domenica 24 agosto 2014

Lo scambio del debito con il territorio: la nuova strategia della Elite globalista


di Adrian Salbuchi 





Nelle ultime decadi, decine di nazioni sovrane sono cadute in un crescente e profondo buco nero nell’indebitarsi con la megabanche sovranazionali per importi che eccedono di gran lunga quello che sarebbe il livello da poter ripagare. Si deve forse questo alla cattiva prassi professionale di questi banchieri assieme alla cattiva amministrazione dei governi o ad una gigantesca scalata?
Siamo noi dei semplici testimoni di come coloro che pianificano a lungo termine e che sono parte della Elite del Potere globale vanno ottenendo   gradualmente i loro obiettivi?
Bisogna essere in due per ballare il tango……
Le ricorrenti crisi del debito pubblico non sorgono come risultato di errori commessi dalle banche, nel concedere troppo facilmente i prestiti, né dell’ “innocenza” dei successivi governi delle nazioni irrimediabilmente indebitate.
Per la verità tutto sembra far parte di un modello globale di dominioaccentrato in un sistema di debito perpetuo che, in un articolo precedente abbiamo denominato il “modello Shylok”.

Allo stesso modo che il Tango ben ballato richiede ritmo ed energia, oggi l’Argentina si trova una volta di più nell’epicentro della volontà dei mega banchieri che hanno appena trascinato questo paese in un default tecnico.
Questo si deve non soltanto all’incapacità dell’Argentina di affrontare il pagamento del suo enorme debito esterno dentro le regole del gioco imposte e ridefinite in permanenza dagli usurai globali, ma anche perché adesso si  è aggiunta una nuova dimensione: l’immoralità e l’indecenza giudiziale dei tribunali Federali del Secondo Distretto di Manhattan a New York, presidiato dal giudice Daniel Griesa.
Questi finanzieri hanno dimostrato di non avere alcuno scrupolo e di poter utilizzare le leggi statunitensi al servizio dei perversi banchieri ed investitori parassitari come Paul Singer, dei fondi finanziari Elliot/NML e Mark Brodsky, conosciuti come “fondi avvoltoio” che però non sono soltanto questi ma anche altre mega banche e finanziarie come Goldman Sachs, HSBC, CitiCorp, JP Morgan, Deutsche Bank, Soros, Rothschild, Warburg, ed altri. (………..)
La Truffa del Debito Pubblico
I debiti pubblici degli stati oggi rappresentano una pericolosa truffa in pratica per tutti i paesi del mondo, inclusi gli Stati Uniti, il Regno Unito ed i paesi dell’Unione Europea.
Questi debiti si concretizzano come delle  vere “spade di Damocle” che minacciano la vita di un numero incontenibile di milioni di persone in tutto il mondo.
Qualcuno si potrebbe domandare : perché i governi si indebitano per cifre che eccedono largamente le loro possibilità di saldarli in tempi ragionevoli.
A questa domanda, economisti banchieri, operatori, professori di economia delle grandi Università, premi Nobel e i grandi media danno una risposta rapida, immediata, e monolitica: questo accade perché tutte le nazioni hanno necessità di investimenti ed investitori per poter costruire strade, impianti di energia, scuole, aeroporti, armare eserciti, erigere infrastrutture , disporre di servizi ed una lunghissima lista di attività che attengono all’economia ed all’attività delle nazioni.
Tuttavia ogni volta più persone si propongono una domanda fondamentale basata sul senso comune: perché gli Stati si indebitano con i mega banchieri in valuta e per molte decadi quando potrebbero ben finanziare tutti questi progetti ed esigenze in un modo molto più sicuro, emettendo la moneta locale dei propri paesi?
A questa domanda tutti gli “esperti” dei vari paesi si mettono a gridare: “emettere moneta? Ma siete pazzi, questo va contro le regole dell’economia e della finanza”. Emettere moneta nazionale per finanziare le proprie necessità dell’economia reale conduce all’inflazione, alla perdita di posti di lavoro, al caos (ed a noi banchieri ci toglie  il lavoro). Subito iniziano a gridare, saltare e battere le palme dicendo, “Noi caschiamo fuori dal mondo! “ Noi caschiamo fuori dal mondo”.
Allora uno gli pone la domanda: “Che faremo quando i nostri paesi non potranno pagare irrimediabilmente questi debiti pubblici e cadranno rapidamente in default?  Non soltanto l’Argentina ma anche il Brasile, la Spagna, l’Italia, il Portogallo,  il Venezuela, la Francia, la Costa Rica, il Perù, il Salvador,  la Russia, Bolivia, Islanda, Turchia, Grecia, Cipro, Thailandia, Nigeria, Messico, Indonesia…?  Tutti paesi indebitati.
Di nuovo gli “esperti” ti rispondono a viva voce: allora vuol dire che i paesi dovranno ristrutturare i loro debiti portando in avanti le scadenze di 20 o 40 anni in modo tale che”….bla bla… bla…” i nipoti in futuro potranno seguire a pagarli per i secoli dei secoli.
La verità è che le nazioni necessitano di ricorrere in un alto livello di spesa pubblica per mantenere attive e forti le proprie economie, in modo da assicurare ai propri cittadini, lavoro, sviluppo, felicità e prosperità, in modo che gli Stati nazionali possano mantenersi sovrani, forti e sicuri. Di conseguenza le popolazioni che siano lavoratrici, forti, felici e sicure, non possono definirsi attraverso una formula che sia facilmente integrabile nei fogli di calcolo degli esperti.
Tuttavia rimane chiara una verità fondamentale che la Finanza (ossia il mondo fittizio dei banchieri, del denaro elettronico, della speculazione e dell’usura) dovrebbe sempre rimanere subordinato all’economia reale /(quello che è il mondo del lavoro, la produzione, l’edilizia, le fabbriche, il pane, il latte, i servizi, ecc.….).
Tutto questo dovrebbe portare ad una domanda ovvia: Se i governi hanno una naturale tendenza a spendere di più, perché finiscono a mettersi nella brutta situzione di sovra indebitarsi?
Quale è la migliore opzione?
1) Che il proprio debito finanziario (debito pubblico) lo debbano a se stesse; ai propri Stati nazionali (attaverso il debito espresso in moneta locale che, ad ultima istanza, potrà ammortizzarsi con un tratto di penna e, nel caso di aumento dell’inflazione, si potrà cambiare l’unità monetaria, come già ha fatto vari volte l’Argentina nelle ultime decadi (nonostante il passo doloroso che risulta) o……
2) Convertire questo debito finanziario in debito pubblico dollarizzato o in euro, integralmente sotto il controllo di accreditori tecnocrati ben organizzati e megabanchieri, gli stessi che controllano la Federal Reserve, il FMI, a Washington e la BCE a Francoforte ed i nidi degli avvoltoi di Wall Street,  in attitudine di attesa per  sbranare le loro vittime ?
Un proverbio dice: se mi inganni una volta la colpa è tua; ma se mi inganni due volte, allora la colpa è mia.
Così opera il diabolico sistema del debito Pubblico a lunga scadenza: I ripetuti defaults e ristrutturazioni del debito pubblico dell’Argentina risalgono a varie decadi nel passato. Si potrebbe ricostruirne tutta la Storia di come questo paese sia caduto nelle grinfie del sistema dell’usura dei mega banchieri sovranazionali.
(…………………………..)
La dr.a Annie Krueger (Banca Mondiale) nel 2002 lavorando come vice presidente del FMI, sviluppò l’idea che si potesse studiare una nuova forma di ristrutturare i debiti delle Nazioni che presentavano un livello molto elevato di debito pubblico, spingendo i paesi indebitati verso una forma di “concordato preventivo” verso i debitori (le mega banche e finanziarie) che presuppneva poi un default ed una suddivisione dei beni come se le nazioni fossero delle corporazioni private come la Enron o la World Com. (…….)  Vedi: Kruger: Deberian poder declararse en quiebra…..
La Kruger siluppò queste idee in maggiori dettagli in una monografia per l’FMI intitolata; “Una nuova forma per affrontare la ristrutturazione dei debiti” ,nel periodo successivo fu pubblicato un articolo per la rivista “Foreign Affairs” (voce del potente organismo finanziario Council of Foreign Relations, al servizio della elite globale), nel Luglio/Agosto del 2003, scritto dal prof. Di Harvard Richard N. Cooper, il cui titolo rifletteva questa proposta: “Capitolo 11 (Legge USA di fallimento) per le Nazioni.
Lo stesso Cooper molto pragmaticamente raccomanda che “unicamentequando il paese debitore non riesca a recuperare solidità finanziaria, i suoi attivi dovranno essere liquidati e le entrate risultanti dovranno distribuirsi fra i suoi creditori- di nuovo sotto la guida di un Tribunale internazionale” (!)
In quegli anni turbolenti, la stampa globale – la rivista Time e il New York Times, per esempio- arrivarono all’estremo di suggerire che la Patagonia Argentina, immensamente ricca in risorse, potesse essere separata dal resto del paese per servire come meccanismo di pagamento dei debiti per il default del paese. Pochi anni dopo, nel 2005, si potè sperimentare il nuovo meccanismo di scambio di debito sovrano sotto la presidenza di Nestor Kirchner e del suo ministro eonomico Roberto Lavagna.
(………….)
Non uccidere la gallina dalle uova d’oro
In un recente articolo pubblicato nel Luglio del 2014, la Krueger raccomanda che le decisioni della Corte suprema degli USA aggiunga una nuovo sistema di deformazione al complesso problema dei debiti che potrebbe avere l’effetto di aumentare il livello di rischio rappresentato dai debiti sovrani ed anche aumentare i costi di emissione per i creditori.
Anche i multimedia specializzati come in New York Times, il Wall Street Journal e l’Economist, raccomandano al giudice Griesa (quello di New York della causa Argentina/Fondi avvoltoio) ed ai suoi piccioni degli avvoltoi che esercitino maggiore moderazione, visto che nel delicato sistema bancario globale post 2008, una improvvisa e mal controllata crisi dei debiti sovrani potrebbe frustrare i piani della Elite globale di imporre una transizione ordinata verso un nuova architettura legale e finanziaria che permetta di liquidare in modo ordinato e conciso gli stati falliti finanziariamente come ad esempio la Repubblica Argentina.
Questo specialmente se per il futuro lo scambio dei buoni del debito saranno garantiti da cessioni di parte del territorio nazionale (che altra cosa gli rimarrebbe da sorteggiare?).  Si potrebbe imporre all’Argentina in un futuro non lontano qualche nuovo mega scambio di Buoni del Debito Pubblico garantiti con enormi estensioni del suo territorio nazionale- specialmente quello della Patagonia?
Tale sistema significherebbe, prevedibilmente, nell’arco di alcuni anni ancora, i Shylocks di Wall Street e della City londinese potranno fare tutto quello che ritengano necessario per, una volta di più, trascinare l’Argentina nel default del debito, aprendo così al percorso che gli permetta di rimanere legalmente padroni di una parte del suo territorio con la semplice esecuzione della garanzia di questi futuri buoni “a compensazione”, presso Tribunali di New York, naturalmente. (………).
Le possenti famiglie dell’alta Finanza globale, i Rothschild, i Warburg, i Lazard, i Soros, i Rockefeller, i Safra, gli Elstain ed altri- potranno allora prendere possesso “legalmente” della Patagonia, per poi- sempre legalmente- consegnarla a chi a loro piaccia! Questo avverrà senza neppure far sparare un colpo di fucile!
Se questo è quello che sta davvero accadendo dietro il sipario dell’Argentina, potrebbe qualcuno forse credere che i padroni del potere globale si fermeranno là?
Per questo motivo attenzione Grecia, attenzione Italia, Francia, Spagna, Messico Corea, Giappone, Ucraina, Brasile, Sud Africa!!
Il “Governo Mondiale” arriva per tutti!

Crisi ucraina e il fallimento della “Dottrina Obama”


di Salvo Ardizzone 



La guerra e l’invasione di Paesi esteri sono “la costante geopolitica degli Stati Uniti”: sono parole di Dean Rusk, Segretario di Stato dell’Amministrazione Kennedy; ciò che è avvenuto dopo non ha fatto che avvalorare quella tesi, per tutte basta ricordare le sciagurate imprese dell’era Bush. Nella sostanza, gli Usa non si sono mai curati più di tanto di sviluppare strategie per risolvere una crisi senza l’intervento militare; lo hanno considerato alla stregua di un normale strumento per raggiungere obiettivi anche politici, o tutelare quelli che ritenevano essere loro interessi. 
All’inizio della sua Amministrazione, si parlò molto della cosiddetta “Dottrina Obama” che, a parole, intendeva staccarsi da quella prassi; in realtà la sostanza era molto semplice, il nuovo Presidente s’era reso conto di alcune cose: prima di tutto erano profondamente cambiate le condizioni geopolitiche nel mondo, e gli Usa non potevano più permettersi di agire come prima; in secondo luogo, quelle guerre costavano un’enormità, e né i cittadini americani, né il Tesoro Federale, potevano più permettersele a cuor leggero. Restava però, indiscussa, la volontà d’esercitare un’egemonia globale, e per questo, di evitare che una qualunque Nazione potesse emergere in autonomia in uno scacchiere, o si creassero alleanze strategiche da cui gli Usa fossero esclusi. 
Per perseguire questi scopi ritenne che lo strapotere del dollaro e della finanza, la (presunta) capacità di conoscere e anticipare gli eventi nel mondo (vedi Datagate) e la potenza dei media al servizio della propaganda americana, fossero più che sufficienti ad esercitare un soft-power assai più economico ed efficace degli strumenti del Pentagono, che comunque rimaneva alle spalle qualora il gioco si fosse fatto troppo duro.   
In Ucraina Obama volle intervenire: la Russia aveva mostrato troppo attivismo, aveva giocato in proprio in Siria, in Egitto, nell’affare Snowden, mettendo gli Usa più volte in imbarazzo, e stava allacciando rapporti troppo stretti con diversi Paesi europei, soprattutto con la Germania, che aspirava a una egemonia sull’Est Europa e a rapporti paritari col Kremlino. 
L’operazione, un mix di disinformazione sui media, azioni “coperte” dei servizi per pilotare minoranze d’attivisti e manovre della finanza, riesce alla grande: a Kiev, un autentico colpo di Stato attuato da una folla manipolata fa saltare gli accordi fatti fra gli europei e Putin e s’instaura il governo voluto da Washington; l’Ucraina sbatte la porta in faccia a Mosca e Berlino è costretta ad allinearsi. Resta però da gestire il dopo, e qui per gli Usa cominciano i problemi. 
Nel piano originale era previsto che gli Europei, pressati dalla tensione creata con la Russia, si facessero carico delle spese di una Nato proiettata a Est, fin sulle soglie di Mosca, scaricando su di loro i costi di una contrapposizione funzionale a Washington; ma con la crisi economica in corso, malgrado gli stimoli e i rimbrotti, la risposta corale è stata un no. Allo stesso modo, attizzando il livello del confronto e sabotando ogni occasione d’accordo ragionevole tutte le volte che Putin faceva un’apertura, Obama ha puntato a sanzioni che mettessero in crisi la zoppicante economia russa, facendone pagare il costo agli Europei. Anche in questo caso, però, la risposta è stata tutt’altro che entusiasta; ad eccezione di alcuni Stati, Polonia e paesi Baltici in testa, persi dietro sogni di rivalsa su Mosca, son stati molti quelli che hanno frenato: Germania, Francia e l’Italia a seguire. A smuovere Parigi non è bastato il ricatto e poi la ritorsione d’una mega multa (8,97 Mld di $) inflitta a Bnp Paribas, il più grande istituto di credito francese; quanto a Berlino, non aveva alcuna intenzione di smantellare decenni di relazioni costruite pazientemente e, passo dopo passo, i suoi rapporti con gli Usa si sono deteriorati, giungendo al minimo storico dopo l’ennesimo caso eclatante di spionaggio, con il responsabile della Cia espulso come si faceva con gli agenti del Kgb ai tempi della Guerra Fredda. Un disastro politico.
Comunque sia, nel frattempo, attraverso il potere della finanza e del dollaro, Washington fiacca l’economia russa e induce massicce fughe di capitali; Obama pensa d’aver messo Mosca nell’angolo, quando, a maggio, Putin vola a Shanghai per chiudere un megacontratto di fornitura di gas (oltre a molti altri accordi strategici) su cui si trattava da dieci anni. Le condizioni sono quelle di Pechino, che in più si vede aperte le risorse russe della Siberia e l’ingresso nelle società di sfruttamento, ma per Mosca è uscire dall’impasse, trovando la sponda della Cina, e dare nuove prospettive al proprio gas in tutto l’Estremo Oriente. Per gli Usa è un doppio capolavoro alla rovescia: veder uscire Putin dall’isolamento e , soprattutto, fare un piacere colossale a Pechino, il vero competitor globale.     
A conti fatti la Dottrina Obama, usata in Ucraina, ha destabilizzato un Paese, preda d’una guerra civile che non si sa quando finirà e che comunque sta scavando fossati d’odio assai difficili da colmare; ha distrutto il rapporto con la Germania, che sempre più pensa a una via sua con Russia e Cina; ha buttato Putin in braccio a Xi Jinping, alle condizioni di quest’ultimo. Se si pensa che, nel 2009, all’inizio del suo primo mandato, Obama voleva puntare su Mosca per contenere Pechino.

Dinanzi a simili comportamenti, cinici quanto irresponsabili, sta agli Europei tirare le conclusioni: ripensare la Nato e le sue funzioni, che non possono essere la sfacciata proiezione degli interessi Usa; ripensare la Ue e le sue dinamiche, che non possono essere strumenti accessori della Nato, con l’allargamento indeterminato a Oriente, né essere appaltate ad alcuni Stati per tutti. Inoltre occorre riflettere sul Ttip, quell’accordo attraverso cui gli Usa intendono imporre un controllo e un dominio commerciale ed economico; siglandolo l’Europa si consegna a Washington e chiude con la Russia (con cui ha mille coincidenze d’interessi) e con il mercato e i capitali cinesi. Sarebbe peggio che stupidità, sarebbe un errore colossale. 

giovedì 21 agosto 2014

L’Unione Europea è l’antitesi dell’Europa


di Michele Orsini 

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“Le stucchevoli polemiche cui abbiamo assistito negli ultimi anni e hanno opposto coloro che rivendicano la necessità del riconoscimento delle radici cristiane e coloro che vorrebbero negarla, preferendo invece riconoscere quelle illuministiche, indicano quanto la cultura attuale sia abitata da opposti monismi e percio lontana dal superamento delle contraddizioni, insomma quanto poco sia europea: difatti si tratta di una cultura che emerge dal fenomeno pervasivo della globalizzazione, che con altre parole potremmo definire occidentalizzazione ovvero americanizzazione.
L’ ideologia globalista è portatrice d’una sorta di monismo economicistico secondo il quale il mondo in cui viviamo è l’unico possibile, non esistono alternative, il valore economico è l’unica discriminante tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quindi le leggi del mercato devono prevalere.
Questo pensiero unico corrisponde al progetto statunitense, come ben evidenzia Jeremy Rifkin quando asserisce che per gli americani la libertà è associata all’autonomia, cioè al fatto di non dipendere dagli altri, soprattutto dal punto di vista economico: per essere liberi, gli americani pensano che si debba essere ricchi.
II sogno europeo invece è esattamente l’opposto: per gli Europei essere liberi è porsi in relazione con gli altri, unirsi, condividere, aprirsi. La nostra è da sempre una società dell’inclusione. Ora è evidente che l’Unione Europea e le sue istituzioni sono volte realizzare non il sogno europeo, ma quello a stelle e strisce, che è il suo opposto. Perciò si può dire che l’azione politica dell’Unione Europea è antieuropea e che l’uso della parola Europa come sinonimo di CEE e poi di UE, dapprima raro ed informale, negli ultimi anni più regolare ed esteso, nasconde non solo un’insidia, ma addirittura una menzogna.
I padri fondatori dell’Unione Europea posero gli Stati nazionali al centro del loro progetto d’integrazione, che essi concepivano appunto come un graduale negoziato tra Stati sovrani; poi, negli anni Ottanta del secolo scorso, prese piede la politica economica del cosiddettoWashington consensus, improntato sulla teoria neoliberale e sul principio del minimo intervento statale. Si innestò un processo che portò rapidamente all’erosione delle sovranita nazionali dei singoli Stati membri, giungendo cosi, per citare le parole del compianto professor Costanzo Preve, alla «incorporazione di quest’Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato».
La tendenza a confondere gli interessi dell’Unione Europea con quelli della NATO è emersa dopo la fine della Guerra Fredda e si è rafforzata con la pratica dell’ interscambiabilità di persone che occupano posti chiave nei due organismi. L’Unione Europea era all’origine una grande opportunità, difficile è capire se lo possa essere ancora, di certo perché ciò sia possibile si dovrebbe eludere ogni richiesta, da parte delle istituzioni UE, di cessioni di sovranità, anzi i singoli Stati membri dovrebbero fare ogni sforzo per riconquistare ognuno la propria e poi, volendo ancora perseguire una politica europeista, trovare piuttosto un modo di sommare sovranità e forze, cosi da poter divenire davvero un attore globale.
Per rendere possibile il cambiamento dell’attuale scenario è allora necessario un recupero culturale dell’identità europea che parta dalla soluzione di un malinteso che inquina da molto tempo l’opinione pubblica, ovvero dalla presa di coscienza del fatto che l’Europa non è Occidente o per meglio dire, essendo sua caratteristica principale la coesistenza armonica degli opposti, è sia Oriente sia Occidente. L’ identità europea va piuttosto difesa dai rischi connessi alla globalizzazione.
Far coincidere il concetto di Europa con quello di Occidente è truffaldino, almeno quanto farlo coincidere con quello di Unione Europea, ed anche di più, se si considera che l’idea contemporanea di Occidente è stata elaborata nell’ambito del pensiero politico statunitense «proprio per differenziarsi dall’Europa; anzi, addirittura contro l’Europa». Creare il malinteso è utile alla propaganda occidentalista per poi definire come nemico l’orientale di turno.
L’effetto è quello di indebolire la società europea, rendendola inconsapevole della particolare forma di convivenza di cui è portatrice.
(…)
La forma di coesistenza che permette di non scegliere tra due poli opposti ma di conciliarli è quella comunitaria, la quale, dopo aver caratterizzato a lungo l’Europa, ha lasciato spazio alla forma societaria; quest’ultima, sommamente individualista, promette il massimo della libertà, ma alla fine si rivela un apparato fatto per addomesticare i suoi membri e indirizzarli ad obiettivi precostituiti, decisi in altre sedi e talvolta perfino contrari agli interessi dei singoli coinvolti. Nell’epoca della globalizzazione il singolo è soprattutto consumatore, «solitario collezionista di sensazioni», educato fin dalla più tenera età attraverso la pubblicità, che pone molta attenzione e investe molte risorse nel tentativo di fidelizzarlo: quando ha successo, lo renderà a un tempo omologato e solitario.
In un’ideale organizzazione informata ad un perfetto collettivismo, invece, sarebbe escluso il problema della solitudine, ma esasperato il rischio dell’omologazione.
La comunità altresì può permettere all’individuo di svilupparsi pienamente, in quanto il senso d’appartenenza esalta o almeno aiuta ad accettare le peculiarità individuali. Vi è un’evidente omologia fra I’equilibrio tra generale e particolare che caratterizza l’ idea di Europa e I’equilibrio tra comunita e individuo.
Se il percorso politico necessario per una ricostruzione europea potrebbe passare indifferentemente da una modifica dell’attuale Unione Europea, oppure da un suo scioglimento e da una successiva riaggregazione mediante istituzioni con nomi differenti, imprescindibile è compiere in parallelo un percorso culturale di ricomposizione dei dualismi.”
Da L’Unione antieuropea, di Michele Orsini in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2014, pp. 160-162 (grassetto nostro).

martedì 19 agosto 2014

Mario Draghi e la battaglia europea



Siamo ormai al diciannovesimo anno di guerra mondiale. Come ricorderemo la dichiarazione di inizio, dopo numerose scaramucce e scontri preparatori, data 1 gennaio 1995, quando l'Uruguay Round, iniziato nel 1986, si concluse con l'inaudita decisione di abolire le barriere allo scambio dei beni, come dei servizi e delle proprietà intellettuali.
Da allora il potente WTO ha demolito sistematicamente ogni barriera alzata nei secoli a protezione delle vite e dei beni dei popoli del mondo,mettendo in contatto senza filtri e protezioni tradizioni e culture diverse e sistemi sociali altamente differenti. Se si considera che nella definizione di "servizi" sono sostanzialmente ricompresi i capitali finanziari ed i servizi connessi, l'evento manifesta, a quasi venti anni di distanza, tutta la sua geometrica potenza.
servizi finanziari, rendono possibile ai capitali di alzarsi da terra, rifiutare il legame con le modalità di produzione socialmente determinate che li hanno generati e muoversi, vorticosamente, in cerca di maggiori "rendimenti" nel mondo. Cioè in cerca di un maggiore tasso di sfruttamento di condizioni locali. Tasso che indifferentemente si può manifestare attraverso un intervento immobiliare speculativo (da realizzare in fretta e cedere altrettanto rapidamente, attraverso la nuvola dei derivati), l'azione sul capitale di aziende produttive (rapidamente passate di mano tramite il loro pacchetto azionario) o movimenti su prodotti direttamente finanziari, assicurativi, fondati su commodities o qualsiasi altro simulacro di valore.
Questo mondo, da allora, brucia perché le valli sono state messe in contatto con le montagne, le colline con i laghi. Per il metro universale del denaro sono altrettanti ostacoli. Nello sforzo di creare dalla natura il piano uniforme omnidirezionale senza attrito di cui ha bisogno, il codice denaro -e i suoi provvisori possessori- sta da allora furiosamente cavalcando il mondo e travolgendo ogni ostacolo.
La guerra mondiale cesserà quando il piano sarà livellato, quando i capitali alzati a Cupertino o a Londra troveranno lo stesso saggio di rendimento in ogni luogo. Questo sogno assurdo implica, però, un incubo per molti altri: saggio di rendimento è un altro e più gentile nome di saggio di sfruttamento.Vuol dire che il reddito ricavabile dal lavoro sarà diventato una media tra quello americano (o tedesco) e quello nigeriano (o cinese). Ovviamente a redditi simili, a parità di prestazione, corrispondono simili livelli di tenore di vita e di garanzie, simili livelli di sicurezza, simili di prestazioni assistenziali.
La guerra mondiale cesserà quando i nostri servizi saranno arrivati ad un livello intermedio tra il nostro attuale e quello cinese attuale. Ed il nostro reddito procapite della popolazione mediana, cioè dei lavoratori, sarà arrivato alla stessa media. La logica della concorrenza dice semplicemente questo. Qualche economista più onesto lo scrive anche (ad esempio Spence nelle ultime pagine del suo libro) ma tanto nessuno capisce.
Invece è semplice: la concorrenza con la Cina (ma anche, più vicino, con l'Albania dove stanno andando sempre più nostre imprese industriali) si vince quando i nostri salari saranno intermedi tra i 1.300 euro nostri ed i 400 cinesi (certo a parità anche della produttività e di altri fattori minori che si cerca comunque di uniformare). Quando un tenore di vita che non possiamo più permetterci, si sarà riadattato. Quando non "vivremo più al di sopra dei nostri mezzi".
Come pensi l'aristocrazia finanziaria (ma in realtà si tratta di un sistema finanziario-industriale) di ottenere questo risultato brillante (per loro) senza che ci siano reazioni è abbastanza un mistero. Ma si sa, il denaro ha lo sguardo corto.
In questa guerra ventennale è da tempo in corso una "battaglia europea" particolarmente cruenta. Il percorso di creazione dell'intera costruzione europea si inserisce direttamente in questo quadro (che ha notevolmente contribuito a costruire) e non sarebbe assolutamente comprensibile altrimenti. L'Unione Europea, con la sua disfunzionale deformazione caratteristica (un omone con un braccio colossale ed un altro rachitico), non ha alcun senso se non si percepisce la dominazione di questo pacchetto di interessi e la trappola nel quale, intenzionalmente ma in modo poco avveduto, ha condotto tutte le forze sociali e politiche europee. Se non si comprende il disegno tecnicamente eversivo che lo sottende.
Fortunatamente i principali agenti provvedono continuamente a ricordarcelo.Soccorre dunque il generoso Mario Draghi, che con rituale comunicazione periodica (simile a quella del 14 luglio) ci chiede di rinunciare alla nostra sovranità per affidare ad un non meglio precisato "organo europeo" (presumibilmente emanazione del Consiglio) il controllo delle "riforme strutturali", senza le quali non cresceremmo.
Cosa sono le "riforme strutturali"? La formula ha un sapore mistico. Si tratta della Salvezza che deve essere abbracciata, senza la quale nessuna possibilità di grazia è data. Ma in effetti è ancora molto semplice: si tratta di continuare la guerra, rendere ancora più veloce la circolazione, eliminare ogni vecchio attrito, aumentale la flessibilità.
Consentire ai titolari dei capitali di investirli rapidamente, senza tante storie, senza precauzioni, limiti, garanzie (ad esempio per il paesaggio, rispetto ad una speculazione immobiliare condotta da un fondo assicurativo inglese, o italiano; per l'ambiente, rispetto ad un investimento industriale; per il lavoro, nello stesso caso o nei servizi), responsabilità (a partire dalla esazione fiscale del valore prodotto nel paese). Secondo la visione del banchiere, infatti, i mitici "investitori" sono scoraggiati dal clima autorizzativo, dalla fatica che fanno per avere i permessi; poi dal mercato del lavoro, ancora troppo legato e troppo costoso; infine dalle leggi.
Io credo che tutti siano scoraggiati: dalla mancanza di opportunità, dalla carenza di domanda per i propri prodotti i servizi, dall'eccesso di indebitamento dei privati e delle imprese, dalla indisponibilità del sistema bancario -che ha avuto e continua ad avere immensi privilegi dallo stato- a fare la sua parte generando credito. Che il nostro paesaggio vada maggiormente tutelato, perché è un essenziale patrimonio di cui disponiamo; che l'ambiente vada protetto e soccorso, non sfruttato; che il lavoro vada qualificato e valorizzato, innalzato e potenziato sia in termini di salari sia di produttività (due cose che normalmente vanno insieme, come troppo spesso si dimentica); che la responsabilità di tutti coloro che producono ricchezza sia anche verso il paese che lo ha reso possibile. Gli "investitori" siamo tutti noi, e dovremmo trovare nella cura per i luoghi e per le culture che ci hanno fatto ciò che siamo la ragione per fare la nostra parte.
A chi sposta una fabbrica dall'altra parte dell'Adriatico per lucrare qualche centinaio di euro di minore salario ai propri lavoratori, va con fermezza richiesto di avere pari condizioni di accesso. Se la fabbrica garantisce eguale protezione dell'ambiente, del paesaggio e delle condizioni di lavoro, i prodotti equamente possono essere in competizione con i nostri. Ma se il risultato della produzione è ottenuto sfruttando il territorio in misura maggiore, generando maggiori esternalità, sfruttando i lavoratori (in rapporto al diverso potere di acquisto) in modo selvaggio, o grazie a facilitazioni fiscali non sostenibili (e dunque competitive) dovrebbe essere diritto difendersi.
Se vogliamo parlare di riforme, iniziamo da queste: eliminazione di ogni dumping fiscale entro la UE e innalzamento di barriere compensative (possibili anche entro la camicia di forza delle regole del WTO se si vuole e si ha coraggio) verso i paesi che intenzionalmente fanno dumping verso di noi; riforma della tassazione delle grandi corporation (se la pressione fiscale complessiva deve calare, quella alle corporation deve iniziare); welfare europeo comune (almeno il livello di base); salario minimo europeo.
E parliamone nel Parlamento Europeo (e nei Parlamenti Nazionali), non certo nel Board della BCE, che, come ricorda anche Foa, in questi temi non ha da dire, non deve parlare, non può farlo.
di Alessandro Visalli 

giovedì 14 agosto 2014

La Germania: riassunto per i politici


(...cari lettori, questo post sarà pieno di ovvietà. Non vogliatemene: sto cercando di ampliare la platea degli interlocutori)


Fin dall'inizio della mia attività di divulgazione ho insistito sul fatto che quello che rendeva certa la fine dell'euro non era il fatto che esso danneggiasse i paesi deboli, quanto che danneggiasse anche quelli forti. Faccio solo due esempi:

1) il 23 agosto del 2011: "la Germania segherà il ramo su cui è seduta"
2) il 23 luglio del 2013: "il menù dei prossimi mesi sarà il crollo dei 'virtuosi'"


Oggi sono uscite stime pessime sul Pil tedesco, e quindi scrivo l'ennesimo QED di questo blog, ma tengo a precisare che alla Germania non sta andando male perché io porto sfiga, ma perché l'economia è una scienza, una scienza che per bocca dei suoi esponenti più qualificati aveva chiarito che le cose dovevano andare come stanno andando.

Due atteggiamenti mentali errati hanno impedito al vasto pubblico, ma anche a molti colleghi, di capire il senso e la fondatezza di queste mie osservazioni.

Il primo è mutuato dalla "cultura" calcistica. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa lo vive come Italia-Germania 3 a 4, cioè come una situazione nella quale siccome noi stiamo perdendo, allora la Germania sta vincendo. Ma l'economia non funziona così: l'economia esiste perché esiste lo scambio, e il creditore che strozza il debitore non risolve nulla.

Il secondo è mutuato dalla "cultura" geopolitica, in versione vagamente complottarda. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa pensa che dietro ci sia un disegno della "Germania", che è spregiudicato e potenzialmente autodistruttivo, ma che al redde rationem non ci si arriverà, perché la "Germania" è furba (!), e quindi si arresterà sull'orlo del baratro. Ma la SStoria non funziona così. Già nel secolo scorso la "Germania" non si è arrestata sull'orlo del baratro, semplicemente perché la "Germania" non esiste. La SStoria non è un teatro dei pupi, col pupo "Germania" biondo e cattivo, il pupo "Italia" moro è buono. All'interno della società tedesca opera una pluralità di pulsioni e di interessi scoordinati, la cui composizione dipende da un insieme di fattori spesso aleatori, e non c'è alcuna certezza che la leadership tedesca: (i) avverta l'avvicinarsi del punto di rottura; (ii) disponga degli strumenti per evitarlo; (iii) raccolga in una opinione pubblica che ha contribuito a disinformare (raccontando che la colpa della crisi era solo nostra) il consenso necessario per contribuire a rimediare alla situazione.

Quindi l'euro finirà, ed è importante capire perché, ma per capirlo bisogna capire perché è stato fatto.

Caro politico, supponiamo che tu passi di fronte a una vetrina e vedi una cosa della quale hai bisogno, che ti piace, che è di buona qualità. Cosa può impedirti di acquistarla? Due sole cose: o il prezzo troppo elevato, o, se il prezzo è giustificato dalla qualità (e quindi saresti disposto ad acquistare), il fatto che tu non abbia soldi in tasca. Il prezzo potrebbe essere troppo elevato ad esempio perché quella cosa piace a tutti, tutti la chiedono, e quindi il commerciante adegua il ricarico: si chiama legge della domanda e dell'offerta. Gli economisti chiamano questa cosa "teoria della domanda": la domanda di un bene dipende dal reddito del compratore e dal prezzo del bene.

Se questo ti è chiaro, caro politico, allora ti sarà chiaro anche:

1) perché è stato fatto l'euro, e:
2) perché imploderà.

Tralasciamo, per favore, la ricca aneddotica (geo)politica (Mitterrand che voleva imbrigliare Kohl, ecc. ecc.): tutto vero, ma anche tutte fregnacce. Mitterrand era un uomo profondamente supponente, ignorante di economia, roso dall'ambizione e da un tumore ai testicoli che gli era stato diagnosticato all'inizio del suo primo mandato, il che sicuramente lo rendeva poco lucido. Va ammirato, dal punto di vista umano, per essere riuscito a portarne a termine due, ma dal punto di vista politico, anche trascurando il dato clinico che vi ho ricordato, è stato un demente che ha contribuito al disastro nel quale versa il suo paese. Per favore, lasciamolo da parte.

Il punto fondamentale è che legando il marco alle valute dei propri principali clienti, la Germania impediva al marco di rivalutarsi quando i beni tedeschi erano molto domandati. Era stato così per tutti gli anni '80: il marco era stato rivalutato ben sei volte nello Sme, contro le quattro svalutazioni della lira. Ma con l'euro questo finiva, il che significava, in buona sostanza, che gli imprenditori tedeschi potevano in tutta sicurezza intraprendere una politica di compressione dei salari. Che c'entra, mi chiederete?

La compressione dei salari ha due effetti: aumenta i profitti (se una fetta della torta si stringe, l'altra si allarga), e rende i beni nazionali più convenienti (se riduci il costo del lavoro, puoi tenere relativamente basso il prezzo dei tuoi beni). Questa seconda cosa è molto, molto importante, perché se togli soldi ai tuoi operai, riducendo i loro salari, poi per fare profitti devi vendere all'estero, visto che i tuoi operai i soldi per comprare i tuoi beni non ce li hanno più!

Vi è chiaro, amici (o nemici) politici? Se vi è chiaro, continuerete a chiedermi: ma cosa c'entra il cambio?

C'entra. Cosa sarebbe successo negli anni '80 o '90 se la Germania avesse fatto una politica di dumping sociale aggressivo (cioè di vendita "sottocosto" realizzata tagliando i salari dei propri lavoratori, di "svalutazione interna")? Salari più bassi, quindi prezzi più bassi, quindi più convenienza ad acquistare in Germania dall'estero, quindi più domanda di marchi per comprare beni tedeschi, quindi rivalutazione del marco, quindi meno convenienza ad acquistare in Germania dall'estero. Alla fine gli acquirenti esteri avrebbero perso sul prezzo del marco quello che guadagnavano sul prezzo del bene tedesco in marchi, e si sarebbe tornati al punto di partenza. Gli imprenditori tedeschi sarebbero rimasti con una domanda interna depressa (per via della riduzione del salari), ma con una domanda estera uguale a prima!

Vi prego, vi scongiuro, almeno voi, cari politici, fate un piccolo sforzo: salite di un gradino per la scala dell'evoluzione, non dite, come i giornalisti: "Queste sono le tue teorie!". Vi cito lo studio di un economista della London School of Economics, Kevin Featherstone, ardente sostenitore del progetto "europeista". Secondo lui, in Germania "EMU provided opportunities to the social partners [...] the business community sought it as an opportunity for labour market flexibility and a means of getting rid of an ovevalued DM".

Lo studio lo trovate qui, e la traduzione, se serve, è: "in Germania la moneta unica offrì delle opportunità alle parti sociali [...] gli industriali lo vollero come opportunità per introdurre la flessibilità sul mercato del lavoro e come strumento per sbarazzarsi di un marco sopravvalutato".

Ma perché il marco era sopravvalutato? Perché il mercato funzionava: i beni tedeschi sono belli? Bene, li compriamo. Però dobbiamo comprare il marco, e il marco sale...

Con l'euro non è così: se il paese forte pratica una politica sociale aggressiva (taglia i salari) le sue esportazioni esplodono, ma il mercato dei cambi non interviene a correggere lo squilibrio, perché non c'è più mercato dei cambi. Capito perché ci voleva la moneta unica per introdurre la flessibilità? Perché prima della moneta unica flessibilità, precarizzazione, taglio dei salari, avrebbero determinato una rivalutazione. Con la moneta unica no.

Il risultato è che gli acquirenti dei paesi deboli continuano a comprare beni del paese forte, e per farlo devono indebitarsi, fino a quando non arriva il redde rationem. Per noi è arrivato quando è saltato il mercato dei subprime, titoli tossici dei quali gli idioti di Duesseldorf si erano imbottiti.Una volta compromessa la sostenibilità del loro sistema finanziario privato, perché i crediti verso gli Usa erano diventati inesigibili (e non era il caso di chiedere i soldi indietro con le cattive), i paesi egemoni hanno fatto la voce grossa col Sud, smettendo di finanziarlo (anche se fino a quel momento gli era convenuto, perché i prestiti sconsiderati erano serviti ad alimentare la domanda di prodotti tedeschi). Il resto lo sapete.

Quindi la Germania ha vinto?

No.

Qui vorrei, cari politici, che se vi interessa sul serio fare il vostro lavoro vi prendeste mezz'ora per leggere quello che ho detto ai vostri colleghi in Commissione finanze.

Cerchiamo di capirci, tornando all'esempio della vetrina. Se il meccanismo di prezzo non funziona, cioè se il prezzo è tenuto artificialmente basso, allora l'unica cosa che può impedirti di comprare è essere privo di soldi (nel caso in cui il negoziante non voglia farti credito, cosa che il negoziante Germania non vuole più fare, come avrete capito)!

Nell'Eurozona il prezzo dei beni del Nord è tenuto artificialmente basso perché il tasso di cambio, che è il prezzo che si aggiusta più rapidamente, è bloccato. Da qui un'ovvia conseguenza: se un paese del Nord fa una politica sociale aggressiva (taglia i salari), i paesi del Sud sono costretti a seguirlo, o immediatamente, o dopo essersi indebitati avendo acquistato una vagonata di beni del Nord, grazie al credito erogato dal negoziante del Nord. Ovviamente la prima soluzione non viene mai praticata: nessun governo vuole perdere consenso, soprattutto considerando che un conto è tagliare i salari in un paese relativamente ricco, e un altro conto tagliarli in un paese relativamente povero. Capito perché la flessibilità del cambio è "di sinistra", o comunque di "destra sociale", o comunque non conduce all'iniquità? Perché consente alle classi dirigenti dei paesi meno ricchi di isolare il proprio paese dalle scelte aggressive dei paesi più ricchi, e quindi rallenta (se non impedisce) l'aumento di disuguaglianza al quale assistiamo in questi anni.

In altre parole, visto che l'aggiustamento di prezzo (il cambio) non funziona, per riportare in equilibrio i conti esteri bisogna usare l'aggiustamento di reddito, cioè l'austerità: tagliare spesa pubblica per tagliare reddito privato per creare disoccupazione che modera i salari e per ridurre le importazioni. Questo è quello che ha fatto Monti e ce lo ha anche detto. Lo ha fatto nell'interesse dei creditori esteri, naturalmente.

Voi direte: "Be', ma la Germania potrebbe fare politica espansiva...".

Allora quanto precede non è chiaro:

1) non esiste "la Germania";
2) una politica espansiva seria imporrebbe di distribuire ai lavoratori tedeschi i guadagni di produttività da essi conseguiti, ma questo richiederebbe una compressione dei profitti che le aziende tedesche non sono disposte a subire, e determinerebbe probabilmente una pressione inflazionistica che i creditori tedeschi non sono disposti a subire (perché se c'è inflazione, i soldi che hai prestato perdono potere d'acquisto, e quindi i creditori l'inflazione non la vogliono. Punto).

In altre parole, non ci sarà mai una politica espansiva da parte della Germania, e questo ce lo hanno detto chiaro e tondo sia Bolkestein che Henkel. Il "negoziante" tedesco non comprerà mai abbastanza dal "cliente" italiano perché il "cliente" italiano possa acquistare dal "negoziante" tedesco senza indebitarsi. L'unica soluzione per il cliente italiano che non voglia indebitarsi è smettere di comprare: l'austerità.

Questa è la logica del sistema, ed è il motivo per il quale il sistema fallirà. Perché?

Perché c'è una cosa che dovete capire, cari politici, ve ne scongiuro. Lo so, richiede uno sforzo, è un totale rovesciamento di paradigma, ma è anche una cosa molto logica:

il motivo per il quale un insieme di paesi unisce le proprie economie non è competere con il resto del mondo, ma non competere col resto del mondo.

Cosa voglio dire? Voglio dire che le cose non stanno come i giornalisti e anche voi dite: "Dobbiamo unirci perché fuori c'è la Cina, non possiamo competere se non siamo grandi, in un mondo grande ci vogliono paesi grandi, per un paese grande ci vuole una grande moneta, e per una parete grande ci vuole un pennello grande".

No, non è così, per due motivi:

1) come possiamo pensare di competere con paesi che hanno il costo del lavoro più basso del nostro usando una moneta sopravvalutata come l'euro? E d'altra parte noi italiani, svalutando l'euro peggioreremmo la nostra situazione, perché spenderemmo in Germania quello che guadagneremmo negli Stati Uniti o in Cina.

2) i paesi che si mettono insieme lo fanno per creare un mercato (comune o unico) che serva da sbocco interno alla loro produzione, cioè, appunto, per non competere con il resto del mondo.

Mi spiego. Secondo Alesina (1997) il senso dell'unione è proprio questo: l'America va per aria perché ha fatto una politica del credito dissennata? E che ci importa!? Se loro non comprano più i nostri spaghetti, li compreranno i tedeschi: c'è un mercato comune che ci protegge dagli shock esterni, nel senso che all'interno del mercato comune troviamo la domanda che nel resto del mondo può venire a mancare per qualsiasi motivo. Con il mercato comune quindi il bisogno di rincorrere la domanda estera, cioè di "competere" col resto del mondo, dovrebbe venire meno, altrimenti il mercato comune o unico che sia non ha senso di essere.

Bene: siccome la nostra unione in realtà è una competizione dove, grazie all'euro, l'unica risposta possibile a uno shock è il taglio dei salari da parte dei paesi più deboli, cioè la distruzione di domanda, è chiaro che la nostra unione non ha senso è crollerà a meno che non venga abbandonato l'euro. Un mercato comune con una valuta unica in presenza di asimmetrie strutturali è un nonsenso economico. La moneta unica costringe a distruggere l'unica cosa che rende razionale il progetto di mercato comune: la domanda interna.

E attenzione: la distrugge prima al Sud, ma poi, come i dati di oggi dimostrano, anche al Nord. Il sistema si avvia all'implosione. Non è esattamente come dice Evans-Pritchard: l'euro non è un problema solo per l'Italia. L'euro è un problema per l'Europa, e quindi per l'Europa non c'è altra soluzione che l'abbandono dell'euro.

Vi prego, non date retta ai ciarlatani che vi propongono soluzioni miracolose come l'abbandono dell'austerità! Per loro un po' di spesa pubblica in più risolverebbe tutto. Una soluzione semplicistica e contraria alla teoria economica. Con prezzi fissi, un aumento di reddito comporta un aumento di importazioni. Se facessimo spesa pubblica ora, senza riallineare il cambio, rimetteremmo semplicemente in crisi i nostri conti esteri, cioè apriremmo la strada alla troika. Vi scongiuro, non ascoltate queste voci  sconsiderate, che vogliono farvi credere che l'euro sia buono, e la "Germania" cattiva, per cui tutto si risolverebbe con un po' di spesa!

Vi fornisco due esempi del contrario.

Il primo è Monti. Ripeto: lui lo ha detto chiaro e tondo che l'austerità serviva a riportare in equilibrio i conti esteri, a renderci competitivi. Perché? Perché manca l'aggiustamento di prezzo e quindi bisogna ricorrere all'aggiustamento di reddito. Punto.

Il secondo è la Spagna, che è un caso molto interessante. Come leggete sui giornali, la Spagna viene additata come esempio di paese che si è redento, ha fatto le riforme e quindi cresce. Questo non è vero, la Spagna è un paese distrutto, e la (poca) crescita che ha avuto finora è dovuta all'enorme deficit pubblico fatto in risposta alla crisi.

Quindi hanno ragione quelli del referendum contro l'austerità, il deficit fa crescere?

No.

Alla Spagna è stato consentito di violare il parametro del 3% per un motivo ovvio: i creditori tedeschi erano fortemente esposti verso la Spagna, e quindi, nel loro interesse, hanno lasciato che lo stato spagnolo si indebitasse per permettere al settore privato spagnolo di restituire alle banche tedesche i soldi che doveva loro. La deroga all'austerità nel caso spagnolo è stato lo strumento che il capitalismo finanziario tedesco ha usato per trasformare un suo problema (i crediti erogati indebitamente alla Spagna) in un problema degli spagnoli (una crescita del debito pubblico spagnolo che piomberà la Spagna per le prossime generazioni). Una massiccia trasformazione di debito privato in debito pubblico, una massiccia socializzazione delle perdite.

Qual è la lezione da trarre da questa storia? Semplice: che ora alcune (non tutte, alcune) istanze del capitalismo tedesco cominciano a capire che solo allentando la politica fiscale a Sud possono riuscire a salvare le proprie aziende. L'alternativa sarebbe allentarla al Nord, ma questo non vogliono farlo per i motivi che vi ho detto (non distribuire troppo reddito in quota salari). Anche se la Germania è meno esposta verso l'Italia che verso la Spagna, il crollo della domanda in Italia comincia a farsi sentire sulla loro economia. Quindi è chiaro che a certe istanze della società tedesca farebbe molto comodo che il nostro Stato ricominciasse a spendere "in deroga", come la Spagna: a prezzi e cambi fissi, questo sosterrebbe la domanda di beni tedeschi, e la loro nave potrebbe ripartire. Ma noi aggraveremmo il fardello delle generazioni future. Non so se è chiaro. Quello che preoccupa una certa "Germania" è che noi ormai non abbiamo più soldi per comprare BMW, e per pagare le tasse che attraverso i meccanismi "salvastati" vanno a salvare le banche spagnole, cioè i creditori tedeschi. Facile prevedere che sia imminente almeno un tentativo di ripensamento da parte della Germania sull'austerità. Secondo me questo tentativo fallirà: le diverse istanze del capitalismo tedesco non riusciranno a coordinarsi per adottare una politica razionale, quindi l'euro esploderà, ma nel frattempo, per favore, non aggraviamo la nostra situazione.

C'è un'unica soluzione per venirne fuori: lasciare che il meccanismo di prezzo, il tasso di cambio, riprenda a funzionare, quindi tornare alle valute nazionali. Se non parlate di questo, cari politici, se non cercate di capire come farlo, dialogando con gli economisti in buona fede del nostro e di altri paesi, ora perdete tempo, e domani perderete il potere. Farlo è nel vostro interesse.

Aggiungo una chiosa a beneficio dei colleghi anti-austerità, quella che avevo anticipato, prevedendo la loro ovvia e demagogica mossa, il 31/12/2013. Quello che state facendo è deplorevole, perché ostinandovi a non ammettere che l'austerità è una conseguenza dell'euro, e che senza rimuovere la causa non si può rimuovere l'effetto:

1) alimentate un pericoloso astio anti-tedesco (individuando nella Germania la causa dell'"ottusaausterità");
2) impedite (se siete di sinistra) la maturazione di una coscienza di classe negli elettori italiani (spingendoli ad approvare una scelta che è alla radice della loro sconfitta nel conflitto distributivo);
3) avallate indirettamnte la narrazione distorta dei media che ci indicano in paesi come la Spagna un caso da seguire (in base al "sillogismo" Spagnabello, Spagnadeficit, deficitbello);
4) aprite la strada a scelte di politica economica non coordinate che esporranno il nostro paese a gravi conseguenze in termini di squilibri finanziari interni e esteri, squilibri che a cambi fissi non possono essere risolti (condizione necessaria ma non sufficiente).

Vi prego: non fatelo.

E a voi, politici, una preghiera: non date retta alle sirene del "basta spenne, che cce vo'!". Qui occorre un cambio radicale delle regole europee, cominciando dall'abolizione della moneta unica e passando per tante altre cosette che sono descritte nel mio libro e in questo blog (e nella letteratura scientifica internazionale). Se ne può parlare, ma per favore, ricordatevelo: l'austerità è un male, ma è un male che ci viene imposto dall'euro, è nella logica dell'euro. Chi vuole l'euro vuole la recessione. Chi, come i colleghi "antiausterità", vuole l'euro, ma non vuole la recessione, in realtà vuole solo il commissariamento del nostro paese da parte della troika. Se siete politici italiani e non siete politici tedeschi dimostratelo.

di A. Bagnai

venerdì 8 agosto 2014

MARIO MAURO, CI HANNO CONSEGNATO LA STESSA LETTERA DI BERLUSCONI, SENZA LO SFREGIO DELLA FORMA SCRITTA

Servirebbe “un po’ di metodo Letta”, bisognerebbe seguire un metodo che “non comprenda più l’arroganza” e allargare la maggioranza di governo a Forza Italia. Mario Mauro, senatore centrista ed ex ministro della Difesa, riflette sulla dura rampogna che Mario Draghi ha riservato ieri all’Italia e dice che ci ha fatto cortesia di evitarci “lo sfregio” di una nuova lettera della Bce.

D: Ieri Draghi e la Bce ci hanno fatto l’agenda di governo, altro che riforma del Senato e legge elettorale…

R: “In sostanza Draghi ha ridetto al governo italiano in carica, anzi, a tutto il nostro sistema istituzionale, le stesse cose che Trichet aveva preconizzato nella famosa lettera del 2011. Certo, oggi il destinatario non è più Silvio Berlusconi, da irridere facilmente perché ritenuto aprioristicamente in grado di degradare le finanze pubbliche, ma è un governo come quello di Renzi, nato recentemente nella cifra della speranza e del rilancio della fiducia”.
Mario Draghi tra le cento persone pi influenti al mondoMARIO DRAGHI TRA LE CENTO PERSONE PI INFLUENTI AL MONDO

D: E perché la Bce ci ripete le stesse cose di tre estati fa?

R: “Oggettivamente non è stato adempiuto quanto detto nella famosa lettera, se non in parte sulle pensioni. Non sono state toccate le partecipate locali, non c’è vera concorrenza sui prodotti, non si è entrati nel merito dell’organizzazione del mercato del lavoro, non si sono ridotto i tempi con cui anche la giustizia partecipa alla nascita di un’impresa, non ci sono stati spazi per vere riduzione fiscali”.

D: E perché la Bce chiede tutte queste cose adesso?

R: “Secondo me l’intenzione di Draghi era quella di evitare a questo governo lo sfregio di una lettera della Bce. Insomma, le parole di ieri, ancorché dure nella sostanza, sono un gesto di attenzione e cortesia verso un Paese che guida il semestre Ue. Poi, ormai, c’è preoccupazione sul nostro debito pubblico, che non è una cosa nuova ma torna d’attualità perché ci sono misure che scommettono sulla ripresa dei consumi, come quella degli 80 euro di bonus, che come in passato l’abolizione Ici di Berlusconi, possono funzionare solo insieme a quelle altre riforme-leva di cui abbiamo parlato prima”.
Matteo RenziMATTEO RENZI

D: Che cosa ci aspetta in autunno?

R: “Mi aspetto molta attenzione sulla tenuta dei conti pubblici e quindi tagli lineari per i vari ministeri”.

D: Non tagli selettivi del tipo “tu risparmia tot e tu risparmia quest’altra cifra?”

R: Temo che a questo punto non ci sia più tempo. Prevedo tagli lineari, ma posso aggiungere una cosa più politica?

D: Certamente

enrico letta xENRICO LETTA X
R: Credo che sia il momento di coinvolgere anche Forza Italia. C’è un macigno sulla strada del Paese e non possiamo che spostarlo tutto insieme. Bisogna capire che va recuperata la logica della grande coalizione sotto la quale è nata questa legislatura, in modo da salvarla. E bisogna studiare forme di coinvolgimento anche di grillini, vendoliani e leghisti. Soprattutto la Lega non può assistere al depauperamento del Nord senza muovere un dito. Tutto questo con un metodo che non comprenda più l’arroganza

D: Dove vuole arrivare Draghi quando parla di cessione di sovranità?

VAn Rompuy Dal CorriereVAN ROMPUY DAL CORRIERE
R: “L’Unione europea ha tra le sue ipotesi quella di natura federale. Oggi non lo è, ma concettualmente la prospettiva a cui si riferisce Draghi c’è ed è quella degli Stati Uniti d’Europa. Quello di Draghi è chiaramente solo un auspicio perché purtroppo su questo non c’è la disponibilità degli Stati. Nel caso dell’Italia, e del riferimento di ieri, il senso è di dire che “deve pensarci l’Europa” se un Paese non accetta le esortazioni europee e diventa un Paese pericoloso per tutta l’Unione. Questa esortazione per l’Italia si manifesta sotto forma quasi imperativa, ma in realtà è un semplice desiderio”.

D: Renzi dovrà cambiare registro, meno annunci e spacconate e più sostanza. Lei stesso prima parlava di arroganza. Ma ne è capace?

R: “Io credo che qualunque governo di fronte allo stato di necessità sappia come reagire e debba farlo nel più breve tempo possibile. Quale governo e quale uomo politico metterebbe a rischio il suo Paese?”

SILVIO BERLUSCONI ALLUSCITA DALLA SACRA FAMIGLIA DI CESANO BOSCONESILVIO BERLUSCONI ALLUSCITA DALLA SACRA FAMIGLIA DI CESANO BOSCONE
D: Dopo sei mesi tocca dire che il Paese dovrà rimpiangere Enrico Letta, che con Bruxelles e Francoforte sapeva come tenere i rapporti?

R: “Ho sempre detto che il governo Letta era un governo dei piccoli passi, ma credo tutti nella direzione giusta. Accertato che la nota caratteristica del governo Renzi è l’accelerazione e la velocità, bene farebbe la maggioranza che lo sostiene a porsi qualche domanda sulla direzione, ovvero chiedersi se la direzione sia quella giusta. Se uno risponde in modo serio a questa domanda, si pone immediatamente il problema dell’allargamento della maggioranza. Forse un po’ di metodo Letta aiuterebbe. Intanto Renzi dovrebbe mettere Enrico al posto di Van Rompuy come presidente del Consiglio d’Europa. Aspettano solo noi…”

2 - RIFORME: MUCCHETTI (PD), "UNA VITTORIA DI PIRRO"
MARIO MAUROMARIO MAURO
Comunicato stampa - "Una vittoria di Pirro". Così Massimo Mucchetti commenta il voto sulle riforme dato oggi dall'aula di palazzo Madama dal suo sito. "La maggioranza allargata a Forza Italia - continua Mucchetti - poteva contare su circa 230 voti. Ne ha presi 183, francamente pochi. Soprattutto per una legge di riforma costituzionale.

Un risultato lontanissimo dalla maggioranza qualificata dei due terzi e pericolosamente vicino alla maggioranza assoluta che serve per superare la prossima lettura in Senato (161 voti). Mi auguro che il premier sappia far tesoro dell’esperienza: l’entrata dell’Italia in recessione mentre il governo si occupa d’altro; le ampie riserve incontrate in Senato nonostante le forzature regolamentari; le tirate d’orecchi della Bce alle quali non si reagisce dicendosi d’accordo ma facendo qualcosa". Così conclude il senatore del Pd.

giovedì 7 agosto 2014

Crisi economica: se volete l’euro, volete la Recessione


Che sorpresa: siamo in recessione! Guardandovi intorno vi chiederete: perché, ne eravamo usciti? Tecnicamente sì. Nel 4° trimestre 2013 il Pil italiano era aumentato dello 0,13 % rispetto al terzo trimestre, portando il risultato annuo a un “esaltante” -1.85 %. Questo aumento, dopo nove diminuzioni consecutive, era il raggio di luce in fondo al tunnel che scacciava i gufi. Poi il primo trimestre 2014 era stato negativo, ora sappiamo che lo è stato anche il secondo: siamo nuovamente in recessione, e non una qualsiasi.
Negli ultimi tre anni il Pil è cresciuto in un solo trimestre. Una cosa simile non si è mai verificata nella storia dell’Italia unitaria, escludendo i periodi bellici. Perché succede adesso? Basta ascoltare l’autore di questo disastro, che ne ha confessato la ferrea logica economica. Nel primo trimestre del 2012 il Pil italiano aveva fatto -1%, un tonfo paragonabile solo a quello successivo al default Lehman. Nel maggio successivo, a un giornalista della Cnn che gli chiedeva dove pensasse di andare a parare con l’austerità, Mario Monti disse una frase da manuale di economia (ma non di politica): “Stiamo guadagnando una migliore posizione competitiva a causa delle riforme strutturali: stiamo in effetti distruggendo la domanda interna attraverso un consolidamento fiscale”. Cosa voleva dire l’allora premier? Prima dell’euro per comprare una Audi o una Bmw occorreva comprare marchi: se tutti gli italiani si innamoravano delle “tedesche”, il valore del marco saliva, e magari qualcuno ripiegava su un’Alfa Romeo. Al cuore non si comanda, ma anche col portafoglio non si scherza. L’euro impedisce il funzionamento di questo meccanismo di mercato e così alimenta le importazioni nel Sud di prodotti del Nord.
Un paese è in effetti come una famiglia: se esce per le importazioni più di quello che entra dalleesportazioni, la differenza va coperta con debiti. Avrete visto finanziarie tedesche offrire finanziamenti a prezzi stracciati per comprare auto tedesche? Se n’è lamentato perfinoMarchionne! Chi approfittava della cortese offerta, contribuiva ad aumentare il debito estero italiano. Notate che per il Nord prestare al Sud non è un problema, perché l’euro, oltre a drogare la competitività, elimina il rischio di cambio. Ma arriva il momento nel quale i crediti bisogna riscuoterli, magari perché scoppia una crisi, e i debitori devono “rientrare”. La prima cosa in questi casi è smettere di indebitarsi, e quindi, per un paese, ridurre le importazioni. Ma come si fa, se i rapporti di prezzo sono favorevoli ai beni esteri, e il cambio non può correggerli perché non risponde alle leggi del mercato? Semplice: si tagliano i redditi dei cittadini (aumentando le tasse o bloccando i rinnovi contrattuali). Se non hai soldi, non puoi spenderli, non puoi esprimere “domanda” di beni, nemmeno di beni esteri. “Distruggere domanda” significa tagliare redditi per ridurre le importazioni in modo da bilanciare i conti esteri.
Mica avrete creduto che l’austerità servisse a ridurre il debito pubblico? Ogni economista sa che non è così: in recessione l’austerità riduce redditi e gettito, peggiorando la situazione. E poi prima di Monti il debito pubblico non era un problema: l’ha ricordato il ministro Padoan! Sui conti esteri, però, l’austerità fa miracoli. Fra 2011 e 2013 Monti ha ridotto il rapporto fabbisogno-Pil di soli 0, 7 punti percentuali, ma il Prodotto interno lordo è crollato in due anni di più del 4 %, e quindi il rapporto debito-Pil è aumentato di 12 punti. Una catastrofe? Per noi sì, per i creditori esteri no: il saldo estero infatti è andato in surplus. Certo, i crediti vanno rimborsati. Ma perfino il vicepresidente della Bce ha detto che le banche del Nord sono state incaute! Distruggere l’economia di un paese per obbedire ai diktat di creditori incauti è immorale (perché anche i creditori avrebbero dovuto sopportare il peso delle proprie scelte sbagliate), e soprattutto sciocco. Il risultato infatti qual è? Quello che vediamo oggi in un’altra notizia: nell’ultimo mese gli ordinativi all’industria tedesca sono crollati di più del 3 %. Strozzando i propri debitori, che sono il suo principale mercato, la Germania sta strozzando se stessa. L’unica prospettiva di salvezza è quella cortesemente offerta dai promotori del referendum “anti-austerità”.
Eh già! Perché dopo averci sbriciolato per riavere indietro “il suo tesoro”, ora il Gollum tedesco, se vuole che qualcuno compri i suoi beni, deve far ripartire la domanda in Europa. Che c’è di meglio del permettere al Sud di ricominciare a indebitarsi? Vedrete: la Merkel sfoggerà presto il suo volto umano, non per far contenti i colleghi “anti-austerity”, perché le conviene. Ma a noi, invece di riprendere a indebitarci per aiutarla, converrebbe abbandonare l’euro, un sistema nel quale l’austerità è l’unico meccanismo di aggiustamento degli squilibri con l’estero.