mercoledì 8 ottobre 2014

La terza guerra mondiale è già iniziata ma pochi se ne sono accorti



di Luciano Lago  




Mentre gli avvenimenti incalzano con la duplice guerra in Medio Oriente (Iraq e Siria) a cui si potrebbe aggiungere lo stato di caos e guerra civile in Libia ed il conflitto in Palestina (Gaza) che in questo momento sembra oscurato dai media, l’opinione pubblica occidentale chiede a gran voce un intervento contro le barbarie dei tagliatori di teste del Califfato dello Stato Islamico (ISIS) ma pochi hanno compreso che la guerra in Medio Oriente contro l’ISIS è solo una parte di quello che appare come un conflitto ormai generalizzato che sta investendo, con modalità nuove e non convenzionali, un’area che va dal Medio Oriente all’Europa, all’Asia, al Sud America.
Molti analisti internazionali  (da Paul C. Roberts, a Thierry Meyssan, Alfredo Jalife, ed altri) definiscono ormai apertamente questo conflitto come la “terza guerra mondiale” già iniziata.

Non hanno torto (a nostro modesto avviso) ma occorre specificare che si tratta di una guerra globale che non sarà come le altre, non certo come la prima che fu combattuta sulle trincee, neppure come la seconda che vide i bombardamenti massicci sulle città (Dresda, Amburgo, Berlino), scontri di carri armati (Stalingrado) e l’uso dell’arma atomica su Hiroshima e Nagasaki da parte degli Stati Uniti.
Questa, che è appena iniziata, sarà una guerra multidimensionale come già stiamo vedendo, una guerra che parte dal Medio Oriente ,dove le principali potenze Stati Uniti, Israele, Francia e GB, mediante lo spauracchio dell’ISIS, stanno effettuando un massiccio intervento (per il momento soltanto dall’aria) per riposizionarsi in Iraq, in Siria ed inseguono il chiaro obiettivo della balcanizzazione della regione, con la finalità di controllare le risorse di quell’area strategica e di isolare e contenere l’Iran, potenza emergente della regione, ostacolare la Russia privandola dei suoi alleati strategici (Iran, Siria) e costringendo Mosca a ritirarsi dalla regione per trincerarsi nel Caucaso a difesa della sua zona meridionale dove si sa che vengono infiltrati i miliziani integralisti per suscitare una insurrezione delle minoranze islamiche presenti in quell’area. Fondamentale in questa strategia il ruolo dell’Arabia Saudita, alleata degli USA e complice, finanziatrice  ed ispiratrice dei gruppi terroristi sunniti.
Il protagonista principale di questa guerra è l’elite di potere di stanza a Washington che sta cercando, in forma neppure tanto mascherata, di imporre la propria egemonia unipolare, sia sul piano militare che su quello economico e sbarrare il passo alle due potenze principali che gli contendono questa egemonia: la Russia e la Cina.
Proviamo a riepilogare sinteticamente gli avvenimenti.
Sono di questi giorni gli episodi  come l’insurrezione pacifica avvenuta in Hong Kong, distretto della Cina, ove gli studenti sono in rivolta per chiedere più democrazia e ci sono prove evidenti che, a prescindere dalle istanze giustificabili degli studenti, alcune organizzazioni studentesche sono state finanziate da un organismo made in USA,la National Endowmenet of Democracy (NED), che appartiene al partito democratico USA, di cui è presidente , Carl Gershman, con mezzo milione di dollari.
Appare evidente l’interesse degli USA ad indebolire la Cina operando perchè sorgano conflitti al suo interno, meglio se con una possibile “rivoluzione arancione”, di quelle già sperimantate dalla CIA.
Per non parlare delle manovre fatte dal governo di Washington per accerchiare militarmente la Cina con  nuove basi militari aereonavali USA nel Pacifico e con gli accordi, in funzione anti cinese, stipulati ultimamente con Thailandia e Vietnam.
Tuttavia il conflitto asimmetrico e multidimensionale non è limitato all’Eurasia e Medio Oriente ma sta investendo anche il Sud America e lo si sta portando con modalità diverse su tre paesi importantissimi: il Brasile, l’Argentina, il Venezuela.
In Brasile dove si sta svolgendo una contesa elettorale fittizia tra la candidata della elite finanziaria anglosassone, Marina Silva la quale, con l’appoggio finanziario delle entità bancarie sovranazionali, sta tentando di rovesciare il governo della Wilma Roussef per dare un brusco cambio alle politiche di autonomia applicate in quel paese.
In Argentina attraverso l’assedio finanziario che viene effettuato ai danni del governo di quel paese con il palese tentativo, per mezzo dei “fondi avvoltoio” , maneggiati dall’impresa israel statunitense, Elliot Management Corp. ,di cui fanno parte l’ex candidato alla presidenza repubblicano, Paul Singer, intimo di Netanyahu, fondi manovrati da New York, e con l’intento di portare l’Argentina al default , rovesciare il governo della Cristina Kirchner e rimettere  il paese sotto il controllo totale di Washington. Vedi: Los nombres y las cifras detràs de los “fondos buitre”
La stessa situazione anche più accanita si manifesta contro il Venezuela, dove questo paese, capofila di un gruppo di nazioni latino americane avverse all’impero USA (Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Uruguay) viene messo sotto assedio tra infiltrazione di mercenari e provocatori dalla Colombia, stato satellite degli USA, e mediante l’assedio finanziario e sabotaggio economico.
Stiamo vedendo una potenza come gli Stati Uniti totalmente esasperata per le minacce alla propria supremazia e lo stesso Obama, che ha perso molte battaglie, come accaduto l’anno passato in Siria, quando Putin, in ultima istanza, grazie al suo ingegno creativo, ha risolto la situazione determinata dalla minaccia di intervento USA, fermando i bombardamenti con le consegna delle armi chimiche siriane.
Obama e gli strateghi di Washington hanno ripreso l’iniziativa creando il fattore ISIS (ci sono una quantità di prove che l’ISIS è stato creato dalla CIA e dal Mossad) nel Medio Oriente, utilizzando questo pretesto vogliono prendere il controllo della Siria ed installarsi nuovamente in Iraq, suddividendo il paese in tre stati (curdo, sunnita e sciita) ed avendone il controllo delle risorse. Vedi:Dietro l’alibi antiterrorismo la guerra del gas nel levante
Dalla crisi siriana si è arrivati poi all’esplosione della questione ucraina, con il golpe pilotato dagli Stati Uniti a Kiev e la conseguenza della guerra civile, la sucessiva contromossa di Putin dell’annessione della Crimea alla Federazione russa. Una crisi che ha visto ravvicinati i due principali apparati militari che si fronteggiano in Europa: la NATO che ha attuato un processo di accerchiamento strategico della Russia dal Baltico alla Georgia, e le forze russe che si sono trincerate tra la Crimea, nel Baltico ed ai confini meridionali del Caucaso per fronteggiare il sempre più minaccioso schieramento della NATO.
Questo perchè bisogna avere presente la sequenza temporale degli avvenimenti: la Russia si è opposta alla strategia americana che voleva rovesciare il governo (alleato di Mosca) di al Assad a Damasco e gli USA hanno attaccato gli interessi russi a nord, in Europa, dove da tempo sobillavano per rovesciare il governo filo russo di Kiev.
I due conflitti, quello siriano e quello ucraino, sono collegati dallo stesso fattore principale, la volontà  statunitense di contrastare la Russia e sottrarle le zone di influenza strategica.
La crisi siriana ed il fermo atteggiamento di Putin hanno portato alle sanzioni contro Mosca e questa ha reagito stringendo maggiormante la sua alleanza con i BRICS (Cina, India, Brasile e Sud Africa) di cui fa parte e promuovendo un interscambio che esclude il dollaro e prevede un organismo finanziario internazionale che si sostituisce al FMI. Questo ha scatenato una guerra finanziaria e valutaria da parte del governo USA e delle istituzioni anglosassoni che hanno cercato di indebolire tutte le valute tranne il dollaro, affossare il valore dell’oro, indebolire il rublo e cercare di isolare Mosca. Si tratta di un’altra delle dimensioni di questo conflitto: quella economica e finanziaria, tuttora in corso.
Tale situazione è stata sicuramente accelerata dall’ultimo vertice tenutosi dei paesi aderenti al gruppo BRICS che ha di sicuro indotto Washington a prendere contromisure sia finanziarie che militari, con una corsa al riarmo missilistico e nucleare, in base alla nuova dottrina dettata dagli strateghi neo cons della Casa Bianca, i quali hano stabilito l’idea della inevitabilità di un conflitto degli USA con Russia e Cina e della possibilità per gli USA di sferrare il “primo colpo”.

” War is coming” ha scritto Paul Craig Roberts, un importante analista americano, in un suo pezzo poco tempo fa, ma il mondo ancora non se ne è accorto.

Italia in svendita

Image
Da Il Ribelle 
Matteo Renzi ha messo le mani avanti ammettendo di non essere più nelle grazie dell'Alta Finanza. Quelli che, in base ad un abusato termine, vengono chiamati “Poteri Forti” e che, a suo dire, vorrebbero sostituirlo. In un Paese caratterizzato da un evidente e palpabile declino come l'Italia, un declino che è al tempo stesso economico, sociale, politico e morale, i “Poteri Forti” reali non sono altro che le Banche et affini. La Fiat e gli Agnelli contano ormai ben poco. Elkann e Marchionne hanno avviato infatti da tempo la chiusura della produzione di auto in Italia dopo aver dovuto prendere atto della fine degli aiuti pubblici. Le imprese un tempo pubbliche (vedi la Telecom) sono state prima spezzettate e poi regalate ai privati. E pure l'Eni, dopo tutte le privatizzazioni delle quote azionarie, è ormai controllata di fatto dai fondi di investimento anglofoni, mentre due soggetti pubblici come il Tesoro e la Cassa Depositi e Prestiti, sono stati ridotti in minoranza e destinati ad essere messi nell'angolo. Stessa sorte si prospetta per l'Enel che, come l'Eni, aveva avuto la brutta idea, sotto Berlusconi e Prodi, di stabilire stretti rapporti economici con la Russia. E con la Libia. E abbiamo visto come è finita, con la caduta di Gheddafi ad opera dei soliti noti. L'economia pubblica aveva rappresentato un elemento fondamentale che aveva permesso il boom economico del dopoguerra e aveva consentito all'Italia di ricavarsi uno spazio autonomo in politica estera, pur rimanendo dentro l'alleanza militare atlantica e sposando lo spirito dei tempi. 
Il primo colpo all'economia pubblica italiana venne avviato nel 1992, il 2 giugno per essere precisi (la festa della Repubblica, o la festa alla Repubblica), il giorno della famigerata Crociera del Britannia da Civitavecchia all'isola del Giglio e ritorno. In quella occasione il panfilo reale dei Windsor venne affittato da British Invisible, una associazione che promuove il made in Britain nel mondo, i cui dirigenti, legati agli ambienti della City londinese, intrattennero i gentili ospiti sulla bontà e sulla necessità delle privatizzazioni. I gentili ospiti erano dirigenti di aziende pubbliche che, appena scoppiata Mani Pulite, si sentivano un po' sbandati non sapendo o forse intuendo perfettamente cosa stava per avvenire, e sapendo che la loro classe politica di riferimento stava per essere spazzata via e sostituita con un'altra che, nella logica della City, avrebbe dovuto essere il Pci-Pds di Occhetto ormai trasformatosi, gioco forza, in socialdemocratico. Poi le cose andarono diversamente ma questa è un'altra storia. A ricevere gli ospiti, e a scendere poco prima della partenza, c'era Mario Draghi, all'epoca direttore generale del Tesoro e al quale, in seguito, venne affidata la delega (guarda, guarda) alle privatizzazioni. 
In seguito Draghi andò a lavorare alla Goldman Sachs che svolse un ruolo fondamentale nella privatizzazione di società pubbliche come Telecom, Eni ed Enel, durante i governi di Prodi e D'Alema (già, proprio loro due). 
In ogni caso, tanto per dimostrare che la crociera non era una chiacchierata amichevole tra amici ma qualcosa di maledettamente più serio, un vero e proprio ultimatum, in autunno partì la speculazione contro la lira, operata, guarda caso, dalla City di Londra. La lira venne svalutata del 30% e molte aziende pubbliche, di modesta grandezza, vennero messe in vendita con uno sconto reale equivalente. Giusto per saggiare il terreno. 
Ora la storia sembra ripetersi. Giorni fa si è avuta infatti a Milano un'altra riunione del genere organizzata questa volta dalla J. P. Morgan. Si tratta della prima Banca al mondo per il valore del suo patrimonio e delle sue attività. Parecchi dirigenti di Banche, di società finanziarie e di fondi di investimento stranieri, si sono riuniti per discutere della maniera migliore e meno dispendiosa (per loro) di comprarsi l'Italia e le sue aziende pubbliche e private. Dall'altra parte del tavolo c'erano dirigenti e proprietari di importanti imprese italiane, quelli che, ad un primo contatto, si sono dimostrati disponibili a passare la mano. Tra i gruppi italiani rappresentati all'incontro c'erano Intesa San Paolo, Fincantieri, Danieli (un'azienda specializzata nella realizzazione di impianti siderurgici), Terna, Impregilo (colosso delle costruzioni) e Mediaset. Mancavano, non a caso, Eni ed Enel. Non a caso perché anche Renzi si è detto favorevole a far scendere ancora la quota azionaria pubblica in entrambe le società. 
La conclusione che bisogna trarne è che l'Italia è ancora appetibile per la finanza estera. Le Banche anglofone, perché di quelle si tratta, nonostante il debito pubblico sia al 135% del Pil, reputano che si possano fare ancora affari in Italia. Fare ad esempio man bassa di azioni (pagandole due euro) per poi ricollocarle con lauti profitti e provvigioni (per la intermediazione) sul mercato internazionale. L'Italia insomma viene vista ancora come terra di conquista, una terra dei morti se si considera che l'economia è di fatto ferma e la politica naviga a vista e ha perso ogni senso dell'interesse nazionale. Un'Italia che in molti, all'estero, vorrebbero trasformare in un ulteriore mercato di assorbimento di prodotti esteri. Una fine ingloriosa per quella che un tempo era una delle prime potenze industriali del mondo. Una fine ingloriosa alla quale ha contribuito in particolare una classe politica di idioti e di criminali, incapaci di vedere al di là del proprio naso. E del proprio tornaconto.

mercoledì 1 ottobre 2014

Renzi sta per essere scaricato. Non sono più né sociali né democratici”

Renzi sbaraglia la minoranza interna e si appresta a far approvare il Jobs act. Una vittoria su tutta la linea? Macché. Per il filosofo Diego Fusaro “Renzi sta per essere scaricato da quegli stessi poteri forti che lo hanno messo lì”. E le barricate sull’articolo 18 di D’Alema e Bersani? “Uno specchietto per le allodole, non c’è una lotta fra visioni del mondo, sono solo lotte intestine fra fazioni oligarchiche”.
La direzione del Pd approva il Jobs act. Come vede questa riforma del lavoro?
«Viene distrutto l’ultimo brandello dei diritti sociali. Renzi dice giustamente che l’articolo 18 non può coprire alcuni sì e altri no. Logica vorrebbe, allora, che le protezioni venissero estese a tutti. E invece le si tolgono a tutti. È evidente che fra capitale e lavoro il Pd ha scelto il capitale».
Renzi ha “spianato”, per usare le sue parole, il sindacato. C’è ancora spazio, in Italia, per l’azione sindacale?
«Ovviamente sul sindacato si può dire di tutto, a cominciare dal fatto che strutture sindacali di tipo nazionale sono inutili quando tutte le decisioni che contano sono prese all’estero. Tuttavia in questa vicenda credo che il sindacato faccia bene a protestare. Mi auguro che riesca a battersi anche contro il precariato».
Nel Pd lo scontro è duro. È in ballo l’identità del partito…
«Non credo, non mi sembra sia in ballo una lotta fra visioni del mondo. Sono solo lotte intestine fra fazioni oligarchiche. Lo stesso articolo 18 è uno specchietto per le allodole. Magari gli avversari di Renzi lo tengono ma poi precarizzano tutto il resto…».
Insomma, lei non crede alla minoranza interna che fa le barricate per difendere l’identità socialdemocratica del partito?
«Nel Pd non c’è nulla di sociale né di democratico. Il Pd è il fronte avanzato della modernizzazione capitalistica. Sono passati dall’internazionalismo marxista a quello della finanza».
Allora cosa vogliono Bersani, D’Alema e compagnia?
«Vogliono rimuovere Renzi. Quando il premier ha detto che ha contro i poteri forti, per la prima volta è stato sincero. Solo che si è dimenticato di dire che sono gli stessi poteri che l’hanno messo lì. Ora Renzi, dopo essere stato vettore della distruzione dei diritti sociali e della dittatura eurocratica, viene lentamente scaricato per essere sostituito da una delle nuove maschere del capitalismo».
Quindi le battaglie di Bersani e D’Alema in favore dei lavoratori non sono credibili?
«D’Alema si vantava di aver fatto le liberalizzazioni, Bersani sosteneva di avere il partito più europeista d’Italia. Sono personaggi che farebbero inorridire Gramsci tanto quanto Renzi».
Al premier va comunque riconosciuta una certa abilità tattica nel regolare i conti con i suoi avversari interni…
«Ed è proprio per questo che verrà sostituito. È come lo stregone che evoca le forze infere del Manifestodi Marx. Renzi fa troppo di testa sua e alla fine diventa scomodo. Questa è del resto quella che, parafrasando Hegel, potremmo chiamare l’astuzia della finanza. Solo che Hegel pensava a personaggi come Cesare e Napoleone. Direi che paragonarli a Renzi sarebbe davvero troppo».

sabato 27 settembre 2014

Di troppa libertà si può anche morire


di Marcello Veneziani 

Prendete questo articolo con le pinze, maneggiatelo con cura e leggete le avvertenze d'obbligo: può essere nocivo e produrre effetti indesiderati. Dopo la premessa il tema: contro la libertà. La libertà ci sta soffocando, da ogni lato. I danni e i vizi che sta producendo hanno superato i pregi e i vantaggi.
In occidente siamo giunti a un punto in cui la libertà deteriora il tessuto sociale, avvelena i rapporti umani, peggiora l'umanità. È giunto il tempo di rimettere in discussione ciò che non abbiamo mai discusso, dico noi contemporanei occidentali. L'unico dio rispetto a cui non è possibile professarsi atei o solo agnostici. Non è in discussione la libertà di pensiero, d'azione e d'impresa.
Ma la libertà come fondamento ci sta facendo compromettere ogni base su cui regge la vita intima e familiare, pubblica e privata: non solo la libertà come arbitrio, di chi uccide, violenta e ruba nel nome della sua assoluta autodecisione rispetto a cose, uomini e limiti. E non solo la libertà di uccidersi, violentarsi e nuocersi nel nome stesso dell'autodecisione. Ma la libertà di rompere rapporti, legami e contratti, la libertà di diventare altro da sé, la libertà da ogni limite naturale, da ogni confine, da ogni vincolo esterno, da ogni identità e da ogni appartenenza. Nel suo seno covano l'egoismo, l'egocentrismo e il narcisismo. E chiunque ostacoli la mia libertà lo abbatto, come mostrano troppi casi di cronaca e di delitti famigliari; l'altro, fosse anche mio figlio, impedisce la mia libertà, dunque lo sopprimo. La libertà assoluta non tollera neanche le leggi che pure nascono a garanzia della libertà. Ma se la libertà è sciolta da tutto e viene prima di tutto, nulla può arrestarla, se non la forza, che diventa infatti la soluzione sempre più praticata per affermare la propria libertà contro quella altrui o per arrestare gli effetti di alcune libertà invasive o aggressive. La libertà come primato assoluto e smisurato non trova argini alla prevaricazione. Tra gli effetti secondari la libertà genera stress perché ci impone continue microscelte che producono ansia, ci ricorda Peter Sloterdijk ( Stress e libertà , Cortina ed.).
Non leggete però questa riflessione a rovescio, come un elogio della dittatura, dei regimi dispotici e totalitari o dei sistemi coercitivi. Non è affatto così, perché quei regimi e quei sistemi nascono dalla libertà assoluta concessa a un uomo, a un partito, a un potere, a cui è consentito ogni cosa, o quasi. Sono dunque malati di libertà, ma concentrata nelle mani di uno solo o di pochi. Queste considerazioni non sono rivolte contro le libertà civili, a cominciare dalla libertà di opinione che più ci riguarda, perché nessuno ha libertà di decidere cosa posso o non posso dire. Ossia non si tratta di considerare sacra la mia libertà di opinione, ma di negare a chiunque l'arbitrio d'impedirmelo. Lo stesso discorso investe l'ambito supremo: la vita non ha valore assoluto, è un passaggio, una catena infinita; ma nessuno può avere il potere, l'arbitrio di sopprimerla o di violarla. La libertà non è assoluta e di conseguenza nessuno ha il diritto assoluto sulla mia vita e sulla mia morte, né io né gli altri.
A cosa si riduce poi questa assoluta libertà? A non assumere responsabilità nel mondo, a non accettare nulla accanto e sopra di noi, ad accettare supini il capriccio dei propri sensi, la schiavitù degli impulsi, l'automatismo delle reazioni istintive, a non riconoscere la realtà, a mortificare l'essere nel nome del non essere perché è il regno infinito delle possibilità. La libertà si traduce così nel suo contrario, la sua parabola nasce all'insegna della volontà di onnipotenza e finisce all'insegna della volontà di autodistruzione; o sorge dalla liberazione di ogni nostra energia e finisce come schiavitù di ogni nostro impulso.
La libertà ci sta svuotando, ci sta facendo perdere la bussola, il senso del confine, che non è solo limite e misura ma anche garanzia di ciò che siamo e facciamo. Ci riduce a mucillagini indeterminate, che si sciolgono nell'arbitrio dei loro desideri estemporanei, senza nessuna capacità di padroneggiarli, perché ciò vorrebbe dire reprimersi. L'abolizione dell'autorità non ci libera da ogni soggezione ma genera la proliferazione di altre agenzie imperative, altri poteri che ci tengono in ostaggio non solo dall'alto, ma dal lato, dal basso e da dentro. L'autorità sorregge la libertà, ne bilancia il peso e la misura. In sua assenza altri pesi oscuri la sostituiscono. In generale è benefico il potere che nasce dall'autorità; è malefica invece l'autorità che nasce dal potere.
Non sono considerazioni mostruose o stravaganti, ma meritano di essere affrontate prima che sia troppo tardi, visto che la libertà corrente non vuole pensieri ma solo desideri, e alla fine ci riduce ad animali emotivi ma non-pensanti. Voi direte, queste filippiche contro la libertà si sa dove cominciano ma non si sa dove vanno a parare; o peggio, si sa, e sboccano sempre in cupi dispotismi. Invece io dico che dobbiamo reimparare a rimettere in discussione la regina assoluta del nostro mondo che ci sta portando alla rovina e mentre finge di farci del bene, o addirittura mentre ci fa sentire dei e demiurghi, ci riduce al rango di larve vanesie che non vogliono mai diventare adulte per non perdere lo stato potenziale dell'infanzia, aperto a ogni possibilità di vita, compresa la sua negazione. E facendoci credere di liberarci da ogni dipendenza superiore ci lascia completamente in balia del caso, della tecnica, dei desideri indotti o ingigantiti, fino a far coincidere nel modo più perverso la libertà con l'automatismo, la coazione a ripetere o l'impulso a dissipare.

C'è un nesso fatale tra autonomia e automatismo, quando l'autonomia tende a farsi assoluta. E invece riscoprite la bellezza del fato, il dire sì al destino e alla vita che in suo nome sorge, su cui non possiamo disporre perché ne siamo fruitori ma non datori. È tempo di esercitare lo spirito critico anche sulla libertà, riportandola da totem e tabù a confine e responsabilità, da feticcio e capriccio a strumento e misura. La libertà assoluta è un male assoluto, anzi il male assoluto è la libertà assoluta, cioè possibilità di disporre di tutto e di tutti, del mondo, degli altri e di noi stessi, nel nome inviolabile della nostra suprema libertà. La libertà è preziosa se non è l'origine né lo scopo della nostra vita, non è l'inizio e il fine, ma è situata tra l'origine e il destino, è un percorso e non una meta. La libertà come assoluto è un puro andare che scorre dal fare al disfare. Invece, qualunque cosa accada dopo la nostra vita, sarà un ritorno.

Gli Stati Uniti sono avviati verso una scontro


di Immanuel Wallerstein 




Il presidente Barack Obama ha dichiarato agli Stati Uniti, ed in particolare al suo Congresso, che si deve fare “qualche cosa di molto importante” in Medio Oriente per fermare il disastro.
L’analisi  fatta del presunto problema in M.O. risulta estremamente confusa, tuttavia i tamburi patriottici iniziano a salire di tono in quasi tutto il mondo, per il momento, continua il gioco. Una testa più tranquilla direbbe che gli americani  si stanno agitando in modo disperato per una situazione ove gli stessi Stati Uniti sono il maggior responsabile per averla determinata.
Non sanno esattamente cosa  fare ed è  così che operano nel panico.

La spiegazione è piuttosto semplice: Gli Stati Uniti si trovano in un serio processo di decadenza. Tutto gli sta andando male. Si trovano quindi nel panico come succede al guidatore di una potente automobile che ha perso il controllo e non sa come diminuire la velocità. Così che accelera e si dirige verso un grave scontro. L’auto gira in tutte le direzioni e slitta sull’asfalto. E’ un sistema autodistruttivo per il guidatore ma lo scontro potrebbe provocare un disastro nel resto del mondo.
Si dedica molta attenzione a quello che Obama fa o a quello che non ha fatto. Perfino i suoi difensori più stretti sembrano dubitare di lui. Un analista australiano del Financial Times ha riassunto in una frase: “Nel 2014 il mondo di colpo di è stancato di Barack Obama”. Mi domando se Obama non si è lui stesso stancato di Obama.
Tuttavia sarebbe un errore dare la colpa soltanto a lui. Virtualmente nessuno dei leaders statunitensi ha proposto alternative che siano più sensate. Anzi molto al contrario. Vi sono gli istigatori della guerra, quelli che vorrebbero bombardare tutto nell’immediato. Vi sono i politici americani i quali in realtà pensano che farà una grande differenza colui che vincerà le successive elezioni negli Stati Uniti.
Una rara voce di salute mentale proviene da una intervista (apparsa sul New York Times) con Daniel Benjamin, il quale è stato il principale consulente antiterrorismo del Dipartimento di Stato USA durante il primo periodo presidenziale di Obama. In questa intervista Benjamin ha definito una farsa la denominata “minaccia dell’ISIS”, quando membri del gabinetto ed altri ufficiali militari di alto rango descrivono la minaccia in termini raccapriccianti che non si giustificano. Benjamin afferma che quello che stanno dicendo non ha alcuna evidenza comprovata e dimostra piuttosto quanto sia facile per i funzionari e per i media portare l’opinione pubblica verso il panico. Tuttavia chi gli fa caso al signor Benjamin?
Per il momento, con l’aiuto di foto orripilanti che mostrano la decapitazione di due giornalisti statunitensi in mano al Califfato, le inchieste dimostrano che esiste attualmente un enorme appoggio negli Stati Uniti per una azione militare. Tuttavia quanto durerà questo? L’appoggio sarà presente fino a quando sembrerà che si possono ottenere risultati concreti.
Persino il capo di stato Maggiore Riunito, Martin Dempsey, nel proporre una azione militare, dice che questa impiegherà almeno tre anni. Moltiplicate questo per cinque e di potrebbe avvicinare a tempo reale di durata. Facile prevedere che l’opinione  pubblica interna degli Stati Uniti si stancherà presto.
Al momento, quello che propone Obama è la soluzione di bombardare qualche cosa in Siria, non l’invio di truppe sul terreno, ma l’incremento delle truppe speciali (fino ad ora circa 2.000 uomini) come istruttori in Iraq (ed è probabile da altre parti). Quando Obama contendeva la Presidenza nel 2008, fece molte promesse- come è normale che facciano i politici-, ma la sua promessa sottoscritta fu quella di uscire le truppe USA dall’ Iraq, dall’Afghanistan. Questa promessa non la va a mantenere .
Di fatto Obama sta coinvolgendo gli Stati Uniti in più paesi. La coalizione di Obama va ad offrire addestramento a coloro che definisce con “i moderati”.
Sembra che questo addestramento avverrà in Arabia Saudita. Bene per l’Arabia Saudita. Possono esaminare tutti quelli che si andranno ad addestrare e decidere in quali elementi confidare e in quali non si può confidare. Questo rende possibile che il regime saudita (per lo meno tanto confuso come quello degli USA) sembra star facendo qualche cosa che gli permette di sopravvivere ancora un pò.
Ci sono modi di spianare questo scenario catastrofico. Nonostante implichino la decisione di far effettuare il voltafaccia della guerra tra i gruppi di miliziani settari che non hanno fiducia gli uni con gli altri. Questi aggiustamenti politici non sono sconosciuti, ma sono difficili da portare a termine, e quando si termina di prendere accordi questi si rivelano fragili fino a quando non si consolidano. Un elemento principale nelle azioni che si stanno effettuando in Medio Oriente è il minor coinvolgimento degli Stati Uniti , non di più. Nessuno nutre fiducia negli Stati Uniti, nonostante quelli che ne invocano al momento l’assistenza per questo o quel motivo. Il New York Times ha sottolineato che , nella riunione in cui Obama ha preso impegno di spingere per una nuova coalizione, il supporto dei paesi del Medio Oriente presenti è stato “tiepido e riluttante” dovuto al fatto che” esiste una crescente sfiducia verso gli USA da tutte le parti”.
Così avviene che, si seguita il gioco, in qualche modo limitato, ma nessuno va a mostrare gratitudine ad alcun tipo di assistenza statunitense. Alla fine della questione si deve prendere atto che i popoli del Medio Oriente vogliono gestire in proprio il loro “spettacolo”, non vogliono adeguarsi alla visione statunitense che sostiene quello che dovrebbe essere ” buono” per loro .
Tratto da Rebelion

Traduzione di Luciano Lago

venerdì 26 settembre 2014

Rifkin annuncia la fine del capitalismo


di Elisabetta Roncalli 



Proviamo a immaginare uno scenario in cui il costo di ogni ulteriore produzione sia, al netto dei costi fissi, praticamente pari a zero. Impossibile, dite voi? Invece secondo Jeremy Rifkin – che nei giorni scorsi a Milano, Mantova e Trento ha presentato il suo nuovo libro, La società a costo marginale zero - tutto questo è già realtà. Crescono infatti i prosumers - consumatori che diventano produttori in proprio - che generano e condividono informazioni, contenuti d’intrattenimento, energia verde e oggetti fabbricati con stampanti 3D, il tutto ad un costo marginale quasi zero. Ma cosa significa realmente?
Una società caratterizzata da costi marginali prossimi allo zero rappresenta il contesto a massima efficienza in cui promuovere il benessere generalee, nel contempo, il punto di flesso che segna l’inevitabile uscita del capitalismo dalla scena mondiale. Infatti quando i beni e i servizi diventano quasi gratuiti, il profitto precipita, il mercato si atrofizza e il sistema capitalistico muore. A cominciare dal suo elemento fondante: la proprietà.
Usando le parole del filosofo William James, la proprietà è diventata il sistema di misurazione dell’essere umano e un’estensione della personalità, così che il confine tra ciò che una persona chiama “me stesso” e ciò che chiama semplicemente “mio” è difficile da tracciare. La nostra reputazione, i nostri figli, l’opera delle nostre mani, possono esserci cari quanto il nostro corpo. Nel suo senso più ampio, il sé di un uomo è la somma totale di tutto quello che egli può chiamare suo: non soltanto il suo corpo quindi, ma anche i suoi indumenti e la sua casa. Se crescono e prosperano, si sente trionfante, se deperiscono e diminuiscono, si sente abbattuto.
Oggi, però, un numero crescente di persone inizia a percepire la proprietà come un limite, un qualcosa di obsoleto e fuori moda, oltre che, in molti casi, anche poco conveniente. In Italia lo dimostra una ricerca condotta da Ipsos e commissionata da Airbnb e BlaBlaCar: il 31% degli intervistati si dimostra interessato ad utilizzare i servizi collaborativi, l’11% si dichiara già utilizzatore e solo il 27% si è dimostrato negativamente orientato verso il fenomeno. Il 57% degli intervistati prevede inoltre una forte diffusione del ride sharing, il 47% ritiene che l’house sharing crescerà nel prossimo futuro, mentre i settori che sembrano avere maggiori potenzialità sono il co-working e il car sharing, citati rispettivamente dal 61% e dal 53% degli intervistati.  Emerge dunque che il mondo non è più di chi possiede, ma di chi condivide: mentre in passato la libertà era concepita in termini negativi, come diritto di escludere gli altri dal godimento di qualcosa conquistato col sudore della fronte (logica meritocratica), oggi la libertà è intesa come diritto all’inclusione e misurata in termini di accesso (logica collaborativa e solidale).
Il punto di svolta è ormai vicino, secondo le previsioni di Rifkin: stando alla sua ricostruzione, entro il 2050 il mercato capitalistico si ritrarrà in nicchie sempre più ristrette, mentre si affermerà sulla scena mondiale un nuovo sistema economico, quello del Commons collaborativo. Nel nuovo scenario la gestione e il controllo centralizzato del commercio cedono il passo alla produzione paritaria, distribuita e a scala laterale, segnando quindi la fine delle bipartizioni “proprietari e lavoratori”, “venditori e consumatori”. Arroccarsi in una Seconda rivoluzione industriale ormai al tramonto, con opportunità economiche sempre più modeste, un Pil sempre più contratto, una produttività sempre più in calo, un tasso di disoccupazione sempre più alto e un ambiente sempre più inquinato, è quindi improponibile, secondo Rifkin.
Dal volume emerge che occorre favorire la convergenza dell’Internet delle comunicazioni, dell’energia e della logistica. Ad esempio, afferma Rifkin, «Occorre cambiare la piattaforma energetica perché costa sempre di più e porta al cambiamento climatico. Non capisco cosa stia aspettando l'Italia: si parla di attualità, riforme, ed è necessario farle ma non è sufficiente. L'Italia deve cambiare il proprio modello energetico. Non può restare nel XX secolo, ancora con carburanti fossili e con il nucleare perché così rimarrà un passo indietro».
Questa trasformazione deve poi essere accompagnata da un cambiamento culturale, quello che Rifkin chiama “sviluppo di una coscienza biosferica”, ovvero quella coscienza che porta a riconoscere che le vite degli individui sono intimamente interconnesse, che il benessere personale dipende dal benessere della più ampia comunità nella quale si vive e che, ancora, tutto ciò che si fa lascia un’impronta ecologica.  Rifkin racconta una rivoluzione che sa di Decrescita, fatta di semplicità, ragione e rispetto: per costruire una società della decrescita bisogna cambiare radicalmente il sistema economico, attraverso una ri-localizzazione della produzione,  una forte diminuzione dei movimenti di merci e capitali e un aumento del periodo di vita dei prodotti per diminuire la massa dei rifiuti, secondo la logica della condivisione.
Maurizio Pallante, Fondatore del Movimento della Decrescita Felice in Italia, suggeriva proprio qualche settimana fa l’ennesima piattaforma collaborativa (CoseInutili.it), chiedendosi nel contempo come sia possibile decrescere in un Paese in cui è così difficile fare autoproduzione. Rifkin fornisce una risposta più che ottimistica, ora tocca al governo ma anche a tutti i singoli che vogliono muoversi in questa direzione.

“Cambierà tutto come è avvenuto con motore a vapore, telegrafo e ferrovia durante la Prima Rivoluzione ed elettricità, telefono e petrolio durante la Seconda. Possiamo accettarlo e agire di conseguenza oppure rimanere spettatori del cambiamento altrui”

martedì 16 settembre 2014

Contro” lo Stato islamico, chi c’è dietro il califfato?


di Michel Chossudovsky 


10660359Lo Stato islamico (IS) viene ritratto come nemico degli USA e del mondo occidentale. Con il supporto indefettibile dell’alleato inglese, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ordinato una serie di bombardamenti sull’Iraq presumibilmente al fine di sconfiggere l’esercito ribelle dello Stato islamico (IS). “Non vacilleremo dalla nostra determinazione a contrastare lo Stato islamico… Se i terroristi pensano d’indebolirci con le minacce, non fanno che sbagliarsi al massimo“. (Barack Obama e David Cameron, Rafforzare la NATO, London Times, 4 settembre 2014) Ma chi c’è dietro lo Stato islamico? Con amara ironia, fino a poco prima i ribelli dello Stato islamico, già noto come Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), vennero presentati come “combattenti per la libertà” in Siria impegnati a “ripristinare la democrazia” e a scalzare il governo laico di Bashar al-Assad. E chi c’è dietro l’insurrezione jihadista in Siria? Chi ha ordinato i bombardamenti è lo stesso che pianifica il califfato. La milizia dello Stato islamico (IS), che sarebbe obiettivo dei bombardamenti “antiterrorismo” di USA-NATO, era sostenuta e continua ad essere sostenuta segretamente da Stati Uniti e alleati. In altre parole, lo Stato islamico (IS) è una creazione dell’intelligence degli Stati Uniti, con il sostegno di MI6 inglese, Mossad israeliano, Inter-Services Intelligence (ISI) pakistano e Presidenza dell’intelligence generale (GIP o Ryasat al-Istiqbarat al-Amah), saudita. Inoltre, secondo fonti dell’intelligence israeliana (Debka) la NATO, in collegamento con l’Alto Comando turco, è coinvolta nel reclutamento di mercenari jihadisti fin dall’inizio della crisi siriana, nel marzo 2011. In relazione alla rivolta siriana, i combattenti dello Stato Islamico, insieme alle forze di al-Qaida dei jihadisti del fronte al-Nusra, sono la fanteria dell’alleanza militare occidentale, segretamente sostenuti da USA-NATO-Israele. Il loro compito è l’insurrezione terroristica contro il governo di Bashar al-Assad. Le atrocità commesse dai combattenti Stato Islamico in Iraq sono simili a quelle commesse in Siria. Il risultato della disinformazione dei media è un’opinione pubblica occidentale che non sa che i terroristi dello Stato islamico dall’inizio sono sostenuti da Stati Uniti e alleati. L’assassinio dei civili da parte dei terroristi dello Stato Islamico in Iraq è usato come pretesto e giustificazione per l’intervento militare USA. I bombardamenti ordinati da Obama, tuttavia, non hanno lo scopo di eliminare lo Stato islamico, che costituisce una “risorsa dell’intelligence” degli Stati Uniti, al contrario, gli Stati Uniti prendono di mira la popolazione civile assieme al movimento di resistenza irachena.
Il ruolo di Arabia Saudita e Qatar
L’ampiamente documentato supporto segreto di USA-NATO allo Stato islamico avviene attraverso gli alleati più fedeli: Qatar e Arabia Saudita. È riconosciuto dai media occidentali che Riyadh e Doha agiscono d’intesa e per conto di Washington svolgendo (e continuando a svolgere) un ruolo centrale nel finanziamento dello Stato islamico (IS), così come nel reclutamento, addestramento e indottrinamento dei mercenari terroristi schierati in Siria. Secondo il londinese Daily Express “Loro [i terroristi dello Stato islamico] ricevono soldi e armi da Qatar e Arabia Saudita”.
Il legame USA-saudita
La prima fonte di finanziamento del SIIL finora proviene dai Paesi del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita, ma anche Qatar, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti“, (secondo il dr. Günter Meyer, direttore del Centro di ricerca sul mondo arabo presso l’Università di Mainz, Germania, Deutsche Welle). Il denaro arriva ai terroristi del SIIL che combattono contro le forze governative in Siria: “Attraverso gli alleati degli occidentali Arabia Saudita e Qatar, i gruppi dei ribelli filo-occidentali da allora sono divenuti il SIIL e le milizie di al-Qaida”. (Daily Telegraph, 12 giugno 2014) Secondo Robert Fisk, il piano del califfato dell’IS “è finanziato dall’Arabia Saudita”: “...l’ultimo contributo mostruoso dell’Arabia Saudita alla storia mondiale: il califfato islamico sunnita dell’Iraq e Levante, conquistatore di Mosul e Tiqrit, Raqqa in Siria, e forse Baghdad, umiliando l’ultimo Bush ed Obama. Da Aleppo nella Siria settentrionale al confine iracheno-iraniano, i jihadisti del SIIL e dei vari gruppuscoli comprati dai wahhabiti sauditi e dagli oligarchi del Quwayt governano migliaia di chilometri quadrati“. (Robert Fisk, The Independent, 12 giugno 2014) Nel 2013, nell’ambito del reclutamento dei terroristi, l’Arabia Saudita prese l’iniziativa di liberare i prigionieri nel braccio della morte delle carceri saudite. Un memorandum segreto rivelò che i prigionieri venivano “reclutati” per le milizie jihadiste (al-Nusrah e SIIL) che combattono contro le forze governative in Siria. I prigionieri avrebbero avuto offerto un accordo, rimanere ed essere giustiziato o combattere contro Assad in Siria. L’accordo offrvia ai ai prigionieri “perdono e stipendio mensile alle famiglie, autorizzate a rimanere nel regno sunnita”. I funzionari sauditi a quanto pare gli diedero una scelta: decapitazione o jihad? In totale, i detenuti da Yemen, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Giordania, Somalia, Afghanistan, Egitto, Pakistan, Iraq e Quwayt scelsero di combattere in Siria. (Global Research, 11 settembre 2013)
“Voltafaccia”: una svolta
L’11 settembre 2014, in coincidenza con la commemorazione del 9/11, il re dell’Arabia Saudita con i re del Golfo annunciavano il loro impegno inflessibile a sostenere la guerra santa di Obama contro lo Stato islamico (IS), che continua ad essere finanziato da Qatar e Arabia Saudita con un’operazione d’intelligence accuratamente pianificata. Arabia Saudita e Stati del Golfo, che hanno attivamente finanziato lo Stato islamico, per non parlare del reclutamento ed addestramento dei terroristi per conto di Washington, sono impegnati a sostenere inflessibilmente la campagna di Obama per “degradare e distruggere” lo Stato islamico. La dichiarazione di sostegno del comunicato impegna “gli Stati arabi a collaborare con gli Stati Uniti ad interrompere il flusso di combattenti stranieri e fondi allo Stato islamico“, confermando inoltre di aver discusso “una strategia per distruggere il ISIL ovunque sia, in Iraq e anche in Siria”. L’Arabia Saudita ha capito che il gruppo dello Stato islamico è una seria minaccia, come pure che non segue la tradizione sunnita. Il piano di Obama mira a minare le rivendicazioni ideologiche e religiose islamiche dei militanti dello Stato islamico. L’amministrazione spera che Riyadh usi la sua influenza tra i capi religiosi islamici. (Voice of America, 11 settembre 2014)
Reclutamento di “terroristi moderati”
Nell’ambito dell’accordo, la Casa dei Saud “ospiterà una struttura per addestrare migliaia di ribelli siriani per combattere sia lo Stato islamico che il regime del Presidente Bashar al-Assad”. Fino al 9 settembre, “ufficialmente” l’Arabia Saudita sosteneva lo Stato islamico contro il governo di Bashar al-Assad e ora deve reclutare i jihadisti per combattere lo Stato islamico. Una proposizione assurda e falsa, ma i media non uniscono i puntini per scoprire la menzogna. Si tratta di un piano diabolico: Gli architetti dello Stato islamico informano il mondo che “colpiranno” i propri terroristi, nell’operazione antiterrorismo. Anche se tali azioni sono intraprese sotto la bandiera della “guerra globale al terrorismo”, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di colpire le proprie brigate terroristiche dell’IS integrate da forze speciali e agenti dei servizi segreti occidentali. In realtà l’unica campagna significativa ed efficace contro i terroristi dello Stato islamico è condotta dalle forze governative siriane. Inutile dire che il sostegno di Stati Uniti, NATO, Arabia Saudita e Qatar e relativo finanziamento dello Stato islamico, continueranno. L’obiettivo non è distruggere lo Stato islamico come promesso da Obama, ma un processo sponsorizzato dagli USA per destabilizzare e distruggere l’Iraq e la Siria. La campagna contro lo Stato islamico è utilizzata per giustificare i bombardamento di entrambi i Paesi, colpendo soprattutto i civili. Il fine è destabilizzare l’Iraq come Stato-nazione e scatenarne la partizione in tre entità separate. L’obiettivo strategico di USA-NATO è destabilizzare l’intera regione del Medio Oriente-Nord Africa-Asia Centrale e Meridionale, compresi Iran, Pakistan e India.
Br6tNcQCEAAG8AeL’Iran sospetta della coalizione anti-IS degli USA
Xinhua 13/09/2014
14975Gli Stati Uniti cercano di violare la sovranità dei Paesi con il pretesto della lotta al terrorismo, ha detto il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano Ali Shamkhani. Gli Stati Uniti tentando di creare una coalizione antiterrorismo in coordinamento con numerosi Paesi sospetti, avrebbe detto Shamkhani secondo l’agenzia IRNA. La nuova mossa degli Stati Uniti ha lo scopo di deviare l’opinione pubblica internazionale dal “loro ruolo centrale nel sostenere e armare i terroristi in Siria con la copertura degli aiuti per rovesciare i governanti siriani“. Shamkhani ha detto che la coalizione contro lo Stato islamico (IS) è volta ritrarre i funzionari statunitensi quali eroi che salvano gli Stati Uniti dalla propria crisi. Il portavoce del Majlis (parlamento) iraniano Ali Larijani ha detto a Press TV che la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti che combatterebbe i militanti dell’IS, non ha la capacità di risolvere i problemi del Medio Oriente. La coalizione degli Stati Uniti per contrastare i militanti dell’IS non riuscirà a sradicare il gruppo terroristico e innescherebbe l’odio nella regione, avrebbe detto Larijani. Secondo lui gli Stati Uniti non possono sradicare il gruppo terrorista dell’IS con attacchi aerei. Inoltre, il presidente iraniano Hassan Ruhani ha detto a Teheran che l’idea di sradicare il terrorismo con gli attacchi aerei è “ingenua” e non basta ad eliminarlo. Senza la partecipazione degli Stati regionali, gli assalti aerei non risolveranno il problema del terrorismo nel Medio Oriente, ha detto Ruhani al 14° vertice della Shanghai Cooperation Organization nella capitale tagika Dushanbe. “Combattere il terrorismo esige pianificazione, cooperazione bilaterale e multilaterale ed eliminazione di povertà economica e culturale“, ha detto il presidente, esortando i Paesi regionali ad utilizzare il loro potenziale per combattere il terrorismo. La risoluzione del problema del terrorismo richiede impegno internazionale, ha aggiunto. Inoltre, un alto comandante iraniano ha detto che la cooperazione tra Iran e Stati Uniti nella lotta contro l’IS è impossibile. “Tale cooperazione non è possibile perché l’Iran resiste all’IS mentre gli Stati Uniti l’hanno creato“, ha detto il Vicecapo di Stato Maggiore iraniano Masud Jazayeri, citato da Press TV. I militanti dell’IS non possono avvicinarsi ai confini dell’Iran, in quanto si troveranno di fronte la potenza delle forze armate iraniane, ha aggiunto Jazayeri.
Un mese dopo il lancio degli attacchi aerei contro l’IS in Iraq, il presidente Barack Obama ha promesso che “non esiterà a prendere provvedimenti” contro l’IS in Siria e in Iraq, aggiungendo che Washington lavorerà con i suoi amici e alleati a “degradare e in ultima analisi distruggere” le forze dell’IS, osservando che gli Stati Uniti guideranno un’ampia coalizione che userà il potere aereo laddove tali forze “esistano”, eliminando la minaccia terroristica per i cittadini di Iraq e Siria, così come quelli del Medio Oriente, tra cui personale e strutture statunitensi. Ma la portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che “ci sono dubbi sulla serietà della coalizione nata dopo il recente vertice NATO, nella lotta contro i terroristi.” La portavoce iraniana ha criticato ciò che chiama il “doppio standard dell’occidente” verso terrorismo ed estremismo, dicendo che l’azione occidentale contro il terrorismo non comporterà “nessun risultato se non la diffusione di terrorismo ed estremismo, nonché la nascita di loro nuove filiali in diverse parti del mondo“. Afkham ha detto che alcuni membri della cosiddetta coalizione sono sostenitori finanziari e militari dei terroristi in Iraq e in Siria, ed altri non sono riusciti ad agire secondo le loro responsabilità internazionali verso l’Iraq e la Siria. L’IS ha suscitato allarme dopo lo sconfinamento in vaste aree del territorio di Iraq e Siria nel tentativo di creare un proprio Stato-nazione governato da leggi islamiche radicali. I terroristi hanno ucciso bambini, giustiziato prigionieri e schiavizzato vittime. Hanno anche scioccato il mondo con la decapitazione di due giornalisti statunitensi postando i video della loro orribile morte.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora