”

R: Temo che a questo punto non ci sia più tempo. Prevedo tagli lineari, ma posso aggiungere una cosa più politica?

D: Certamente

enrico letta xENRICO LETTA X
R: Credo che sia il momento di coinvolgere anche Forza Italia. C’è un macigno sulla strada del Paese e non possiamo che spostarlo tutto insieme. Bisogna capire che va recuperata la logica della grande coalizione sotto la quale è nata questa legislatura, in modo da salvarla. E bisogna studiare forme di coinvolgimento anche di grillini, vendoliani e leghisti. Soprattutto la Lega non può assistere al depauperamento del Nord senza muovere un dito. Tutto questo con un metodo che non comprenda più l’arroganza

D: Dove vuole arrivare Draghi quando parla di cessione di sovranità?

VAn Rompuy Dal CorriereVAN ROMPUY DAL CORRIERE
R: “L’Unione europea ha tra le sue ipotesi quella di natura federale. Oggi non lo è, ma concettualmente la prospettiva a cui si riferisce Draghi c’è ed è quella degli Stati Uniti d’Europa. Quello di Draghi è chiaramente solo un auspicio perché purtroppo su questo non c’è la disponibilità degli Stati. Nel caso dell’Italia, e del riferimento di ieri, il senso è di dire che “deve pensarci l’Europa” se un Paese non accetta le esortazioni europee e diventa un Paese pericoloso per tutta l’Unione. Questa esortazione per l’Italia si manifesta sotto forma quasi imperativa, ma in realtà è un semplice desiderio”.

D: Renzi dovrà cambiare registro, meno annunci e spacconate e più sostanza. Lei stesso prima parlava di arroganza. Ma ne è capace?

R: “Io credo che qualunque governo di fronte allo stato di necessità sappia come reagire e debba farlo nel più breve tempo possibile. Quale governo e quale uomo politico metterebbe a rischio il suo Paese?”

SILVIO BERLUSCONI ALLUSCITA DALLA SACRA FAMIGLIA DI CESANO BOSCONESILVIO BERLUSCONI ALLUSCITA DALLA SACRA FAMIGLIA DI CESANO BOSCONE
D: Dopo sei mesi tocca dire che il Paese dovrà rimpiangere Enrico Letta, che con Bruxelles e Francoforte sapeva come tenere i rapporti?

R: “Ho sempre detto che il governo Letta era un governo dei piccoli passi, ma credo tutti nella direzione giusta. Accertato che la nota caratteristica del governo Renzi è l’accelerazione e la velocità, bene farebbe la maggioranza che lo sostiene a porsi qualche domanda sulla direzione, ovvero chiedersi se la direzione sia quella giusta. Se uno risponde in modo serio a questa domanda, si pone immediatamente il problema dell’allargamento della maggioranza. Forse un po’ di metodo Letta aiuterebbe. Intanto Renzi dovrebbe mettere Enrico al posto di Van Rompuy come presidente del Consiglio d’Europa. Aspettano solo noi…”

2 - RIFORME: MUCCHETTI (PD), "UNA VITTORIA DI PIRRO"
MARIO MAUROMARIO MAURO
Comunicato stampa - "Una vittoria di Pirro". Così Massimo Mucchetti commenta il voto sulle riforme dato oggi dall'aula di palazzo Madama dal suo sito. "La maggioranza allargata a Forza Italia - continua Mucchetti - poteva contare su circa 230 voti. Ne ha presi 183, francamente pochi. Soprattutto per una legge di riforma costituzionale.

Un risultato lontanissimo dalla maggioranza qualificata dei due terzi e pericolosamente vicino alla maggioranza assoluta che serve per superare la prossima lettura in Senato (161 voti). Mi auguro che il premier sappia far tesoro dell’esperienza: l’entrata dell’Italia in recessione mentre il governo si occupa d’altro; le ampie riserve incontrate in Senato nonostante le forzature regolamentari; le tirate d’orecchi della Bce alle quali non si reagisce dicendosi d’accordo ma facendo qualcosa". Così conclude il senatore del Pd.

giovedì 7 agosto 2014

Crisi economica: se volete l’euro, volete la Recessione


Che sorpresa: siamo in recessione! Guardandovi intorno vi chiederete: perché, ne eravamo usciti? Tecnicamente sì. Nel 4° trimestre 2013 il Pil italiano era aumentato dello 0,13 % rispetto al terzo trimestre, portando il risultato annuo a un “esaltante” -1.85 %. Questo aumento, dopo nove diminuzioni consecutive, era il raggio di luce in fondo al tunnel che scacciava i gufi. Poi il primo trimestre 2014 era stato negativo, ora sappiamo che lo è stato anche il secondo: siamo nuovamente in recessione, e non una qualsiasi.
Negli ultimi tre anni il Pil è cresciuto in un solo trimestre. Una cosa simile non si è mai verificata nella storia dell’Italia unitaria, escludendo i periodi bellici. Perché succede adesso? Basta ascoltare l’autore di questo disastro, che ne ha confessato la ferrea logica economica. Nel primo trimestre del 2012 il Pil italiano aveva fatto -1%, un tonfo paragonabile solo a quello successivo al default Lehman. Nel maggio successivo, a un giornalista della Cnn che gli chiedeva dove pensasse di andare a parare con l’austerità, Mario Monti disse una frase da manuale di economia (ma non di politica): “Stiamo guadagnando una migliore posizione competitiva a causa delle riforme strutturali: stiamo in effetti distruggendo la domanda interna attraverso un consolidamento fiscale”. Cosa voleva dire l’allora premier? Prima dell’euro per comprare una Audi o una Bmw occorreva comprare marchi: se tutti gli italiani si innamoravano delle “tedesche”, il valore del marco saliva, e magari qualcuno ripiegava su un’Alfa Romeo. Al cuore non si comanda, ma anche col portafoglio non si scherza. L’euro impedisce il funzionamento di questo meccanismo di mercato e così alimenta le importazioni nel Sud di prodotti del Nord.
Un paese è in effetti come una famiglia: se esce per le importazioni più di quello che entra dalleesportazioni, la differenza va coperta con debiti. Avrete visto finanziarie tedesche offrire finanziamenti a prezzi stracciati per comprare auto tedesche? Se n’è lamentato perfinoMarchionne! Chi approfittava della cortese offerta, contribuiva ad aumentare il debito estero italiano. Notate che per il Nord prestare al Sud non è un problema, perché l’euro, oltre a drogare la competitività, elimina il rischio di cambio. Ma arriva il momento nel quale i crediti bisogna riscuoterli, magari perché scoppia una crisi, e i debitori devono “rientrare”. La prima cosa in questi casi è smettere di indebitarsi, e quindi, per un paese, ridurre le importazioni. Ma come si fa, se i rapporti di prezzo sono favorevoli ai beni esteri, e il cambio non può correggerli perché non risponde alle leggi del mercato? Semplice: si tagliano i redditi dei cittadini (aumentando le tasse o bloccando i rinnovi contrattuali). Se non hai soldi, non puoi spenderli, non puoi esprimere “domanda” di beni, nemmeno di beni esteri. “Distruggere domanda” significa tagliare redditi per ridurre le importazioni in modo da bilanciare i conti esteri.
Mica avrete creduto che l’austerità servisse a ridurre il debito pubblico? Ogni economista sa che non è così: in recessione l’austerità riduce redditi e gettito, peggiorando la situazione. E poi prima di Monti il debito pubblico non era un problema: l’ha ricordato il ministro Padoan! Sui conti esteri, però, l’austerità fa miracoli. Fra 2011 e 2013 Monti ha ridotto il rapporto fabbisogno-Pil di soli 0, 7 punti percentuali, ma il Prodotto interno lordo è crollato in due anni di più del 4 %, e quindi il rapporto debito-Pil è aumentato di 12 punti. Una catastrofe? Per noi sì, per i creditori esteri no: il saldo estero infatti è andato in surplus. Certo, i crediti vanno rimborsati. Ma perfino il vicepresidente della Bce ha detto che le banche del Nord sono state incaute! Distruggere l’economia di un paese per obbedire ai diktat di creditori incauti è immorale (perché anche i creditori avrebbero dovuto sopportare il peso delle proprie scelte sbagliate), e soprattutto sciocco. Il risultato infatti qual è? Quello che vediamo oggi in un’altra notizia: nell’ultimo mese gli ordinativi all’industria tedesca sono crollati di più del 3 %. Strozzando i propri debitori, che sono il suo principale mercato, la Germania sta strozzando se stessa. L’unica prospettiva di salvezza è quella cortesemente offerta dai promotori del referendum “anti-austerità”.
Eh già! Perché dopo averci sbriciolato per riavere indietro “il suo tesoro”, ora il Gollum tedesco, se vuole che qualcuno compri i suoi beni, deve far ripartire la domanda in Europa. Che c’è di meglio del permettere al Sud di ricominciare a indebitarsi? Vedrete: la Merkel sfoggerà presto il suo volto umano, non per far contenti i colleghi “anti-austerity”, perché le conviene. Ma a noi, invece di riprendere a indebitarci per aiutarla, converrebbe abbandonare l’euro, un sistema nel quale l’austerità è l’unico meccanismo di aggiustamento degli squilibri con l’estero.

Crisi: gufo a chi? Per una nuova idea idea di economia


Nel mio penultimo intervento “Gufi vs Struzzi”, ho provato a sollevare il tema delle diverse modalità di approccio con cui noi esseri umani siamo fisiologicamente indotti a interpretare la realtà. Da un lato, c’è l’archetipo del Gufo (da me umilmente introdotto assai prima che lo facesse il nostro fantasioso premier, nella sconcertante rubrica “Uova di gufo”), dall’altro lato c’è lo stilema dello Struzzo, cronicamente abituato a mettere la testa sotto la sabbia per non vedere i problemi. Curioso che, di fronte al “fatto” (inteso come categoria del Reale, che Nietzsche asseriva appunto essere “bove”, per la sua poderosa e inamovibile consistenza), il Gufo – oltre a registrarne egli per primo la presenza – ne enfatizzi la portata anche agli altri; mentre lo Struzzo – insabbiando la testa – sia proprio il primo a negarne l’esistenza! Non è un dettaglio irrilevante: lo Struzzo si convince della sua tesi “amputandone” per primo la percezione. 
Ma lasciando perdere la filosofia, l’etologia e discipline che con l’economia hanno apparentemente poco a che fare, oggi accade un… fatto: della tanto sbandierata crescita, ancora, non v’è traccia! L’Istat ha diffuso oggi il dato del PIL tendenziale del secondo trimestre di -0,2%. Recessione tecnica.
Se guardassimo i fatti con le lenti di un microscopio, scopriremmo intanto che il PIL è un sistema di misurazione della ricchezza palesemente inattuale, pressapochistico e, tecnicamente, distorto. Innanzitutto, si tratta di una grandezza di flusso e non di stock: già solo per questo, non contempla l’inevitabile depauperamento delle giacenze di risorse a disposizione. Non a caso, stanno nascendo in tutto il mondo indicatori sintetici che puntano a misurare non la ricchezza, ma il benessere. E, soprattutto, usando “ingredienti” assai più pertinenti e significativi.
Se la più celebre di queste nuove metriche è senza dubbio il FIL (Felicità Interna Lorda), adottata dal Bhutan per misurare il benessere anche in termini sociali, possiamo citare altri esperimenti che vanno in questa direzione: il PIL-Green in Cina (che contempla gli impatti ambientali della crescita), l‘indice di sviluppo umano introdotto dall’ONU (che corregge la crescita con il grado di alfabetizzazione e la speranza di vita), il Better Life Index in ambito OCSE (che integra la crescita economica con parametri legati alla qualità della vita); infine, in Italia, la stessa Istat ha da poco introdotto il BES (Benessere Economico Sostenibile), che però ha il grave difetto di non approdare ad un’unica quantificazione sintetica del benessere, limitandosi a fornire un ampio ventaglio di metriche sicuramente utili, ma purtroppo troppo dispersive ai nostri fini.
Il buon Renzi, per esempio, farebbe bene – anziché scagliarsi contro i Gufi – ammettere finalmente che in tutto l’Occidente stiamo misurando la febbre con una clessidra! O con una bilancia. O con un goniometro. In ogni caso, non con lo strumento idoneo. Se infatti mettessimo una buona volta da parte il microscopio, e provassimo a guardare i fatti con un telescopio, vedremmo che – al di là degli errati sistemi di misurazione – è l’intero paziente a dover essere trattato diversamente. Perché, con buone probabilità, non sarebbe affetto da una banale influenza.
Ci sono parole, in Italia, che sono considerate più pornografiche di una bestemmia. Queste parole, mettendo autorevolmente in discussione un intero palinsesto di (dis)valori a cui, però, ci hanno abituato decenni di energia a basso costo, non possono nemmeno essere pronunciate. Né scritte. Motivo per cui, non lo farò intenzionalmente nemmeno io. Perché dobbiamo tutti arrivarci un po’ alla volta. Come, per inciso, è accaduto a chi vi sta scrivendo.
L’economia tradizionale, quella che fa della crescita un mantra assoluto e dogmatico, quella che si basa sulla cronica insoddisfazione di noi occidentali (per spingerci a correre sempre di più e più in fretta, spesso senza sapere dove), quella fondata sullo spreco (concepito come forma più nobile di consumo), sui modelli irraggiungibili, sulle mode è un’economia al tramonto. Almeno in Usa e nel nostro caro, vecchio (in)continente. Siamo agli sgoccioli, non vogliamo ammetterlo, ma è così. Per questo, siamo ancora pienamente nella costellazione dello Struzzo. La prossima sarà inevitabilmente quella del Gufo.
Perché nonostante solo qualche mese fa, alla conferenza stampa di presentazione del DEF, Renzi abbia platealmente affermato – con una vera mossa da avanspettacolo – che “sarebbe stato quasi pronto a scommettere che [il +0,8% allora stimato, ndr] sarebbe stato smentito in positivo”, oggi l’Istat sta dando ragione ai Gufi. Come la mettiamo?