martedì 16 settembre 2014

La Nato è morta e la Russia non è più un nemico


di Francesco Alberoni 



La Nato è nata nel 1948 e fra i suoi Paesi membri oggi abbiamo Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Belgio, Germania, Danimarca, Norvegia, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania; a sud e a est Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Turchia. In sostanza un semicerchio che stringe la Russia a occidente, a nord e a sud. 
Anche solo guardandone la forma geografica si capisce che è stata creata in funzione anti Urss all'epoca della Guerra fredda, però continua a esistere anche ora che l'Urss non esiste più e i principali pericoli militari non ci vengono dalla Russia ma dall'area islamica, mentre la più pericolosa competizione economica è quella della Cina. La Nato è tenuta in vita dagli Usa e dal Regno Unito che ci fanno litigare con la Russia per impedirci di stabilire con essa una profonda integrazione economica, e invece spingerci ad acquistare petrolio e gas dai Paesi del Golfo controllati da loro. Tutti i Paesi europei sono danneggiati da questa politica e la Russia viene spinta a integrarsi con la Cina.
E’ venuto il momento di domandarci perché dobbiamo continuare a fare parte di una organizzazione che ci reca solo danno. La Russia per noi non è un nemico, ma un amico, appartiene alla cultura europea, è un partner economico ideale, combatte l'integralismo islamico che invece gli americani hanno favorito con la loro politica in Afghanistan, in Irak e in Siria. È stata la Nato ad abbattere Gheddafi dando la Libia in mano agli islamisti e inondando l'Italia di immigrati. E non dimentichiamo che il presidente Obama voleva bombardare l'esercito di Assad aiutando le forze che hanno poi creato il califfato.

Oggi la Nato dovrebbe essere riorganizzata con nuovi scopi e con nuovi membri. E per prima cosa dovrebbe farne parte la Russia, per costituire un fronte comune contro l'integralismo islamico e la immensa potenza militare che fra poco sprigionerà la Cina. Oggi la Nato, che guarda a nemici del passato, dovrebbe pensare al futuro. Magari facendo anche qualcosa per il presente per esempio mettere fine alle emigrazioni nel Mediterraneo da essa stessa provocate. 

venerdì 12 settembre 2014

"Ecco chi tira i fili del terrore per sovvertire l'ordine mondiale"

"Tutti gli eventi sono tra loro interconnessi. A leggere i giornali sembra che gli scontri in Ucraina siano un problema a sé, completamente slegati dagli scontri razziali di Ferguson o dalle persecuzioni razziali e religiose in Iraq e Siria".
Prima di entrare nel merito delle tensioni tra la Russia e la Nato, Daniel Estulin(controverso autore del libro La vera storia del club Bilderberg) ci tiene a spiegare che "la Terra è un pianeta piccolo" e che, per andare fino in fondo, è fondamentale capire chi tira le fila. Perché "noi siamo solo burattini".
Estulin nasce nel 1966 a Vilnius. Della sua vita non si sa molto. Ma, chiacchierando, è lui stesso a raccontare delle battaglie del padre per una Russia più libera, della fuga in Canada e della passione per la politica, senza divisione tra interni e esteri, perché "la vera politica si svolge a un livello sovranazionale, al di sopra dei governi, tra quelle persone che governano il mondo da dietro le quinte". Li chiama "shadow master" (signori dell'oscurità, ndr) e cerca di smascherarli nei suoi libri, da L'istituto Tavistock in avanti.
Perché la Nato sta alzando i toni con la Russia?
"Per capirlo bisogna guardare a Detroit, uno scenario post-apocalittico degno di un film di Will Smith. Le persone che tirano le fila del mondo vogliono che le guerre, la crescita zero e la deindustrializzazione ogni città del mondo assomigli a Detroit."
Progresso e sviluppo non dovrebbero essere direttamente proporzionali alla densità di popolazione?
"Grazie ai progressi tecnologici, le società si sviluppano, creano di ricchezza e costruiscono. Ma chi tira le fila del mondo sa che la terra è un pianeta molto piccolo con risorse naturali limitate e una popolazione in continua crescita. Ora siamo 7 miliardi e stiamo già esaurendo le risorse naturali. Ci sarà sempre abbastanza spazio sul pianeta, ma non abbastanza cibo e acqua per tutti. Perché i potenti sopravvivano, noi dobbiamo morire."
Come intendono fare?
"Distruggendo le nazioni a vantaggio delle strutture sovranazionali controllate dal denaro che gestiscono. Le corporazioni governano il mondo per conto dei governi che esse controllano. Così è successo con l'Unione Europea."
E Putin non rientra in questo disegno...
"Pensavano di poterlo controllare..."
Perché non ci riescono?
"La Russia è una superpotenza nucleare. È questo che la rende tremendamente pericolosa agli occhi di questa gente. La Cina, per esempio, ha una grande popolazione ma non è una potenza nucleare. E per questo non è un pericolo. Mentre l'economia cinese può essere distrutta nel giro di un minuto, le tecnologie russe non possono essere annientate."
Dove vogliono arrivare col conflitto in Ucraina?
"Togliere il gas all’Europa per farla morire di freddo… Quando parlo di potere, non lo identifico con persone che siedono su un trono, ma con un concetto sovranazionale. L’idea è appunto distruggere ogni nazione."
Alla fine non ci sarà più alcuna patria?
"L’alleanza è orientata verso una struttura mondiale che per essere controllata ha bisogno di nazioni deboli."
È possibile fare qualche nome?
"Christine Lagarde, Mario Draghi, Mario Monti, Petro Oleksijovyč Porošenko… tutte queste persone sono sostituibili. Prendete Renzi: la sua politica conduce alla distruzione dell’Italia. Perché lo fa, dal momento che dovrebbe fare l’interesse del vostro Paese? Non è logico."
Non è poi tanto diverso da Monti…
"I vari Renzi, Monti, Prodi sono traditori dell’Italia, non lavorano nell’interesse del Paese. Renzi non ha mandato politico, nessuna legittimazione, non è stato eletto."
L'ultimo premier eletto democraticamente è stato Berlusconi.
"E questo è il motivo per cui c’è stato uno sforzo così ben orchestrato per distruggerlo."
È il Bilderberg a tirare le fila?
"Il Bilderberg era molto influente negli anni Cinquanta, nel mondo postbellico. Ora è molto meno importante di quanto non si creda. Organizzazioni come il Bilderberg o la Trilaterale non sono il vertice di nulla. Sono la cinghia di trasmissione. I veri processi decisionali hanno luogo ancora più in alto. L'Aspen institute è molto più importate del Bilderberg."
Nessuno ne parla.
"I giornali mainstream fanno parte di questo gioco. Pensare che media come il New York Times, il Washington Post o Le Monde siano indipendenti, è da idioti. I giornalisti lavorano per azionisti, che decidono la linea editoriale del giornale."
Vale anche per l'Italia?
"Il Corriere della Sera, la Stampa e il Sole 24Ore siedono spesso alle riunioni del Bilderberg. Non c’è metodo più efficace che far passare le loro idee nella stampa mainstream."
Anche l'estremismo e il terrorismo islamico rientrano in questo disegno?
"Certamante. Non è possibile credere che Obama lavori nell'interesse degli Stati Uniti. Come è impensabile credere che un'organizzazione come l'Isis sia passata, nel giro di poche settimane, dall’anonimato più assoluto a rappresentare la peggiore organizzazione terroristica del mondo."
Come si "costruisce" un nemico?
"Con gruppi come Isis, Hamas, Hezbollah o Al Qaeda, succede quello che chiamiamo blow-back, cioè quello che succede quando soffi il fumo e ti torna in faccia. L'effetto è sempre lo stesso: si costruisce e si finazia un gruppo terroristico, in Ucraina come in Medioriente, e dopo un certo periodo di gestazione questo ti torna indietro e ti colpisce. In ogni operazione non c’è mai un solo obiettivo, ma sempre molti obiettivi. Un obiettivo lavora per te, un altro contro di te."
Tutto già calcolato?
"Un qualsiasi attacco implica l'uso dell'esercito e, quindi, la necessità di investire soldi nell'industria bellica. La formula è la stessa, cambiano solo i giocatori. Oltre alla guerra ci sono modi diversi per ottenere lo stesso risultato: la fame, la siccità, droghe, la malattie. Li stanno usando tutti. Così da un lato distruggono il mondo economicamente, dall’altro usano i soldi per sviluppare tecnologie così potenti e futuristiche da creare un gap tra noi e loro sempre più marcato."
Eppure faticano a contrastare l'ebola...
"Macché! È solo un esempio per vedere la reazione della popolazione mondiale. Viene presentata come un'epidemia ma ha ammazzato appena tremila persone negli ultimi dieci anni. Ogni anno raffreddore, tosse e influenza ne uccidono 30mila solo negli Stati Uniti. La prossima volta che ci sarà una vera epidemia, conosceranno già le reazioni umane."

giovedì 11 settembre 2014

Se il capitalismo diventa di sinistra

di Diego Fusaro

Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile. 
Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).
Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.). 
Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.
Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc. 
In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti delLAVORO e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico. 
Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile. 
Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste. 
Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia. 
È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti. 
Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria. 
La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.




mercoledì 10 settembre 2014

Prepararsi alla “calata degli avvoltoi”



di Luciano Lago  



Che in questo paese fossimo arrivati ormai “alla frutta” lo si era capito da un pezzo : con uno Stato che vanta il debito pubblico record di oltre 2.166 miliardi di euro, corrispondente al 137,9% del PIL) : solo negli ultimi dodici mesi, tra aprile 2013 e aprile 2014, il “buco” nelle finanze statali è cresciuto di 103,5 miliardi di euro, pari a una media di 8,6 miliardi al mese. Vedi: Cosa si nasconde dietro l’enorme aumento del debito pubblico
Lo Stato italiano che, grazie all’euro, non dispone più di una propria moneta, è costretto a ricorrere al prestito di una moneta straniera (denominata euro) che deve richiedere dietro interessi al cartello bancario sovranazionale che “graziosamente” gli concede questi denari dietro interessi che, per il solo finanziamento del debito, costano circa 80/90 miliardi all’anno.

La crescita del debito pubblico ha continuato a salire nonostante o/ a causa delle politiche di austerità imposte da Bruxelles, con il livello stratosferico di tassazione che grava su imprese e famiglie, che hanno prodotto la contrazione dell’economia, chiusura di migliaia di aziende, disoccupazione record, con effetto di arretramento del PIL e di conseguenza il calo delle entrate fiscali e lo sballo di tutte le previsioni di crescita fatte dal governo. Dal governo Monti, fiduciario delle centrali finanziarie, seguito da quello di Enrico Letta e, da ultimo, dal parolaio fiorentino, Matteo Renzi, la situazione non è cambiata anzi si è aggravata ed è sempre più vicina al default.
Tutti questi governi si sono limitati ad applicare le ricette demenziali dei burocrati di Bruxelles e di Francoforte ed i risultati si vedono.
Per chi non lo avesse ancora capito, Il debito pubblico italiano è già tecnicamente impagabile.
Tuttavia per mascherare questa grave situazione il governo Renzi, quando si è insediato, ha proclamato la sua irrinunciabile volontà di fare le riforme (una al mese aveva detto in un primo tempo) affermando che con queste riforme tutto dovrà cambiare: l’economia riprenderà il suo corso, ci sarà la crescita, la disoccupazione dovrà calare, gli imprenditori torneranno ad investire e tornerà la fiducia e l’Italia sarà un paese più moderno, con un sistema del lavoro flessibile come in Germania, con una Pubblica Amministrazione più snella e più moderna (che pagherà i suoi debiti con le imprese, ci aveva detto), con un sistema giudiziario degno di un paese civile, una scuola più avanzata, ecc. ecc..
Un buona parte degli italiani, incantati dalle chiacchiere dell’imbonitore fiorentino, sempre presente in TV ed al centro di una formidabile “campagna di persuasione”,
con la sua squadra di “belle ministre”, giovani ed avvenenti, ne sono rimasti incantati, gli hanno creduto ed hanno votato per il suo partito, il PD, visto che erano in quel periodo le elezioni europee.
Sono passati i primi sei mesi e di riforme si è vista in marcia (con i suoi tempi lunghi di approvazione circa 2 anni) soltanto quella del Senato, che non è esattamente quello che possa smuovere l’economia.
Molte promesse e molte chiacchiere ma per la fantomatica “spending review” (tagli alla spesa pubblica), ancora non si sono visti che tagli marginali ma niente di sostanziale.  L’enorme apparato burocratico clientelare continua come prima a macinare denaro pubblico, come anche le corporazioni super pagate dei dirigenti statali, dei manager pubblici, dei magistrati, dei dipendenti di organismi pubblici, dalla Banca D’Italia, alla Corte dei Conti ,alla Corte Costituzionale, nonchè le oltre 5.000 società partecipate da Regioni, Province e comuni, fra stipendi, gettoni di presenza, rimborsi spese, consulenze, ecc..  I crediti delle imprese non sono stati pagati e molte di queste sono andate in fallimento.  Le Province, pur se nominalmente abolite ,continuano ad avere il loro personale a carico, i partiti hanno continuato ad incassare il finanziamento pubblico (appena ridotto dal 2015) i giornali continuano ad avere il finanziamento pubblico, in più lo Stato italiano si è accollato la spesa per accogliere ed assistere oltre centomila fra immigrati e rifugiati provenienti da Africa e Medio Oriente, mentre il ministro Alfano continua a strepitare che “l’Europa deve farsi carico del problema” (?!?).
L’unico segnale di riduzione di spese da ultimo dato da Renzi è stato quello di ridurre del 3% le spese di ogni Ministero: dalla Pubblica Istruzione alla Difesa, all’Interno, ecc.. Esttamente i tagli lineari che venivano fatti durante i governi Berlusconi e Tremonti. Dove sarebbe la novità? Si è chiesto qualcuno che riteneva Renzi un grande “innovatore”.
Tuttavia il segnale più grave e sintomatico di quale sia la situazione reale è stato dato qualche giorno fa, dall’affascinante quanto inesperta ministra Madia, quando questa ha comunicato ai sindacati e rappresentanti del pubblico impiego che non ci sono i soldi per l’adeguamento delle retribuzioni del pubblico impiego ferme da cinque anni.
Apriti cielo: in Italia non era mai accaduto che un governo di coalizione di centro sinistra negasse gli adeguamenti al pubblico impiego, incluse forze di Polizia, carabinieri, Finanza e Forze Armate, ai dipendenti pubblici in genere, quelli che da sempre sono in buona parte il bacino elettorale del PD. Questo significa che la situazione inizia ad essere davvero grave se lo Stato ha difficoltà a pagare insegnanti, infermieri, impiegati pubblici, poliziotti, carabinieri e tutti gli altri comparti dell’impiego pubblico.
Infatti la situazione è grave, anzi gravissima ma proprio i dipendenti pubblici, quelli che fino ad oggi hanno avuto sempre il posto e lo stipendio garantito non lo avevano compreso. Questi poveretti, illusi dalle chiacchiere del “gelataio fiorentino” avevano pensato che questo avrebbe per l’ennesima volta garantito e migliorato il loro status e magari, con la ripresa dell’economia, fatto trovare un posto di lavoro nella Pubblica Amministrazione anche al figlio o al nipote disoccupato. Quindi lo avevano votato entusiasti del “nuovo che avanza”.
L’impiego nell’Amministrazione P. si sa che in Italia è sempre stato considerato un comodo rifugio con posto garantito a vita, godendo di una serie di privilegi sconosciuti alle altre categorie, dalla illicenziabilità alla possibilità di permessi, malattie ed aspettativa, fino alla inamovibilità dalla sede di lavoro, senza dover per questo rispondere di produttività e di efficienza. Il rag. Fantozzi è stato il prototipo di questo impiegato pubblico ma a volte la realtà supera persino la fantasia se consideriamo ad esempio il comparto dei dipendenti della Netezza Urbana di Napoli o della Forestale in Calabria. Naturalmente questo discorso non vale per chi deve davvero lavorare al massimo delle sue possibilità come gli infermieri in certi ospedali pubblici, gli insegnanti nelle scuole disagiate o i poliziotti e carabinieri che rischiano la vita nelle strade o i vigili del fuoco che si prodigano nelle tante calamità che affliggono il paese.
Mettere in dubbio questa estesa fascia di popolazione garantita significa dare a vedere che la situazione è ormai fuori controllo e chi ha un minimo di perspicacia e di senso critico intende che la prospettiva di una situazione tipo Grecia con massacro sociale generalizzato, licenziamento di parte dei dipendenti pubblici e riduzioni di stipendio è ormai davvero dietro l’angolo.
Il problema che ancora non tutti percepiscono è quello dell’impoverimento generale della popolazione italiana, questo è un flagello che inizia dal ceto medio, quello composto da piccoli imprenditori, artigiani, partite Iva, professionisti, medi dirigenti di aziende private, ecc. che, per l’effetto combinato della crisi e dell’assurdo carico fiscale, nonchè della mancanza di credito, sono costretti a chiudere le loro attività o vedono perso il loro posto di lavoro senza avere possibiltà alternative e senza sussidi. Dopo questa fascia sociale viene subito dopo colpita la base operaia, che si trova spiazzata dalla chiusura o ridimensionamento delle aziende, godendo tuttavia per un certo periodo dei soli sussidi quali cassa integrazione e similari ma con scarse o inesistenti possibilità di lavoro alternativo.
La situazione precipita quando la mancanza di liquidità costringe lo Stato a ridimensionare e limitare il pagamento dei dipendenti pubblici,esattamente quello che è successo in Grecia, con conseguenti scioperi, interruzione dei servizi, manifestazioni e possibili disordini sociali.
In Italia stiamo iniziando ad entrare in questa fase che diventa la più delicata perchè richiede una forte capacità da parte dei governi di gestione delle tensioni sociali e questa, possiamo stare sicuri, non sarà lasciata al “gelataio fiorentino” ed alle sue “belle ministre”.
Possiamo scommettere che interverrà la Troika (Commissione Europea, BCE e FMI) con tutto il suo stato maggiore, data l’importanza dell’Italia (si tratta del terzo paese europeo), con i suoi funzionari e fiduciari, con giubbetto anti proiettile e scorta armata, con il suo carico di provvedimenti imposti, “impopolari ma necessari” ci diranno come hanno detto in Grecia, mentre un nuovo corpo di polizia europeo (l’Eurogendor) interverrà per sostituire la Polizia italiana in sciopero.
Le avvisaglie ci sono già, “dobbiamo dare direttamente a Bruxelles la gestione delle riforme in Italia”, si è lasciato scappare l’altro giorno il ministro dell’economia Padoan, l’uomo di fiducia del FMI e delle centrali finanziarie, installato da queste nel governo Renzi. L’unico personaggio non di immagine del governo ma che sa gestire le situazioni difficili come dicono che abbia saputo fare anche a suo tempo in Argentina, per conto del FMI (da quel paese sono stati però cacciati da una rivolta popolare). Vedi: Padoan getta la maschera
Questo la dice lunga su quale sia la prospettiva. Privatizzazioni, svendita del patrimonio pubblico e, come molto probabile, cessioni di parte del territorio demaniale in cambio delle quote del debito.
Lo esigono da Bruxelles e dal FMI per avere le garanzie sul debito publico dell’Italia. Le grandi banche d’affari, Goldman Sachs in testa e le mutinazionali sono pronte ad accorrere in Italia a fare business, come già avvenuto nel 92 all’epoca delle prime grandi privatizzazioni.

Prepariamoci alla calata degli avvoltoi su quel che resta del “bel paese”.

Per fortuna è arrivato il Califfo


di Maurizio Blondet

califfatotempicopertina

Le atrocità del Califfo al Mossad: occhio alle menzogne

«Strage in Iraq, uccisi 500 yazidi. Donne e bambini sepolti vivi». Sui media, i titoli sono riprodotti con lo stampino. «300 donne ridotte schiave sessuali» dal Califfo, decine di migliaia di yazidi e cristiani un fuga, i bravi peshmerga (tanto amati da Israele) che aprono un corridoio umanitario. Tutto vero e terribile (così ci assicurano gli inviati speciali). Tanta tragedia ha almeno un vantaggio: ha fatto sparire le atrocità israeliane su Gaza, le immagini di morte e distruzione ebraiche.

Si metteva male, stavolta, per Sion. Troppi goym s’erano indignati del genocidio, in tutto il mondo. Per tornare a fare le vittime, stavolta, non basta nemmeno ricorrere alla vecchia misura propagandistica: scritte anti-ebraiche sui muri a Roma e Parigi, occasione di articolo frementi di civiltà sul rinascente antisemitismo europeo. S’è dovuto organizzare una campagna contro un mostro sacro del «diritto umanitario», Amnesty International, accusandola di antisemitismo, perché minaccia di documentare le atrocità commesse a Gaza in un futuro processo presso il Tribunale Internazionale. 
 
Si è arrivati a questo: che il Times di Londra aveva persino rifiutato un articolo di Elie Wiesel (1)  (o dell’uomo che sotto questo nome ha riscosso il Nobel come sopravvissuto-tipo dei Lager di sterminio nazisti), dove Wiesel diceva che a Gaza era Hamas ad ammazzare i bambini palestinesi, non le bombe e le cannonate ebraiche. Eppure gli accenti del grande sopravvissuto non potevano essere più alti e vibranti: «Gli ebrei hanno rifiutato la pratica di sacrificare bambini 35000 anni fa; adesso è la volta di Hamas». «Nella mia vita ho visto bambini ebrei gettati nel fuoco», ha scritto Wiesel senza spiegare dove e come (la sua memoria dei Lager si arricchisce di sempre nuovi, tremendi dettagli via via che passano i decenni), «e adesso, vedo bambini musulmani utilizzati come scudi umani – in entrambi i casi da adoratori del culto della morte che non li differenzia dagli adoratori di Molok».
 
Niente, il Times non ha voluto il pezzo. A questo punto, che fare?
 
Per fortuna è apparso il Califfo. Un musulmano più cattivo degli israeliani, che compie più atrocità di Sion e del glorioso Tsahal. Seppellisce vivi bambini yazidi, uccide cristiani. Anzi, peggio: «Abu Bakr al-Baghdadi ha dato ordine di infibulare tutte le ragazze e le bambine presenti sul suolo iracheno». Mette in pericolo la Cristianità (di cui i media scoprono improvvisamente l’esistenza minacciata) e le «conquiste delle donne», stringe nella reazione alla minaccia la Bonino ed il buon Socci, unifica la Boldrini non meno dell’ateo devoto neocon Giuliano Ferarra – nello stesso raccapriccio. Tutto l’occidente unito.
 
 Obama ordina il bombardamento delle posizioni dell’ISI: due bombe (due). Con delicatezza, quei ribelli e quegli armamenti sono costati un occhio al contribuente USA. Applausi, la guerra continua. Mandiamo armi pesanti ai peshmerga tanto amati da Sion (come abbiamo già fatto ai ribelli siriani che poi si sono rivelati essere l’ISIS): loro ci difenderanno, i valori giudeo-cristiani sono affidati alle loro mani civilissime, sicuramente Hollywood sta già producendo il film: Peshmerga, con Angelina Jolie e Jonny Depp.
I bambini di Gaza, il sangue, le macerie , il genocidio sotto gli occhi dell’Occidente? Dimenticati. Hanno distrutto case, ospedali, scuole, cimiteri, la centrale elettrica. Hanno lasciato su questo monte di macerie 250 mila senza tetto che non hanno cibo né acqua. Migliaia di feriti senza cure né ospedali, e nemmeno ambulanze (hanno sparato sulle ambulanze). Non ce ne preoccupiamo più, basta, la notizia è scomparsa. Adesso, ci insegnano a piangere sugli yazidi. 
 
I grandi giornali USA possono finalmente postare vignette come quella di cui sopra, con un bell’amalgama fra terroristi veri, terroristi falsi e patrioti che difendono il proprio suolo (Hezbollah, Hamas). Gli attivisti di Sion, incaricati dell’Hasbara, possono postare equivalenze un po’ azzardate come questa: «Chi è con Hamas contro Israele, sostiene il califfato». 
 
 Hillary Clinton può dichiarare quanto segue: «Cosa succede in Europa? Ci sono enormemente più manifestazioni contro Israele che contro la Russia, eppure questa s’è impadronita di un pezzo di Ucraina ed ha abbattuto un aereo civile». 
 
La Russia ha abbattuto un aereo civile!?: un po’ forte, un po’ azzardato, tanto che rischia di scoprire il gioco. Il gioco che si chiama «disinformazione», ed è in pieno corso a proposito dell’atroce Califfo. I giornalisti nostrani ci vanno a nozze.
 
Favoriti da provvidenziali vuoti di memoria o santa ignoranza. Hanno dimenticato che la truppa dello IS è finanziata ed armata dai sauditi ed è stata addestrata da istruttori americani per distruggere il regime di Assad in Siria, e che ha recuperato Humvee, carri armati e artiglieria mobile Made in USA con il suo assalto di sorpresa alle truppe irachene: e sùbito la Casa Bianca, invece di prendersela con i tagliagole, ha messo sotto accusa il premier iracheno Al Maliki – di cui chiaramente cerca di provocare la caduta.
 
I giornalisti non hanno visto gli articoli dove Edward Snowden, l’ex analista della National Security Agency, lo spifferatore dei loschi segreti americani, ha spiegato che per creare lo ISIS ci si sono messi in tre, « the British and American intelligence and the Mossad worked together to create the Islamic State of Iraq and Syria (ISIS)». Lo scopo, «creare un’organizzazione capace di attrarre tutti gli estremisti del mondo in un posto solo». Siccome oggi lo Stato ebraico manca di un nemico reale, grosso e minaccioso abbastanza da giustificare lo slogan «Israele si sta solo difendendo», la creazione dell’ISIS serve anche a questo: «La sola soluzione per la protezione dello Stato ebraico è creare un nemico presso i suoi confini». Mica un nemico vero: un islamismo che «semini discordia e violenza settaria» fra i musulmani, en passant rendendo odioso l’Islam, allarmando gli occidentali sul pericolo verde, e coalizzandoli a difesa della civiltà giudaico-cristiana. 
Appunto la funzione che svolge Abu Bakr Al Baghadli, il califfo. Ammesso che questo sia il suo nome, anzi non concesso: «Abu Bakr» fu il nome del primo califfo dopo Maometto, ed è chiaramente un nome inventato per suggestionare. Secondo Snowden, e l’intelligence iraniana, il suo vero nome è Elliot Shimon, figlio di padre e madre ebrea, addestrato in guerra psicologica contro le società arabo-islamiche, oltreché in arte militare, teologia islamica ed oratoria-retorica islamista dal Mossad. In altri periodi della sua vita l’hanno chiamato «Emir Daash» (dalla sigla dell’ISIS in arabo), in altri, ha avuto il nome di Ibrahim ibn Awad ibn Ibrahim Al Al Badri Arradoui Hoseini. Gli americani gli hanno fornito un passato giusto, detenendolo per qualche tempo (le date sono incerte) a Camp Bucca, la più vasta prigione che le forze occupanti USA hanno gestito in Iraq (l’hanno chiusa nel 2009), presso la frontiera col Kuwait.
 
La Croce Rossa, in un suo rapporto riservato del 2004 (2), ha scritto che il 90% degli iracheni che gli americani detenevano a Camp Bucca erano stati arrestati «per caso», ossia senza motivo. Alcuni ex detenuti di Camp Bucca hanno detto ad Al Jazeera che quello era «una scuola di Al Qaeda», dove gli americani lasciavano che gli elementi più estremisti radicalizzassero gli arrestati «per caso». Un carceriere, l’ex ufficiale della US Air Force James Skylar Gerrond, l’ha definita «una pentola a pressione dell’estremismo»(3) .
 
 Riapparso come Califfo, l’ex prigioniero (o addestrato) fa il diavolo a quattro proprio mentre Israele rade al suolo Gaza con tutti i suoi abitanti. Israele ammazza duemila palestinesi, fra cui 470 bambini? E il Califfo «seppellisce vivi 500 yazidi», e in più «ordina l’infibulazione di tutte le donne».
 
 Andare a combattere contro Israele? Il Califfo sancisce: «Combattere gli apostati vicini è più importante che combattere gli infedeli lontani», aggiungendo: «Il Profeta aveva combattuto Quraysh prima di passare a combattere gli ebrei di Banu Qurayza» (è davvero ben istruito). 
 
 Come si vede, Israele e il Califfo coi suoi takfiri hanno lo stesso nemico: gli sciiti, Iran, Assad, Hezbollah. È una sorprendente coincidenza? Basta aver dimenticato, come fanno i giornalisti, quelle foto del maggio 2013 in cui il senatore McCain posava con i bravi ribelli anti-siriani, molti dei quali – oh sorpresa – oggi militano nell’ISI e stanno col Califfo Al-Mossad. Era andato a trovarli nelle retrovie, e s’era felicitato con loro. Anche loro si erano felicitati con lui (oggi, McCain accusa Obama di mollezza perché bombarda poco i suoi amici di ieri). 
 
Ma i giornalisti non ricordano.
 
Nessuno sparga più lacrime su Gaza, adesso i Lorenzo Cremonesi, i Maurizio Molinari eccetera vi fanno spargere lacrime sui poveri cristiani in Iraq costretti a lasciare le loro case (che sotto Saddam abitavano sicuri): non c’è ateo occidentalista cui non si inumidiscano le ciglia al racconto delle loro disgrazie. E degli yazidi, poi, poveretti! nessuno ne sapeva niente, fino all’altro ieri. Adesso l’Occidente si mobilita per loro, per loro bombarda e a loro lancia cibo ed acqua. Anche loro, sotto Saddam, avevano cibo, acqua ed abitazioni. Sono state le invasioni americane a devastare le loro vite, come quelle di tutti gli iracheni.
 
Non che non siano vere queste sciagure, e quelle altre che il Califfo procurerà. Sono stati riuniti da ogni parte del mondo dei fanatici sgozzatori, che filmano i loro assassinii e li postano sui social network. Cercate di vedere che – come Israele – stanno ammazzano dei musulmani. Non solo sciiti, ma sunniti dell’Iraq vengono terrorizzati; e questi, se scappano nelle zone kurde, sono dai curdi trattati come nemici: come fanno gli israeliani.
 
 Ma cercate – sotto la tempesta informativa, che contrasta così tanto con il buco informativo di altre tragedie –, imparate a sentire il puzzo della disinformazione, della propaganda, del «due pesi due misure»: i media plaudono all’intervento umanitario di Obama in Iraq, mentre nel Donbass, dove il regime di Kiev compie una strage nel silenzio dei media ed è in corso una catastrofe umanitaria voluta e favorita dagli americani, un intervento umanitario russo è vietato: Obama e la NATO hanno avvertito che lo considererebbero «una invasione dell’Ucraina».
 
 Dovreste ormai sapere come sono bravi, i soliti noti, nella «narrativa». Come sono bravi a ficcare le mani nel sangue, e piangere come vittime. Uno l’abbiamo nominato, è Elie Wiesel. Un altro è Bernard Henry Lévy, il philosophe che ha incitato all’intervento francese in Libia, l’uomo che ha detto «La primavera araba è buona per Israele», l’uomo di cui il Corriere (al contrario del Times) ha pubblicato una difesa dei massacri israeliani a Gaza che unisce minacce a menzogne rivoltanti, una vera vergogna per il «grande» giornale:
 
«A Parigi, col pretesto di difendere la Palestina, migliaia di uomini e donne se la sono presa di nuovo con gli ebrei. A questi imbecilli oltre che mascalzoni, o viceversa, ricordiamo, ad ogni buon conto, che mescolare ebrei e israeliani in una stessa riprovazione è il principio stesso di un antisemitismo che, in Francia, viene punito dalla legge – (...) Non c’è aggressione, ma contrattacco di Israele di fronte alla pioggia di missili che, ancora una volta, si abbattono sulle sue città e che nessuno Stato al mondo avrebbe tollerato così a lungo; che Gaza è, in effetti, una sorta di prigione ma, avendola gli israeliani evacuata ormai da quasi dieci anni, non si capisce come potrebbero esserne i carcerieri. Cosa pensare, invece, di Hamas che mantiene l’enclave sotto il giogo, che tratta i propri abitanti come ostaggi». (Leggete il resto quihttp://www.corriere.it/esteri/14_luglio_22/israele-si-difende-torti-non-sono-stesso-piano-3842fab6-1173-11e4-affb-3320a03d21e8.shtml, se avete lo stomaco).
 
 Lacrime per i poveri cristiani iracheni, è giusto. Ma le lacrime sono mancate per le decine di guerre che gli Stati Uniti hanno sferrato contro l’Iraq perché altrimenti Israele non si sentiva tranquillo, portando il Paese all’età della pietra e alla guerra civile permanente, un milione di morti dopo: da Bush padre a Clinton, da Bush figlio ad Obama Operation Desert Shield; Operation Desert Storm; Operation Provide Comfort I and II; Operation Southern Watch; Operation Desert Strike; Operation Northern Watch; Operation Desert Fox; Operation Southern Focus; Operation Iraqi Freedom; Operation New Dawn, fino alla attuale Operation «Humanitarian» di Obama.
Come siamo umani, noi occidentali. Come siamo teneri.

Maurizio Blondet

sabato 6 settembre 2014

Washington accumula bugie su bugie


di Paul Craig Roberts -



L’ultima bugia di Washington, che questa volta viene dalla NATO, è che la Russia abbia invaso l’Ucraina con 1.000 soldati e artiglieria motorizzata.
Come facciamo a sapere che è una bugia? Forse perché non abbiamo sentito che menzogne dalla NATO, dall’ambasciatrice statunitense all’ONU Samantha Power, dall’assistente segretario di stato Victoria Nuland, da Obama e il tutto il suo regime di bugiardi patologici, e dai governi britannico, tedesco e francese, oltre che dalla BBC e dal complesso dei media occidentali? Questa ovviamente sarebbe già una buona ragione per sapere che l’ultima propaganda occidentale è una bugia, visto che i bugiardi patologici di punto in bianco non si mettono a dire la verità.
Ma ci sono ragioni ancora migliori per capire che la Russia non ha invaso l’Ucraina con 1.000 soldati.

Una di queste è che Putin ha investito pesantemente nella diplomazia, supportandola con un comportamento non provocatorio. Certo non rischierebbe di compromettere la diplomazia inviando soldati in numero peraltro non sufficiente ad ottenere un effetto decisivo.
Foto satellitari truppe russe
Un’altra ragione è che, se Putin decidesse di non avere alternativa all’invio dell’esercito per proteggere i residenti russi in Ucraina orientale e meridionale, manderebbe soldati in numero tale da sbrigare il lavoro in fretta, come fece in Georgia quando l’esercito georgiano, addestrato da USA e Israele, invase l’Ossezia del Sud e venne distrutto in poche ore dalla risposta russa. Se doveste sentire che 100.000 soldati, accompagnati da copertura aerea, hanno invaso l’Ucraina, ecco questa sarebbe un’affermazione più credibile.
Una terza ragione è che l’esercito russo, per fermare i bombardamenti sulla popolazione russa effettuati dal governo fantoccio di Washington a Kiev, non avrebbe bisogno di inviare soldati in Ucraina. L’aviazione russa potrebbe facilmente e rapidamente distruggere l’aviazione e l’artiglieria ucraina, fermando così l’attacco ucraino alle province secessioniste.
Solo due settimane fa, dal britannico Guardian e dalla BBC era stato diffuso un resoconto inventato secondo cui un convoglio corazzato russo era entrato in Ucraina ed era stato distrutto dall’esercito ucraino. Due settimane prima di quello avevamo la bufala delle immagini satellitari presumibilmente fornite dal Dipartimento di Stato USA e che il corrotto ambasciatore statunitense a Kiev aveva diffuso sui social media, secondo cui le forze russe stavano sparando in Ucraina. Tra una o due settimane avremo un’altra bugia, e una o due settimane dopo di quella ne avremo un’altra, e così via.
Sulla maggioranza delle persone, l’effetto cumulativo di bugie su bugie risulta nell’opinione che la Russia non stia facendo niente di buono. Una volta consolidata questa opinione, i governi occidentali potranno procedere contro la Russia con mosse più gravi.
La presunta entrata di 1.000 soldati russi in Ucraina è stata dichiarata dal brigadiere generale della NATO Niko Tak “una significativa intensificazione dell’interferenza militare russa in Ucraina”.
La campionessa delle bugie Samantha Power ha detto al Consiglio di Sicurezza USA che “la Russia deve smetterla di mentire.” L’ambasciatore britannico all’ONU ha affermato che la Russia è colpevole di “una chiara violazione della sovranità del territorio ucraino.” Il primo ministro britannico Cameron ha avvertito la Russia di “ulteriori conseguenze”. La cancelliera tedesca Merkel ha annunciato che ci saranno più sanzioni. Un consigliere del Consiglio di Sicurezza tedesco ha dichiarato che “la guerra contro la Russia è un’opzione.” Il ministro degli esteri polacco Sikorski ha definito il presunto episodio come un’aggressione russa che richiede una risposta internazionale. Il presidente francese Hollande ha dichiarato il comportamento della Russia “intollerabile”. Il consiglio di sicurezza ucraino ha imposto la leva obbligatoria.
La spinta suicida dei leader europei verso la guerra contro la Russia è interamente basata sull’evidente bugia che 1.000 soldati russi siano entrati in Ucraina.
Ovviamente i media occidentali vi hanno dato seguito a passo serrato. La BBC, la CNN e Die Welt sono tra i più spericolati e irresponsabili.
La montagna di bugie accumulata dai governi e dai media occidentali ha oscurato la storia vera. Ossia: il governo USA ha orchestrato il rovesciamento del governo legittimo dell’Ucraina e imposto a Kiev il suo burattino. Il governo burattino di Washington ha quindi cominciato a minacciare e perpetrare violenza contro le popolazioni russe degli ex territori russi annessi all’Ucraina dai leader sovietici.
La gente russa in Ucraina orientale e meridionale ha resistito alle minacce.
Washington accusa continuamente il governo russo di supportare la popolazione nei territori che hanno votato per separarsi dall’Ucraina. Non ci sarebbe guerra, dice Washington, se non fosse per il supporto russo. Ovviamente, però, Washington potrebbe facilmente fermare la violenza ordinando al suo governo marionetta a Kiev di fermare i bombardamenti sulle province ex russe. Se la Russia può dire ai “separatisti” di non combattere, altrettanto può dire Washington a Kiev.
I fatti portano alla sola conclusione che Washington è determinata a coinvolgere l’Europa in una guerra contro la Russia, o almeno in un distacco armato, al fine di rompere i rapporti politici ed economici tra Europa e Russia.
I leader europei si prestano al gioco perché i paesi europei, con l’eccezione della Francia di Charles de Gaulle, non hanno più avuto politiche estere indipendenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Seguono la guida di Washington e sono ben pagati per farlo.
L’incapacità dell’Europa ad esprimere una leadership indipendente condanna al fallimento la diplomazia di Putin. Se le capitali europee non possono prendere decisioni indipendentemente da Washington, per la diplomazia di Putin non esiste campo di applicazione.
Da notare che la nuova bugia sull’invasione russa è stata diffusa proprio il giorno successivo all’incontro tra Putin e il vassallo ucraino di Washington, per assicurarsi che nulla di buono potesse derivare dall’iniziativa diplomatica in cui Putin aveva investito tempo ed energie.
L’unico interesse di Washington è l’egemonia. Washington non ha interesse a risolvere la situazione da essa stessa creata per portare disagio e confusione in Russia. A meno che la situazione non venga risolta dal collasso economico ucraino, più Putin aspetta a risolverla con la forza, più difficile tale compito diventerà.

Violenza, odio e disperazione: l’odierno divide et impera


di Lorenzo Lipparelli 


L'obiettivo diviene oggi quanto più primario per il Potere, poiché la situazione, ormai spinta più che mai verso il crollo assoluto, mostra sempre più limpidamente le sue enormi contraddizioni e i suoi schemi costrittivi, e ciò potrebbe causare un primo vero risentimento critico delle masse verso il sistema, ed unirle, quindi, in un unico canale di dissidenza.



Sempre più frequentemente il sistema mediatico, televisione in testa, focalizza l’attenzione sulle drammatiche vicende che affliggono centinaia di famiglie italiane: assassini, suicidi, omicidi. E’ ormai nota la forte influenza che tali mezzi trasmettono al telespettatore passivo e la continua reiterazione a pubblicizzare fatti del genere, induce un forte aumento di paura nei cittadini, che ne rimangono amaramente colpiti, giungendo alla conclusione che “non ci si può fidare di nessuno, nemmeno in famiglia”. Può sembrar di poco conto ma bisogna rammentare che la televisione, essendo mezzo del potere, viene manovrata appunto, per degli scopi, e questi sono costantemente precisi e ben determinati. E quali ne cela tale bombardamento mediatico se non la spinta verso la massima assoluta del sistema? Ossia il divide et impera? La divisione tra tanti crea facoltà di potere tra pochi, e chi ne detiene in grande quantità, non nutre certo volontà comunitarie o di riappacificazione. Nella storia quanti avvenimenti rivoluzionari sono poi terminati in guerra civile?
Ed è proprio questo che fortifica il potere precostituito, lo status quo. La situazione caotica globale; guerre, epidemie, maltempo, crisi economiche, richiama il bisogno di mettere “l’uno contro l’altro” e di concentrare l’attenzione non sul quadro generale (drammatico), ma sul fatto singolo – in questo caso, d’odio e violenza – proprio per alimentare confusione e diffidenza, anche, o meglio addirittura, nella propria famiglia.
Lo sgretolamento di valori solidali e comunitari è da osservare proprio partendo dalla famiglia, e in ciò il diritto (che la definisce come prima “istituzione naturale”) ne rispecchia una larga visione imposta dalla società. Le migliaia di norme che regolano i rapporti tra famigliari e parenti dimostrano l’assolutizzazione dell’individualismo capitalistico: puoi contare solo sulle tue forze, la vita è una continua battaglia. Non è forse quello che dicono molti genitori ai figli, fin da piccoli? Questa è assuefazione. Se già i rapporti personali più intimi, come quelli in una famiglia, vengono assiduamente veicolati da parametri, norme e regole (peraltro spesso molto confuse poichè intrecciate tra loro in una maglia di infiniti cavilli, deleghe, proroghe e deroghe) come si può pretendere di non creare divisioni? Si pensi ad esempio alle “battaglie d’eredità” che sempre più spesso caratterizzano processi civili; ognuno lotta per la propria quota, per il proprio piccolo Capitale, chi per necessita, chi per paura, chi per avarizia. Questi sono esempi che dimostrano il continuo tentativo di rivestire ogni aspetto della società in modo da dividere, quanto più sia possibile, gli attori del gioco.
Dall’altra parte c’è da considerare un ulteriore effetto che viene causato: l’incitamento alla violenza e alla disperazione. Se è vero che se a guerra si risponde guerra questa non terminerà mai è vero pure che se, per fare un esempio, un padre in difficoltà economiche e/o famigliari si vede trasmettere costantemente padri “di buona famiglia” (come se ce ne fossero di “cattive”) che si uccidono e uccidono questo di certo non potrà agevolargli  la situazione, come non la potrà migliorare all’imprenditore che viene bombardato quotidianamente da storie simili alla sua finite in tragedia.
Con il Mass media l’opinione pubblica viene indirizzata, guidata mano per mano, dove più fa comodo al potere, quindi, per esempio, si creano dibattiti su un dato argomento con polveroni confusionari giganteschi che distolgono l’attenzione dal fulcro del problema o magari per nasconderne uno molto più serio: vedi, per esempio, i diritti gay. L’obiettivo diviene oggi quanto più primario per il Potere, poiché la situazione, ormai spinta più che mai verso il crollo assoluto, mostra sempre più limpidamente le sue enormi contraddizioni e i suoi schemi costrittivi, e ciò potrebbe causare un primo vero risentimento critico delle masse verso il sistema, ed unirle, quindi, in un unico canale di dissidenza.
Più ci si avvicina a quel fondo che sembra non avere fine, più le forze di difesa del potere alzano il tiro cercando disperatamente (vedi progetto-Renzi) l’autoconservazione. C’è da porsi una domanda allora – arrivati a tale degenerazione è più sensato combattere per fermare, o contribuire per accelerare?