venerdì 29 agosto 2014

L’impero della finanza e l’eclissi della sovranità


di Mario Forgione 



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Il 7 agosto scorso il Presidente della BCE Mario Draghi, in un intervento ad ampio raggio su crisi economica e stabilità dell’euro, si è espresso senza veli sul futuro prossimo dei paesi con difficoltà di ordine finanziario: “Gli Stati devono cedere la loro sovranità sulle riforme strutturali.” L’intellighenzia politica italiana, con un malcelato senso di fastidio, ha intuito il riferimento all’Italia e si è subito lanciata in parziali smentite sulla necessità di sottoporre il Paese ad un processo di riforme economiche concordato con la Commissione Europea. In verità, il mese di agosto non è nuovo a simili suggerimenti da parte della BCE. Gli analisti di politica economica ricordano bene la lettera della BCE del 5 agosto 2011 indirizzata al governo Berlusconi con le indicazioni delle riforme “strutturali” per scongiurare la crisi dello spread (tasso di interesse sui titoli del debito pubblico) e della solvibilità del debito pubblico. Non si tratta di una banale coincidenza, ma di un rito che si ripete nel tempo. Nel mese di agosto, infatti, vengono elaborate le linee di politica economica da attuare in autunno, tenendo conto delle previsioni di crescita e dei dati macroeconomici provenienti dagli istituti preposti alla loro raccolta. Si tratta, nelle specie, di analisi macroeconomiche che poi determinano la legge di stabilità (approvazione del bilancio dell’esercizio precedente e dei nuovi capitoli di spesa). In realtà, negli ultimi tempi, la vaghezza del linguaggio giornalistico è un ostacolo importante per la corretta individuazione del significato da attribuire ai concetti espressi dalla dialettica politica. Una delle espressioni più abusate dall’inizio della “crisi dello spread” è quella riguardante le cosiddette “riforme strutturali,” che gli organi dell’UE considerano prioritarie per togliere l’Italia dalla pericolosa oscillazione tra stagnazione e recessione economica. In realtà, l’opinione pubblica è ignara del contenuto delle riforme strutturali invocate dalla UE al punto da costringere l’Italia a cedere la propria sovranità per imporle con un vero e proprio atto di imperio. Anche la classe politica si trincera nel vago e preferisce rendere evanescente l’espressione per evitare di pagare un costo elettorale. Le riforme strutturali sono di natura essenzialmente economica e mirano alla destrutturazione della politica sociale e dell’intervento pubblico in economia. Sostanzialmente, la lettera del 5 agosto del 2011 si articola in due punti essenziali: a) Necessità di una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala; b) Riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale, permettendo accordi al livello di impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. Le indicazioni sono chiare: la strada da seguire è quella del liberismo integrale e della eliminazione di qualsivoglia forma di intervento pubblico in economia. La lettera della BCE del 5 agosto 2011, se letta nella giusta prospettiva e non semplicemente come frutto di un contesto particolare, rappresenta l’inizio di una prassi e di una modalità di azione da parte degli organismi di vertice dell’UE tesa a elidere ogni forma di controllo democratico sull’entità delle misure economiche da adottare per evitare la deflagrazione dell’unione monetaria. Del resto, lo stesso Giulio Tremonti, Ministro dell’economia e delle finanze dell’ultimo governo Berlusconi, in una intervista a il Giornale del 30/7/2013, si è espresso in maniera chiara sul contenuto della lettera: “Pensare che una lettera di quel tipo restasse segreta rivela una distorta cultura democratica. Se davvero hai la mentalità degli arcana imperii devi almeno evitare che si sappia in giro che c’è una lettera senza precedenti nei rapporti europei. Una volta che l’hai fatto sapere, pensare che il testo resti segreto era per lo meno puerile. Specie per come era stata scritta, chiedendo che le azioni dettagliate ed elencate fossero prese alla lettera, “per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro settembre 2011. Molto democratico!”
Giulio Tremonti riprende le stesse argomentazioni nel libro pubblicato nel gennaio del 2012, Uscita di sicurezza.[1] Questo, in sintesi, il pensiero di Tremonti sull’operato della BCE: “ La BCE ha pensato e agito come se la stabilità dell’euro, questa la sua essenziale missione, dipendesse solo dal livello dell’inflazione o solo dai deficit/debiti pubblici, e non anche dalle criticità proprie delle finanza privata, su cui in realtà non si è sufficientemente vigilato, né a livello nazionale né a livello centrale, e soprattutto a livello macroeconomico. In specie gli enti creditizi e la finanza privata, con le loro degenerazioni, sono stati totalmente ignorati, non osservati, non vigilati; la loro massa non è apparsa sugli schermi della BCE. Non è apparsa, si ripete, nemmeno a quel livello macroeconomico che pure era ed è di sua competenza. Un drammatico difetto di visione. Probabilmente è stato così perché la finanza privata era allora generalmente considerata incapace di sbagliare.”
Gli eccessi della speculazione finanziaria e dell’investimento in finanza strutturata degli enti creditizi non sono stati corretti, ma salvaguardati e garantiti dai bilanci pubblici. Il paradosso è quello di permettere alla politica di intervenire a tutela dei bilanci delle banche, ma di impedire alla stessa di correggere le storture del sistema e garantire il livello minimo dei servizi sociali. Dietro le indicazioni della BCE, quindi, esiste una precisa volontà politica: quella di togliere tutti i residui spazi di sovranità popolare. La BCE non si limita più alle “raccomandazioni” o alle direttive tecniche, ma impone addirittura il metodo e detta i tempi delle riforme. Nel gergo degli esperti di diritto pubblico questa prassi prende il nome di “stato di eccezione”, sospensione del normale processo legislativo per esigenze di tenuta del sistema. In verità, la criticità di un simile operato da parte di un organo tecnico e non elettivo come quello della BCE si pone in netto contrasto non solo con il Trattato sul funzionamento dell’UE, ma con la stessa Costituzione italiana. Infatti, l’articolo 127 del TFUE impone alla BCE di mantenere la stabilità dei prezzi (controllo dell’inflazione), ma non di individuare le linee guida di politica economica che gli Stati membri della UE devono adottare. Ancora, l’articolo 11 della Costituzione Italiana permette le cessioni di sovranità, ma al solo scopo di garantire la pace tra le Nazioni. In questo senso, se la partecipazione ad un organismo sovranazionale come l’UE mette a rischio il livello della prestazioni sociali essenziali, la stessa idea di sovranità popolare di cui all’articolo 1 della Costituzione si eclissa in una evidente deriva tecnocratica.
L’epoca attuale segna l’eclissi definitiva della sovranità, della necessità che i pubblici poteri siano in accordo con la volontà e le esigenze del popolo. Alain De Benoist, in un testo pubblicato nella primavera del 2014, parla di “Fine della Sovranità”[2] e articola una sorta di scansione temporale per individuare le diverse tappe che hanno portato alla scomparsa di qualsivoglia forma di raccordo tra azione politica e volontà popolare. Secondo De Benoist, infatti, la “fine del mondo non è avvenuta in un giorno preciso, ma si è spalmata su più decenni.” Il processo di estensione della logica mercantilistica su scala globale ha portato l’organismo sociale ad una sorta di sclerosi che ne sta comportando la totale disintegrazione. Si assiste, nella specie, ad una forma di estrema precarizzazione dell’esistenza, una vera e propria modernità liquida per citare Zygmunt Bauman.[3] In tal senso, Diego Fusaro ha precisato che “il precariato non è soltanto una forma lavorativa, peraltro la più meschina dell’intera storia dell’umanità, in quanto si regge sul duplice nesso di un asservimento che non si vede e di un esproprio forzato della progettabilità dell’avvenire: esso è, piuttosto, la cifra complessiva del nostro tempo storico, in cui vulnerabilità, precarietà e insicurezza regnano ovunque incontrastate.”[4]
Il carattere peculiare dell’attuale crisi economica deve essere individuato nella “completa emancipazione della finanza di mercato rispetto all’economia reale e dall’indebitamento generalizzato.”[5] Del resto, per avere un’idea chiara del fenomeno descritto sopra basta tradurre in cifre i concetti esposti: nel 2011 il valore dei derivati ha raggiunto l’ astronomica cifra di 707. 569 miliardi di dollari pari a circa 11,2 volte l’intero prodotto lordo del pianeta, che ammonta a circa 62. 911 miliardi di dollari.[6] Questo processo di totale asservimento dell’economia reale a quella finanziaria è stato coadiuvato dalla scomparsa di tutte quelle forme di regolamentazione emanate dopo la crisi del ’29 per evitare l’indebita commistione tra banche d’affari e banche commerciali. Si allude, nella specie, alla cosiddetta “deregolamentazione” dei servizi finanziari. L’abolizione, nel 1999, del Glass – Steagall Act (1933), che vietava alle Banche la commistione tra assicurazione, finanza e commercio, ha segnato l’inizio di un inesorabile processo di emancipazione della finanza dalle logiche dell’economia reale. Secondo De Benoist, “non più di mezzo secolo fa, la sovranità politica degli Stati posava su tre pilastri: sovranità economica, sovranità militare e sovranità culturale. Oggi, questi tre pilastri sono crollati. Poiché la mondializzazione ha ridefinito la frontiera tra il settore commerciale e quello non commerciale a favore del primo, gli Stati non solo non possono regolare o controllare il funzionamento dei mercati che creano e scambiano gli strumenti di credito al livello di tutto il pianeta, ma non possono neanche contenere l’ascesa esponenziale di una nuova classe transnazionale, che si afferma a scapito degli emarginati e degli esclusi.”[7] In questo senso, la mondializzazione elimina ogni spazio esterno alla lex mercatoria, in quanto l’esistenza di ogni alterità viene non solo combattuta con il ricatto delle sanzioni economiche, ma addirittura negata come possibilità logica. Il processo di emancipazione del mercato finanziario rispetto a ogni vincolo politico è iniziato con l’ascesa al potere di Margaret Thatcher (1979) e Ronald Regan (1981) e ha raggiunto il suo acme con la dissoluzione dell’URSS (dicembre 1991). La dissoluzione dell’URSS, infatti, non ha avuto solo riflessi geopolitici, ma ha eliminato quell’alterità necessaria al sistema liberal – capitalistico. Solo la saldatura e la cooperazione tra i Paesi BRICS e l’America Latina può offrire un diverso modello di sviluppo economico e sociale rispetto a quello del capitalismo assoluto. L’esproprio di sovranità a favore dei mercati finanziari è stato ancora più radicale nell’Unione Europea, in quanto il TFUE vieta alla BCE di comprare sul mercato primario i titoli pubblici degli stati membri e obbliga questi ultimi a finanziare la propria spesa con i tassi decisi dai “mercati.” Si tratta, nella specie, di una dinamica pericolosa perché espone gli Stati al ricatto degli istituti finanziari e all’eclissi della sovranità politica ed economica. Nessuna riforma, nessun intervento di politica economica può essere attuato se non trova il “gradimento dei mercati” e delle agenzie di rating (specializzate in analisi sulla solvibilità dei organismi debitori). Lo spread, il cosiddetto differenziale tra i titoli pubblici dei paesi UE, non è altro che un termometro per misurare il livello di favore di cui godono gli Stati nell’ambito dei mercati finanziari. Inoltre, le singole banche nazionali possono finanziarsi dalla BCE ad un tesso pari all’1.5% e compare titoli pubblici che rendono fino al 4%. In questo modo, precisa De Benoist, “il debito entra così in una situazione di crescita esponenziale, per la semplice ragione che tutto il denaro messo in circolazione proviene da prestiti bancari e il contraente il prestito deve sempre rimborsare più dell’importo ricevuto. Una spirale infernale.”[8] Le soluzioni adottate dall’UE per uscire dalla spirale di tagli alla spesa, recessione e conseguente aumento del debito pubblico hanno reso ancora più radicale il processo di esproprio della sovranità politica degli Stati.
Nel marzo del 2012, gli Stati dell’UE hanno istituito il MES (Meccanismo europeo di stabilità) il cui capitale deve essere portato a 700 miliardi di euro. L’articolo 9 del MES prevede che i paesi devono contribuire al fondo in proporzione al PIL. Questo significa che l’Italia dovrebbe versare circa 125,3 miliardi di euro, una somma importante per un paese che oscilla tra recessione e stagnazione economica dal 2011. Tecnicamente, il MES ha il compito di evitare le crisi di solvibilità degli Stati membri, ma nessuno degli analisti si è soffermato sul meccanismo perverso attraverso il quale dovrebbe operare questo fondo. Nella specie, le banche nazionali che ricevono prestiti dalla BCE all’1.5% possono erogare prestiti al MES ad un tasso superiore e quest’ultimo, in caso di crisi di solvibilità di uno degli Stati membri, può erogare prestiti ad un tasso ancora più alto allo Stato in difficoltà. Ergo, gli Stati si indebitano per pagare gli interessi sui prestiti concessi dagli istituti creditizi. Si tratta, quindi, di un preciso disegno di ingegneria finanziaria per eliminare ogni spazio di sovranità politica ed economica.
Un altro Trattato, noto nel gergo degli specialisti come “Fiscal Compact,” firmato dagli Stati dell’UE (ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca) nel marzo del 2012 e approvato dall’Italia nel settembre del 2012, ha assestato un ultimo colpo al concetto di sovranità popolare. I contenuti del Trattato sono chiari: limitazione del deficit allo 0,5% e debito pubblico da contenere entro il 60%. Inoltre, il Trattato prevede la riduzione automatica del debito eccedente il 60% nella misura di 1/20 all’anno. Questo significa che l’Italia, il cui debito ammonta 2.168 miliardi (135,6% sul PIL),  dovrebbe ridurre il proprio debito di circa 65 miliardi all’anno. Si tratta di cifre fuori da ogni logica e destinate a frantumare gli ultimi residui di coesione sociale.
Ancora, nel giugno del 2013 i 27 membri dell’UE hanno dato ufficialmente il mandato alla Commissione europea di negoziare con gli Stati Uniti un Partenariato transatlantico del commercio e degli investimenti (TTIP). Si tratta, nella specie, di un complesso progetto per la creazione di un mercato comune tra Europa e Stati Uniti. Del resto, il progetto risale alla Presidenza Clinton del 1995 e si è arricchito di nuovi sviluppi fino al 2009, l’anno in cui Obama ha deciso di imprimere una forte accelerata alle negoziazioni. Gli obiettivi ufficiali delle cancellerie europee di quella degli Stati Uniti sono quelli di eliminare le ultime barriere commerciali (dazi doganali), ma lo scopo è quello di sottrarre agli Stati la possibilità di regolamentare il mercato dei capitali e dei servizi. Del resto, alle negoziazioni sul TTIP partecipano numerose multinazionali come la Nestlè, la Walt Disney, la IBM, Microsoft ecc. Infatti, “come al momento della costituzione del NAFTA (zona di libero scambio che lega il Canada, gli Stati Uniti e il Messico) nel 1994, l’obiettivo manifesto è, come si è visto, quello della deregolamentazione degli scambi tra i due più grandi mercati del pianeta. Il progetto mira alla soppressione totale dei diritti di dogana sui prodotti industriali e agricoli, ma soprattutto si propone di raggiungere i livelli più alti della liberalizzazione degli investimenti.”[9] L’UE e gli Stati Uniti, quindi, dovrebbero far convergere le loro legislazioni in tutti i settori della produzione di beni e servizi. Questo significa che l’Unione Europea deve prendere come modello la legislazione di una Nazione che si pone fuori dal diritto internazionale per quanto riguarda l’ecologia, il lavoro, la protezione sociale e la sicurezza alimentare (si pensi alla complessa tematica degli OGM). Inoltre, il progetto di Partenariato prevede che gli Stati che non si adeguano alle norme del TTIP possono essere chiamati a rispondere delle loro violazioni dinanzi a tribunali arbitrali internazionali istituiti al preciso scopo di rendere vincolante ogni determinazione del Trattato. Le multinazionali potrebbero ottenere risarcimenti illimitati qualora la legislazione degli Stati non dovesse evolvere in senso liberista. Siamo all’ultima tappa di un complesso processo di eclissi  della sovranità: siamo oltre il pensiero di Friedman e Hayek. Lo scopo del neoliberismo non è la riduzione dei compiti dello Stato, ma la totale subordinazione di ogni determinazione politica alle direttive del mercato. La necessità del tempo attuale impone l’emergere di una nuova “massa critica”, di una nuovo approccio dialettico alle questioni nazionali e internazionali. Isolare le questioni interne da quelle internazionali è puerile e pericoloso. La nuova dinamica del capitalismo globale impone di ripensare la politica e con essa la prassi. Prima che sia troppo tardi e l’eclissi della sovranità completa.



[1] Giulio Tremonti, Uscita di Sicurezza, p. 90, Rizzoli,2012.
[2] Alain De Benoist, La fine della sovranità, Arianna Editrice, 2014.
[3] Zygmunt Bauman, Vita Liquida, Laterza Editori, 2006.
[4] Diego Fusaro, Minima Mercatalia, p. 405 Bompiani, 2012.
[5] Alain De Benoist, op. cit., p. 21.
[6] Dati raccolti dalla Banca dei regolamenti internazionali.
[7] Alain De Benoist, op. cit., pp. 31 e 32.
[8] Alain De Benoist, op. cit., 45.
[9] Alain De Benoist, op. cit., pp. 83 e 84.

Alla ricerca della sovranità: cinque punti per l’Italia


di Matteo Rovatti 


bandiera italianaIl problema principale di cui soffre l’Italia è quello di una sconcertante assenza di sovranità, che al lato pratico si esprime nell’adesione ad organismi sovranazionali quali l’Ue e la Nato, che ne minano alla radice ogni autonomia decisionale. Proprio per questo la priorità per chiunque si ponga in una posizione critica rispetto all’attuale stato delle cose è quella di riconquistare integralmente quella sovranità nazionale.
Senza alcuna pretesa di esaustività esponiamo in sintesi quelle che sono lepriorità per lo sviluppo economico, demografico e spirituale della nazione, che dal nostro modo di vedere è la priorità assoluta nonché l’unico obiettivo che sia degno di essere perseguito dalla politica, specialmente in un’epoca in cui vanno tanto di moda i “diritti civili” e le discussioni intorno al sesso degli angeli (stupisce in questo che la “teoria di genere” non sia ancora stata applicata da un qualche teologo progressista all’angeologia).
La necessità di una piena sovranità monetaria
L’Italia ha la necessità oramai inderogabile di abbandonare l’eurozona e liberarsi dei vincoli europei, recuperando una propria moneta sovrana gestita da una banca centrale subordinata al Governo. Il motivo non è tanto la fola delle “svalutazioni competitive”, quanto la possibilità di monetizzare direttamente e senza interessi la spesa in disavanzo dello Stato, la quale va lasciata crescere per tagliare da un lato la pressione fiscale di almeno 100 miliardi (eliminare l’Irap ed abbattere Iva e accise consentendo oltretutto in questo modo di contrastare efficacemente ogni eventuale picco inflattivo post-svalutazione) e dall’altro per porre in essere un ambizioso piano infrastrutturale di sviluppo. Pensiamo alla conversione del nostro vetusto sistema ferroviario all’alta velocità ed alla levitazione magnetica, alla banda larga nazionale, all’indipendenza energetica che deve passare necessariamente attraverso la produzione elettronucleare su larga scala, all’ammodernamento delle strutture idrogeologiche ed al sostegno alla ricerca pubblica. Questo vasto programma di sviluppo può essere attuato esclusivamente da uno Stato a moneta sovrana, che quindi non deve dipendere dalle banche d’affari angloamericane, tedesche o francesi.
La necessità di un nuovo interventismo pubblico
Agli inizi degli anni ’80 venne permesso alle banche italiane di diventare banche d’affari, scommettendo nella bisca del capitalismo come già in realtà facevano quelle britanniche. Prese avvio una politica di privatizzazione delle banche e di concentrazione, che ha coinvolto anche gli enti assicurativi, gettatisi voraci sul malloppo dei fondi pensione. I risparmi degli italiani sono in ostaggio di questi enti ciclopici diretti da manager dalla dubbia moralità e dalle ancor più dubbie amicizie, e questo dovrebbe togliere il sonno a più di qualche risparmiatore. Per questo bisogna nazionalizzare senza indugio ne ipocrisia le banche più grosse, difendere Eni, Enel e Finmeccanica da ogni idea di smantellamento e privatizzazione e, contestualmente, rafforzare la gestione pubblica dei beni comuni come l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’istruzione, la salute, i quali non possono essere lasciati nelle grinfie degli squali della finanza internazionale.
La necessità di deglobalizzare l’economia
La cosiddetta globalizzazione è il modo pudico con cui si è nascosta la guerra al ribasso delle condizioni di vita dei lavoratori e della legislazione sulle imprese, oltre ovviamente alla superconcentrazione di ricchezza, potere ed influenza in cerchie sempre più ristrette, e talvolta oscure. Per arginare il fenomeno, l’unica strada è quella di ripristinare i necessari controlli pubblici
sui movimenti internazionali di capitali, merci e persone, oltre che come abbiamo già detto puntare sullo sviluppo dell’economia nazionale attraverso i grandi progetti infrastrutturali. L’ipocrisia della cosiddetta “Sinistra no global” risiede appunto nell’idea che la globalizzazione possa essere contrastata smantellando gli Stati nazionali sovrani e le proprie strutture giuridiche e morali. Una follia che non a caso pone i movimenti  cosiddetti antagonisti nello stesso campo di eversione di Soros, che oltretutto è noto per finanziare lautamente molte di queste organizzazioni per scopi “umanitari” e “filantropici”.
La necessità di una riforma della fiscalità
In un precedente articolo abbiamo affrontato nel dettaglio l’idea di una net asset tax in sostituzione dell’Irpef, che si configuri come una sorta dipatrimoniale permanente al 3% (al netto dei debiti ovviamente). Ci limitiamo qui a ricordare come in Italia (in cui pure la situazione è decisamente migliore rispetto ad altre nazioni come Usa, Regno Unito e Germania) il 10% della popolazione detiene il 45% della ricchezza, e che quindi l’introduzione di una simile forma di tassazione avrebbe un dirompente effetto redistributivo in favore dei consumi e degli investimenti, dato che più una persona è ricca più tende a tesaurizzare acquistando (prevalentemente) asset finanziari ed immobiliari. In Italia la ricchezza al netto dei debiti è di 5500 miliardi, 5000 se si pensa di prevedere una soglia minima al di sotto della quale l’imposta non venga riscossa. Ebbene, con un gettito di 150 miliardi all’anno è più che fattibile eliminare completamente l’Irpef, l’odiosa imposta sul reddito che penalizza il lavoro e tende a favorire chi è anziano, non ha debiti e vive di rendita.
La necessità di ripensare all’umanesimo del lavoro

La partecipazione dei lavoratori alla gestione tecnica delle imprese ed ai guadagni di produttività non è solo un imperativo morale non più demandabile, ma anche un’idea saggia sotto il profilo economico, per diversi ordini d’idee. Con un colpo solo, sarebbe possibile porre fine alla lotta di classe, disinnescare la triade (Cgil-Cisl-Uil che solo danni ha causato negli ultimi 30 anni) ed incrementare considerevolmente tanto il tenore di vita quanto la considerazione sociale e financo culturale dei lavoratori medesimi, finalmente sottratti alla degradante mansione di bestie salariate, in particolare nell’epoca della flessibilità, ovvero della distruzione delle aspettative di vita di milioni di persone, sovente impossibilitate persino a fare dei figli. In Italia, oltretutto, questo progetto ambiziosissimo troverebbe l’avallo della “costituzione più bella del mondo”, che all’articolo 46 parla né più né meno che di questo. Strano il mondo, quando si adora feticisticamente un testo sacro e poi si fa esattamente l’opposto di quanto prescrive. Tipico, del resto, di tutte le “Religioni del libro”, ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

domenica 24 agosto 2014

Lo scambio del debito con il territorio: la nuova strategia della Elite globalista


di Adrian Salbuchi 





Nelle ultime decadi, decine di nazioni sovrane sono cadute in un crescente e profondo buco nero nell’indebitarsi con la megabanche sovranazionali per importi che eccedono di gran lunga quello che sarebbe il livello da poter ripagare. Si deve forse questo alla cattiva prassi professionale di questi banchieri assieme alla cattiva amministrazione dei governi o ad una gigantesca scalata?
Siamo noi dei semplici testimoni di come coloro che pianificano a lungo termine e che sono parte della Elite del Potere globale vanno ottenendo   gradualmente i loro obiettivi?
Bisogna essere in due per ballare il tango……
Le ricorrenti crisi del debito pubblico non sorgono come risultato di errori commessi dalle banche, nel concedere troppo facilmente i prestiti, né dell’ “innocenza” dei successivi governi delle nazioni irrimediabilmente indebitate.
Per la verità tutto sembra far parte di un modello globale di dominioaccentrato in un sistema di debito perpetuo che, in un articolo precedente abbiamo denominato il “modello Shylok”.

Allo stesso modo che il Tango ben ballato richiede ritmo ed energia, oggi l’Argentina si trova una volta di più nell’epicentro della volontà dei mega banchieri che hanno appena trascinato questo paese in un default tecnico.
Questo si deve non soltanto all’incapacità dell’Argentina di affrontare il pagamento del suo enorme debito esterno dentro le regole del gioco imposte e ridefinite in permanenza dagli usurai globali, ma anche perché adesso si  è aggiunta una nuova dimensione: l’immoralità e l’indecenza giudiziale dei tribunali Federali del Secondo Distretto di Manhattan a New York, presidiato dal giudice Daniel Griesa.
Questi finanzieri hanno dimostrato di non avere alcuno scrupolo e di poter utilizzare le leggi statunitensi al servizio dei perversi banchieri ed investitori parassitari come Paul Singer, dei fondi finanziari Elliot/NML e Mark Brodsky, conosciuti come “fondi avvoltoio” che però non sono soltanto questi ma anche altre mega banche e finanziarie come Goldman Sachs, HSBC, CitiCorp, JP Morgan, Deutsche Bank, Soros, Rothschild, Warburg, ed altri. (………..)
La Truffa del Debito Pubblico
I debiti pubblici degli stati oggi rappresentano una pericolosa truffa in pratica per tutti i paesi del mondo, inclusi gli Stati Uniti, il Regno Unito ed i paesi dell’Unione Europea.
Questi debiti si concretizzano come delle  vere “spade di Damocle” che minacciano la vita di un numero incontenibile di milioni di persone in tutto il mondo.
Qualcuno si potrebbe domandare : perché i governi si indebitano per cifre che eccedono largamente le loro possibilità di saldarli in tempi ragionevoli.
A questa domanda, economisti banchieri, operatori, professori di economia delle grandi Università, premi Nobel e i grandi media danno una risposta rapida, immediata, e monolitica: questo accade perché tutte le nazioni hanno necessità di investimenti ed investitori per poter costruire strade, impianti di energia, scuole, aeroporti, armare eserciti, erigere infrastrutture , disporre di servizi ed una lunghissima lista di attività che attengono all’economia ed all’attività delle nazioni.
Tuttavia ogni volta più persone si propongono una domanda fondamentale basata sul senso comune: perché gli Stati si indebitano con i mega banchieri in valuta e per molte decadi quando potrebbero ben finanziare tutti questi progetti ed esigenze in un modo molto più sicuro, emettendo la moneta locale dei propri paesi?
A questa domanda tutti gli “esperti” dei vari paesi si mettono a gridare: “emettere moneta? Ma siete pazzi, questo va contro le regole dell’economia e della finanza”. Emettere moneta nazionale per finanziare le proprie necessità dell’economia reale conduce all’inflazione, alla perdita di posti di lavoro, al caos (ed a noi banchieri ci toglie  il lavoro). Subito iniziano a gridare, saltare e battere le palme dicendo, “Noi caschiamo fuori dal mondo! “ Noi caschiamo fuori dal mondo”.
Allora uno gli pone la domanda: “Che faremo quando i nostri paesi non potranno pagare irrimediabilmente questi debiti pubblici e cadranno rapidamente in default?  Non soltanto l’Argentina ma anche il Brasile, la Spagna, l’Italia, il Portogallo,  il Venezuela, la Francia, la Costa Rica, il Perù, il Salvador,  la Russia, Bolivia, Islanda, Turchia, Grecia, Cipro, Thailandia, Nigeria, Messico, Indonesia…?  Tutti paesi indebitati.
Di nuovo gli “esperti” ti rispondono a viva voce: allora vuol dire che i paesi dovranno ristrutturare i loro debiti portando in avanti le scadenze di 20 o 40 anni in modo tale che”….bla bla… bla…” i nipoti in futuro potranno seguire a pagarli per i secoli dei secoli.
La verità è che le nazioni necessitano di ricorrere in un alto livello di spesa pubblica per mantenere attive e forti le proprie economie, in modo da assicurare ai propri cittadini, lavoro, sviluppo, felicità e prosperità, in modo che gli Stati nazionali possano mantenersi sovrani, forti e sicuri. Di conseguenza le popolazioni che siano lavoratrici, forti, felici e sicure, non possono definirsi attraverso una formula che sia facilmente integrabile nei fogli di calcolo degli esperti.
Tuttavia rimane chiara una verità fondamentale che la Finanza (ossia il mondo fittizio dei banchieri, del denaro elettronico, della speculazione e dell’usura) dovrebbe sempre rimanere subordinato all’economia reale /(quello che è il mondo del lavoro, la produzione, l’edilizia, le fabbriche, il pane, il latte, i servizi, ecc.….).
Tutto questo dovrebbe portare ad una domanda ovvia: Se i governi hanno una naturale tendenza a spendere di più, perché finiscono a mettersi nella brutta situzione di sovra indebitarsi?
Quale è la migliore opzione?
1) Che il proprio debito finanziario (debito pubblico) lo debbano a se stesse; ai propri Stati nazionali (attaverso il debito espresso in moneta locale che, ad ultima istanza, potrà ammortizzarsi con un tratto di penna e, nel caso di aumento dell’inflazione, si potrà cambiare l’unità monetaria, come già ha fatto vari volte l’Argentina nelle ultime decadi (nonostante il passo doloroso che risulta) o……
2) Convertire questo debito finanziario in debito pubblico dollarizzato o in euro, integralmente sotto il controllo di accreditori tecnocrati ben organizzati e megabanchieri, gli stessi che controllano la Federal Reserve, il FMI, a Washington e la BCE a Francoforte ed i nidi degli avvoltoi di Wall Street,  in attitudine di attesa per  sbranare le loro vittime ?
Un proverbio dice: se mi inganni una volta la colpa è tua; ma se mi inganni due volte, allora la colpa è mia.
Così opera il diabolico sistema del debito Pubblico a lunga scadenza: I ripetuti defaults e ristrutturazioni del debito pubblico dell’Argentina risalgono a varie decadi nel passato. Si potrebbe ricostruirne tutta la Storia di come questo paese sia caduto nelle grinfie del sistema dell’usura dei mega banchieri sovranazionali.
(…………………………..)
La dr.a Annie Krueger (Banca Mondiale) nel 2002 lavorando come vice presidente del FMI, sviluppò l’idea che si potesse studiare una nuova forma di ristrutturare i debiti delle Nazioni che presentavano un livello molto elevato di debito pubblico, spingendo i paesi indebitati verso una forma di “concordato preventivo” verso i debitori (le mega banche e finanziarie) che presuppneva poi un default ed una suddivisione dei beni come se le nazioni fossero delle corporazioni private come la Enron o la World Com. (…….)  Vedi: Kruger: Deberian poder declararse en quiebra…..
La Kruger siluppò queste idee in maggiori dettagli in una monografia per l’FMI intitolata; “Una nuova forma per affrontare la ristrutturazione dei debiti” ,nel periodo successivo fu pubblicato un articolo per la rivista “Foreign Affairs” (voce del potente organismo finanziario Council of Foreign Relations, al servizio della elite globale), nel Luglio/Agosto del 2003, scritto dal prof. Di Harvard Richard N. Cooper, il cui titolo rifletteva questa proposta: “Capitolo 11 (Legge USA di fallimento) per le Nazioni.
Lo stesso Cooper molto pragmaticamente raccomanda che “unicamentequando il paese debitore non riesca a recuperare solidità finanziaria, i suoi attivi dovranno essere liquidati e le entrate risultanti dovranno distribuirsi fra i suoi creditori- di nuovo sotto la guida di un Tribunale internazionale” (!)
In quegli anni turbolenti, la stampa globale – la rivista Time e il New York Times, per esempio- arrivarono all’estremo di suggerire che la Patagonia Argentina, immensamente ricca in risorse, potesse essere separata dal resto del paese per servire come meccanismo di pagamento dei debiti per il default del paese. Pochi anni dopo, nel 2005, si potè sperimentare il nuovo meccanismo di scambio di debito sovrano sotto la presidenza di Nestor Kirchner e del suo ministro eonomico Roberto Lavagna.
(………….)
Non uccidere la gallina dalle uova d’oro
In un recente articolo pubblicato nel Luglio del 2014, la Krueger raccomanda che le decisioni della Corte suprema degli USA aggiunga una nuovo sistema di deformazione al complesso problema dei debiti che potrebbe avere l’effetto di aumentare il livello di rischio rappresentato dai debiti sovrani ed anche aumentare i costi di emissione per i creditori.
Anche i multimedia specializzati come in New York Times, il Wall Street Journal e l’Economist, raccomandano al giudice Griesa (quello di New York della causa Argentina/Fondi avvoltoio) ed ai suoi piccioni degli avvoltoi che esercitino maggiore moderazione, visto che nel delicato sistema bancario globale post 2008, una improvvisa e mal controllata crisi dei debiti sovrani potrebbe frustrare i piani della Elite globale di imporre una transizione ordinata verso un nuova architettura legale e finanziaria che permetta di liquidare in modo ordinato e conciso gli stati falliti finanziariamente come ad esempio la Repubblica Argentina.
Questo specialmente se per il futuro lo scambio dei buoni del debito saranno garantiti da cessioni di parte del territorio nazionale (che altra cosa gli rimarrebbe da sorteggiare?).  Si potrebbe imporre all’Argentina in un futuro non lontano qualche nuovo mega scambio di Buoni del Debito Pubblico garantiti con enormi estensioni del suo territorio nazionale- specialmente quello della Patagonia?
Tale sistema significherebbe, prevedibilmente, nell’arco di alcuni anni ancora, i Shylocks di Wall Street e della City londinese potranno fare tutto quello che ritengano necessario per, una volta di più, trascinare l’Argentina nel default del debito, aprendo così al percorso che gli permetta di rimanere legalmente padroni di una parte del suo territorio con la semplice esecuzione della garanzia di questi futuri buoni “a compensazione”, presso Tribunali di New York, naturalmente. (………).
Le possenti famiglie dell’alta Finanza globale, i Rothschild, i Warburg, i Lazard, i Soros, i Rockefeller, i Safra, gli Elstain ed altri- potranno allora prendere possesso “legalmente” della Patagonia, per poi- sempre legalmente- consegnarla a chi a loro piaccia! Questo avverrà senza neppure far sparare un colpo di fucile!
Se questo è quello che sta davvero accadendo dietro il sipario dell’Argentina, potrebbe qualcuno forse credere che i padroni del potere globale si fermeranno là?
Per questo motivo attenzione Grecia, attenzione Italia, Francia, Spagna, Messico Corea, Giappone, Ucraina, Brasile, Sud Africa!!
Il “Governo Mondiale” arriva per tutti!

Crisi ucraina e il fallimento della “Dottrina Obama”


di Salvo Ardizzone 



La guerra e l’invasione di Paesi esteri sono “la costante geopolitica degli Stati Uniti”: sono parole di Dean Rusk, Segretario di Stato dell’Amministrazione Kennedy; ciò che è avvenuto dopo non ha fatto che avvalorare quella tesi, per tutte basta ricordare le sciagurate imprese dell’era Bush. Nella sostanza, gli Usa non si sono mai curati più di tanto di sviluppare strategie per risolvere una crisi senza l’intervento militare; lo hanno considerato alla stregua di un normale strumento per raggiungere obiettivi anche politici, o tutelare quelli che ritenevano essere loro interessi. 
All’inizio della sua Amministrazione, si parlò molto della cosiddetta “Dottrina Obama” che, a parole, intendeva staccarsi da quella prassi; in realtà la sostanza era molto semplice, il nuovo Presidente s’era reso conto di alcune cose: prima di tutto erano profondamente cambiate le condizioni geopolitiche nel mondo, e gli Usa non potevano più permettersi di agire come prima; in secondo luogo, quelle guerre costavano un’enormità, e né i cittadini americani, né il Tesoro Federale, potevano più permettersele a cuor leggero. Restava però, indiscussa, la volontà d’esercitare un’egemonia globale, e per questo, di evitare che una qualunque Nazione potesse emergere in autonomia in uno scacchiere, o si creassero alleanze strategiche da cui gli Usa fossero esclusi. 
Per perseguire questi scopi ritenne che lo strapotere del dollaro e della finanza, la (presunta) capacità di conoscere e anticipare gli eventi nel mondo (vedi Datagate) e la potenza dei media al servizio della propaganda americana, fossero più che sufficienti ad esercitare un soft-power assai più economico ed efficace degli strumenti del Pentagono, che comunque rimaneva alle spalle qualora il gioco si fosse fatto troppo duro.   
In Ucraina Obama volle intervenire: la Russia aveva mostrato troppo attivismo, aveva giocato in proprio in Siria, in Egitto, nell’affare Snowden, mettendo gli Usa più volte in imbarazzo, e stava allacciando rapporti troppo stretti con diversi Paesi europei, soprattutto con la Germania, che aspirava a una egemonia sull’Est Europa e a rapporti paritari col Kremlino. 
L’operazione, un mix di disinformazione sui media, azioni “coperte” dei servizi per pilotare minoranze d’attivisti e manovre della finanza, riesce alla grande: a Kiev, un autentico colpo di Stato attuato da una folla manipolata fa saltare gli accordi fatti fra gli europei e Putin e s’instaura il governo voluto da Washington; l’Ucraina sbatte la porta in faccia a Mosca e Berlino è costretta ad allinearsi. Resta però da gestire il dopo, e qui per gli Usa cominciano i problemi. 
Nel piano originale era previsto che gli Europei, pressati dalla tensione creata con la Russia, si facessero carico delle spese di una Nato proiettata a Est, fin sulle soglie di Mosca, scaricando su di loro i costi di una contrapposizione funzionale a Washington; ma con la crisi economica in corso, malgrado gli stimoli e i rimbrotti, la risposta corale è stata un no. Allo stesso modo, attizzando il livello del confronto e sabotando ogni occasione d’accordo ragionevole tutte le volte che Putin faceva un’apertura, Obama ha puntato a sanzioni che mettessero in crisi la zoppicante economia russa, facendone pagare il costo agli Europei. Anche in questo caso, però, la risposta è stata tutt’altro che entusiasta; ad eccezione di alcuni Stati, Polonia e paesi Baltici in testa, persi dietro sogni di rivalsa su Mosca, son stati molti quelli che hanno frenato: Germania, Francia e l’Italia a seguire. A smuovere Parigi non è bastato il ricatto e poi la ritorsione d’una mega multa (8,97 Mld di $) inflitta a Bnp Paribas, il più grande istituto di credito francese; quanto a Berlino, non aveva alcuna intenzione di smantellare decenni di relazioni costruite pazientemente e, passo dopo passo, i suoi rapporti con gli Usa si sono deteriorati, giungendo al minimo storico dopo l’ennesimo caso eclatante di spionaggio, con il responsabile della Cia espulso come si faceva con gli agenti del Kgb ai tempi della Guerra Fredda. Un disastro politico.
Comunque sia, nel frattempo, attraverso il potere della finanza e del dollaro, Washington fiacca l’economia russa e induce massicce fughe di capitali; Obama pensa d’aver messo Mosca nell’angolo, quando, a maggio, Putin vola a Shanghai per chiudere un megacontratto di fornitura di gas (oltre a molti altri accordi strategici) su cui si trattava da dieci anni. Le condizioni sono quelle di Pechino, che in più si vede aperte le risorse russe della Siberia e l’ingresso nelle società di sfruttamento, ma per Mosca è uscire dall’impasse, trovando la sponda della Cina, e dare nuove prospettive al proprio gas in tutto l’Estremo Oriente. Per gli Usa è un doppio capolavoro alla rovescia: veder uscire Putin dall’isolamento e , soprattutto, fare un piacere colossale a Pechino, il vero competitor globale.     
A conti fatti la Dottrina Obama, usata in Ucraina, ha destabilizzato un Paese, preda d’una guerra civile che non si sa quando finirà e che comunque sta scavando fossati d’odio assai difficili da colmare; ha distrutto il rapporto con la Germania, che sempre più pensa a una via sua con Russia e Cina; ha buttato Putin in braccio a Xi Jinping, alle condizioni di quest’ultimo. Se si pensa che, nel 2009, all’inizio del suo primo mandato, Obama voleva puntare su Mosca per contenere Pechino.

Dinanzi a simili comportamenti, cinici quanto irresponsabili, sta agli Europei tirare le conclusioni: ripensare la Nato e le sue funzioni, che non possono essere la sfacciata proiezione degli interessi Usa; ripensare la Ue e le sue dinamiche, che non possono essere strumenti accessori della Nato, con l’allargamento indeterminato a Oriente, né essere appaltate ad alcuni Stati per tutti. Inoltre occorre riflettere sul Ttip, quell’accordo attraverso cui gli Usa intendono imporre un controllo e un dominio commerciale ed economico; siglandolo l’Europa si consegna a Washington e chiude con la Russia (con cui ha mille coincidenze d’interessi) e con il mercato e i capitali cinesi. Sarebbe peggio che stupidità, sarebbe un errore colossale. 

giovedì 21 agosto 2014

L’Unione Europea è l’antitesi dell’Europa


di Michele Orsini 

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“Le stucchevoli polemiche cui abbiamo assistito negli ultimi anni e hanno opposto coloro che rivendicano la necessità del riconoscimento delle radici cristiane e coloro che vorrebbero negarla, preferendo invece riconoscere quelle illuministiche, indicano quanto la cultura attuale sia abitata da opposti monismi e percio lontana dal superamento delle contraddizioni, insomma quanto poco sia europea: difatti si tratta di una cultura che emerge dal fenomeno pervasivo della globalizzazione, che con altre parole potremmo definire occidentalizzazione ovvero americanizzazione.
L’ ideologia globalista è portatrice d’una sorta di monismo economicistico secondo il quale il mondo in cui viviamo è l’unico possibile, non esistono alternative, il valore economico è l’unica discriminante tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quindi le leggi del mercato devono prevalere.
Questo pensiero unico corrisponde al progetto statunitense, come ben evidenzia Jeremy Rifkin quando asserisce che per gli americani la libertà è associata all’autonomia, cioè al fatto di non dipendere dagli altri, soprattutto dal punto di vista economico: per essere liberi, gli americani pensano che si debba essere ricchi.
II sogno europeo invece è esattamente l’opposto: per gli Europei essere liberi è porsi in relazione con gli altri, unirsi, condividere, aprirsi. La nostra è da sempre una società dell’inclusione. Ora è evidente che l’Unione Europea e le sue istituzioni sono volte realizzare non il sogno europeo, ma quello a stelle e strisce, che è il suo opposto. Perciò si può dire che l’azione politica dell’Unione Europea è antieuropea e che l’uso della parola Europa come sinonimo di CEE e poi di UE, dapprima raro ed informale, negli ultimi anni più regolare ed esteso, nasconde non solo un’insidia, ma addirittura una menzogna.
I padri fondatori dell’Unione Europea posero gli Stati nazionali al centro del loro progetto d’integrazione, che essi concepivano appunto come un graduale negoziato tra Stati sovrani; poi, negli anni Ottanta del secolo scorso, prese piede la politica economica del cosiddettoWashington consensus, improntato sulla teoria neoliberale e sul principio del minimo intervento statale. Si innestò un processo che portò rapidamente all’erosione delle sovranita nazionali dei singoli Stati membri, giungendo cosi, per citare le parole del compianto professor Costanzo Preve, alla «incorporazione di quest’Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato».
La tendenza a confondere gli interessi dell’Unione Europea con quelli della NATO è emersa dopo la fine della Guerra Fredda e si è rafforzata con la pratica dell’ interscambiabilità di persone che occupano posti chiave nei due organismi. L’Unione Europea era all’origine una grande opportunità, difficile è capire se lo possa essere ancora, di certo perché ciò sia possibile si dovrebbe eludere ogni richiesta, da parte delle istituzioni UE, di cessioni di sovranità, anzi i singoli Stati membri dovrebbero fare ogni sforzo per riconquistare ognuno la propria e poi, volendo ancora perseguire una politica europeista, trovare piuttosto un modo di sommare sovranità e forze, cosi da poter divenire davvero un attore globale.
Per rendere possibile il cambiamento dell’attuale scenario è allora necessario un recupero culturale dell’identità europea che parta dalla soluzione di un malinteso che inquina da molto tempo l’opinione pubblica, ovvero dalla presa di coscienza del fatto che l’Europa non è Occidente o per meglio dire, essendo sua caratteristica principale la coesistenza armonica degli opposti, è sia Oriente sia Occidente. L’ identità europea va piuttosto difesa dai rischi connessi alla globalizzazione.
Far coincidere il concetto di Europa con quello di Occidente è truffaldino, almeno quanto farlo coincidere con quello di Unione Europea, ed anche di più, se si considera che l’idea contemporanea di Occidente è stata elaborata nell’ambito del pensiero politico statunitense «proprio per differenziarsi dall’Europa; anzi, addirittura contro l’Europa». Creare il malinteso è utile alla propaganda occidentalista per poi definire come nemico l’orientale di turno.
L’effetto è quello di indebolire la società europea, rendendola inconsapevole della particolare forma di convivenza di cui è portatrice.
(…)
La forma di coesistenza che permette di non scegliere tra due poli opposti ma di conciliarli è quella comunitaria, la quale, dopo aver caratterizzato a lungo l’Europa, ha lasciato spazio alla forma societaria; quest’ultima, sommamente individualista, promette il massimo della libertà, ma alla fine si rivela un apparato fatto per addomesticare i suoi membri e indirizzarli ad obiettivi precostituiti, decisi in altre sedi e talvolta perfino contrari agli interessi dei singoli coinvolti. Nell’epoca della globalizzazione il singolo è soprattutto consumatore, «solitario collezionista di sensazioni», educato fin dalla più tenera età attraverso la pubblicità, che pone molta attenzione e investe molte risorse nel tentativo di fidelizzarlo: quando ha successo, lo renderà a un tempo omologato e solitario.
In un’ideale organizzazione informata ad un perfetto collettivismo, invece, sarebbe escluso il problema della solitudine, ma esasperato il rischio dell’omologazione.
La comunità altresì può permettere all’individuo di svilupparsi pienamente, in quanto il senso d’appartenenza esalta o almeno aiuta ad accettare le peculiarità individuali. Vi è un’evidente omologia fra I’equilibrio tra generale e particolare che caratterizza l’ idea di Europa e I’equilibrio tra comunita e individuo.
Se il percorso politico necessario per una ricostruzione europea potrebbe passare indifferentemente da una modifica dell’attuale Unione Europea, oppure da un suo scioglimento e da una successiva riaggregazione mediante istituzioni con nomi differenti, imprescindibile è compiere in parallelo un percorso culturale di ricomposizione dei dualismi.”
Da L’Unione antieuropea, di Michele Orsini in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2014, pp. 160-162 (grassetto nostro).

martedì 19 agosto 2014

Mario Draghi e la battaglia europea



Siamo ormai al diciannovesimo anno di guerra mondiale. Come ricorderemo la dichiarazione di inizio, dopo numerose scaramucce e scontri preparatori, data 1 gennaio 1995, quando l'Uruguay Round, iniziato nel 1986, si concluse con l'inaudita decisione di abolire le barriere allo scambio dei beni, come dei servizi e delle proprietà intellettuali.
Da allora il potente WTO ha demolito sistematicamente ogni barriera alzata nei secoli a protezione delle vite e dei beni dei popoli del mondo,mettendo in contatto senza filtri e protezioni tradizioni e culture diverse e sistemi sociali altamente differenti. Se si considera che nella definizione di "servizi" sono sostanzialmente ricompresi i capitali finanziari ed i servizi connessi, l'evento manifesta, a quasi venti anni di distanza, tutta la sua geometrica potenza.
servizi finanziari, rendono possibile ai capitali di alzarsi da terra, rifiutare il legame con le modalità di produzione socialmente determinate che li hanno generati e muoversi, vorticosamente, in cerca di maggiori "rendimenti" nel mondo. Cioè in cerca di un maggiore tasso di sfruttamento di condizioni locali. Tasso che indifferentemente si può manifestare attraverso un intervento immobiliare speculativo (da realizzare in fretta e cedere altrettanto rapidamente, attraverso la nuvola dei derivati), l'azione sul capitale di aziende produttive (rapidamente passate di mano tramite il loro pacchetto azionario) o movimenti su prodotti direttamente finanziari, assicurativi, fondati su commodities o qualsiasi altro simulacro di valore.
Questo mondo, da allora, brucia perché le valli sono state messe in contatto con le montagne, le colline con i laghi. Per il metro universale del denaro sono altrettanti ostacoli. Nello sforzo di creare dalla natura il piano uniforme omnidirezionale senza attrito di cui ha bisogno, il codice denaro -e i suoi provvisori possessori- sta da allora furiosamente cavalcando il mondo e travolgendo ogni ostacolo.
La guerra mondiale cesserà quando il piano sarà livellato, quando i capitali alzati a Cupertino o a Londra troveranno lo stesso saggio di rendimento in ogni luogo. Questo sogno assurdo implica, però, un incubo per molti altri: saggio di rendimento è un altro e più gentile nome di saggio di sfruttamento.Vuol dire che il reddito ricavabile dal lavoro sarà diventato una media tra quello americano (o tedesco) e quello nigeriano (o cinese). Ovviamente a redditi simili, a parità di prestazione, corrispondono simili livelli di tenore di vita e di garanzie, simili livelli di sicurezza, simili di prestazioni assistenziali.
La guerra mondiale cesserà quando i nostri servizi saranno arrivati ad un livello intermedio tra il nostro attuale e quello cinese attuale. Ed il nostro reddito procapite della popolazione mediana, cioè dei lavoratori, sarà arrivato alla stessa media. La logica della concorrenza dice semplicemente questo. Qualche economista più onesto lo scrive anche (ad esempio Spence nelle ultime pagine del suo libro) ma tanto nessuno capisce.
Invece è semplice: la concorrenza con la Cina (ma anche, più vicino, con l'Albania dove stanno andando sempre più nostre imprese industriali) si vince quando i nostri salari saranno intermedi tra i 1.300 euro nostri ed i 400 cinesi (certo a parità anche della produttività e di altri fattori minori che si cerca comunque di uniformare). Quando un tenore di vita che non possiamo più permetterci, si sarà riadattato. Quando non "vivremo più al di sopra dei nostri mezzi".
Come pensi l'aristocrazia finanziaria (ma in realtà si tratta di un sistema finanziario-industriale) di ottenere questo risultato brillante (per loro) senza che ci siano reazioni è abbastanza un mistero. Ma si sa, il denaro ha lo sguardo corto.
In questa guerra ventennale è da tempo in corso una "battaglia europea" particolarmente cruenta. Il percorso di creazione dell'intera costruzione europea si inserisce direttamente in questo quadro (che ha notevolmente contribuito a costruire) e non sarebbe assolutamente comprensibile altrimenti. L'Unione Europea, con la sua disfunzionale deformazione caratteristica (un omone con un braccio colossale ed un altro rachitico), non ha alcun senso se non si percepisce la dominazione di questo pacchetto di interessi e la trappola nel quale, intenzionalmente ma in modo poco avveduto, ha condotto tutte le forze sociali e politiche europee. Se non si comprende il disegno tecnicamente eversivo che lo sottende.
Fortunatamente i principali agenti provvedono continuamente a ricordarcelo.Soccorre dunque il generoso Mario Draghi, che con rituale comunicazione periodica (simile a quella del 14 luglio) ci chiede di rinunciare alla nostra sovranità per affidare ad un non meglio precisato "organo europeo" (presumibilmente emanazione del Consiglio) il controllo delle "riforme strutturali", senza le quali non cresceremmo.
Cosa sono le "riforme strutturali"? La formula ha un sapore mistico. Si tratta della Salvezza che deve essere abbracciata, senza la quale nessuna possibilità di grazia è data. Ma in effetti è ancora molto semplice: si tratta di continuare la guerra, rendere ancora più veloce la circolazione, eliminare ogni vecchio attrito, aumentale la flessibilità.
Consentire ai titolari dei capitali di investirli rapidamente, senza tante storie, senza precauzioni, limiti, garanzie (ad esempio per il paesaggio, rispetto ad una speculazione immobiliare condotta da un fondo assicurativo inglese, o italiano; per l'ambiente, rispetto ad un investimento industriale; per il lavoro, nello stesso caso o nei servizi), responsabilità (a partire dalla esazione fiscale del valore prodotto nel paese). Secondo la visione del banchiere, infatti, i mitici "investitori" sono scoraggiati dal clima autorizzativo, dalla fatica che fanno per avere i permessi; poi dal mercato del lavoro, ancora troppo legato e troppo costoso; infine dalle leggi.
Io credo che tutti siano scoraggiati: dalla mancanza di opportunità, dalla carenza di domanda per i propri prodotti i servizi, dall'eccesso di indebitamento dei privati e delle imprese, dalla indisponibilità del sistema bancario -che ha avuto e continua ad avere immensi privilegi dallo stato- a fare la sua parte generando credito. Che il nostro paesaggio vada maggiormente tutelato, perché è un essenziale patrimonio di cui disponiamo; che l'ambiente vada protetto e soccorso, non sfruttato; che il lavoro vada qualificato e valorizzato, innalzato e potenziato sia in termini di salari sia di produttività (due cose che normalmente vanno insieme, come troppo spesso si dimentica); che la responsabilità di tutti coloro che producono ricchezza sia anche verso il paese che lo ha reso possibile. Gli "investitori" siamo tutti noi, e dovremmo trovare nella cura per i luoghi e per le culture che ci hanno fatto ciò che siamo la ragione per fare la nostra parte.
A chi sposta una fabbrica dall'altra parte dell'Adriatico per lucrare qualche centinaio di euro di minore salario ai propri lavoratori, va con fermezza richiesto di avere pari condizioni di accesso. Se la fabbrica garantisce eguale protezione dell'ambiente, del paesaggio e delle condizioni di lavoro, i prodotti equamente possono essere in competizione con i nostri. Ma se il risultato della produzione è ottenuto sfruttando il territorio in misura maggiore, generando maggiori esternalità, sfruttando i lavoratori (in rapporto al diverso potere di acquisto) in modo selvaggio, o grazie a facilitazioni fiscali non sostenibili (e dunque competitive) dovrebbe essere diritto difendersi.
Se vogliamo parlare di riforme, iniziamo da queste: eliminazione di ogni dumping fiscale entro la UE e innalzamento di barriere compensative (possibili anche entro la camicia di forza delle regole del WTO se si vuole e si ha coraggio) verso i paesi che intenzionalmente fanno dumping verso di noi; riforma della tassazione delle grandi corporation (se la pressione fiscale complessiva deve calare, quella alle corporation deve iniziare); welfare europeo comune (almeno il livello di base); salario minimo europeo.
E parliamone nel Parlamento Europeo (e nei Parlamenti Nazionali), non certo nel Board della BCE, che, come ricorda anche Foa, in questi temi non ha da dire, non deve parlare, non può farlo.
di Alessandro Visalli 

giovedì 14 agosto 2014

La Germania: riassunto per i politici


(...cari lettori, questo post sarà pieno di ovvietà. Non vogliatemene: sto cercando di ampliare la platea degli interlocutori)


Fin dall'inizio della mia attività di divulgazione ho insistito sul fatto che quello che rendeva certa la fine dell'euro non era il fatto che esso danneggiasse i paesi deboli, quanto che danneggiasse anche quelli forti. Faccio solo due esempi:

1) il 23 agosto del 2011: "la Germania segherà il ramo su cui è seduta"
2) il 23 luglio del 2013: "il menù dei prossimi mesi sarà il crollo dei 'virtuosi'"


Oggi sono uscite stime pessime sul Pil tedesco, e quindi scrivo l'ennesimo QED di questo blog, ma tengo a precisare che alla Germania non sta andando male perché io porto sfiga, ma perché l'economia è una scienza, una scienza che per bocca dei suoi esponenti più qualificati aveva chiarito che le cose dovevano andare come stanno andando.

Due atteggiamenti mentali errati hanno impedito al vasto pubblico, ma anche a molti colleghi, di capire il senso e la fondatezza di queste mie osservazioni.

Il primo è mutuato dalla "cultura" calcistica. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa lo vive come Italia-Germania 3 a 4, cioè come una situazione nella quale siccome noi stiamo perdendo, allora la Germania sta vincendo. Ma l'economia non funziona così: l'economia esiste perché esiste lo scambio, e il creditore che strozza il debitore non risolve nulla.

Il secondo è mutuato dalla "cultura" geopolitica, in versione vagamente complottarda. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa pensa che dietro ci sia un disegno della "Germania", che è spregiudicato e potenzialmente autodistruttivo, ma che al redde rationem non ci si arriverà, perché la "Germania" è furba (!), e quindi si arresterà sull'orlo del baratro. Ma la SStoria non funziona così. Già nel secolo scorso la "Germania" non si è arrestata sull'orlo del baratro, semplicemente perché la "Germania" non esiste. La SStoria non è un teatro dei pupi, col pupo "Germania" biondo e cattivo, il pupo "Italia" moro è buono. All'interno della società tedesca opera una pluralità di pulsioni e di interessi scoordinati, la cui composizione dipende da un insieme di fattori spesso aleatori, e non c'è alcuna certezza che la leadership tedesca: (i) avverta l'avvicinarsi del punto di rottura; (ii) disponga degli strumenti per evitarlo; (iii) raccolga in una opinione pubblica che ha contribuito a disinformare (raccontando che la colpa della crisi era solo nostra) il consenso necessario per contribuire a rimediare alla situazione.

Quindi l'euro finirà, ed è importante capire perché, ma per capirlo bisogna capire perché è stato fatto.

Caro politico, supponiamo che tu passi di fronte a una vetrina e vedi una cosa della quale hai bisogno, che ti piace, che è di buona qualità. Cosa può impedirti di acquistarla? Due sole cose: o il prezzo troppo elevato, o, se il prezzo è giustificato dalla qualità (e quindi saresti disposto ad acquistare), il fatto che tu non abbia soldi in tasca. Il prezzo potrebbe essere troppo elevato ad esempio perché quella cosa piace a tutti, tutti la chiedono, e quindi il commerciante adegua il ricarico: si chiama legge della domanda e dell'offerta. Gli economisti chiamano questa cosa "teoria della domanda": la domanda di un bene dipende dal reddito del compratore e dal prezzo del bene.

Se questo ti è chiaro, caro politico, allora ti sarà chiaro anche:

1) perché è stato fatto l'euro, e:
2) perché imploderà.

Tralasciamo, per favore, la ricca aneddotica (geo)politica (Mitterrand che voleva imbrigliare Kohl, ecc. ecc.): tutto vero, ma anche tutte fregnacce. Mitterrand era un uomo profondamente supponente, ignorante di economia, roso dall'ambizione e da un tumore ai testicoli che gli era stato diagnosticato all'inizio del suo primo mandato, il che sicuramente lo rendeva poco lucido. Va ammirato, dal punto di vista umano, per essere riuscito a portarne a termine due, ma dal punto di vista politico, anche trascurando il dato clinico che vi ho ricordato, è stato un demente che ha contribuito al disastro nel quale versa il suo paese. Per favore, lasciamolo da parte.

Il punto fondamentale è che legando il marco alle valute dei propri principali clienti, la Germania impediva al marco di rivalutarsi quando i beni tedeschi erano molto domandati. Era stato così per tutti gli anni '80: il marco era stato rivalutato ben sei volte nello Sme, contro le quattro svalutazioni della lira. Ma con l'euro questo finiva, il che significava, in buona sostanza, che gli imprenditori tedeschi potevano in tutta sicurezza intraprendere una politica di compressione dei salari. Che c'entra, mi chiederete?

La compressione dei salari ha due effetti: aumenta i profitti (se una fetta della torta si stringe, l'altra si allarga), e rende i beni nazionali più convenienti (se riduci il costo del lavoro, puoi tenere relativamente basso il prezzo dei tuoi beni). Questa seconda cosa è molto, molto importante, perché se togli soldi ai tuoi operai, riducendo i loro salari, poi per fare profitti devi vendere all'estero, visto che i tuoi operai i soldi per comprare i tuoi beni non ce li hanno più!

Vi è chiaro, amici (o nemici) politici? Se vi è chiaro, continuerete a chiedermi: ma cosa c'entra il cambio?

C'entra. Cosa sarebbe successo negli anni '80 o '90 se la Germania avesse fatto una politica di dumping sociale aggressivo (cioè di vendita "sottocosto" realizzata tagliando i salari dei propri lavoratori, di "svalutazione interna")? Salari più bassi, quindi prezzi più bassi, quindi più convenienza ad acquistare in Germania dall'estero, quindi più domanda di marchi per comprare beni tedeschi, quindi rivalutazione del marco, quindi meno convenienza ad acquistare in Germania dall'estero. Alla fine gli acquirenti esteri avrebbero perso sul prezzo del marco quello che guadagnavano sul prezzo del bene tedesco in marchi, e si sarebbe tornati al punto di partenza. Gli imprenditori tedeschi sarebbero rimasti con una domanda interna depressa (per via della riduzione del salari), ma con una domanda estera uguale a prima!

Vi prego, vi scongiuro, almeno voi, cari politici, fate un piccolo sforzo: salite di un gradino per la scala dell'evoluzione, non dite, come i giornalisti: "Queste sono le tue teorie!". Vi cito lo studio di un economista della London School of Economics, Kevin Featherstone, ardente sostenitore del progetto "europeista". Secondo lui, in Germania "EMU provided opportunities to the social partners [...] the business community sought it as an opportunity for labour market flexibility and a means of getting rid of an ovevalued DM".

Lo studio lo trovate qui, e la traduzione, se serve, è: "in Germania la moneta unica offrì delle opportunità alle parti sociali [...] gli industriali lo vollero come opportunità per introdurre la flessibilità sul mercato del lavoro e come strumento per sbarazzarsi di un marco sopravvalutato".

Ma perché il marco era sopravvalutato? Perché il mercato funzionava: i beni tedeschi sono belli? Bene, li compriamo. Però dobbiamo comprare il marco, e il marco sale...

Con l'euro non è così: se il paese forte pratica una politica sociale aggressiva (taglia i salari) le sue esportazioni esplodono, ma il mercato dei cambi non interviene a correggere lo squilibrio, perché non c'è più mercato dei cambi. Capito perché ci voleva la moneta unica per introdurre la flessibilità? Perché prima della moneta unica flessibilità, precarizzazione, taglio dei salari, avrebbero determinato una rivalutazione. Con la moneta unica no.

Il risultato è che gli acquirenti dei paesi deboli continuano a comprare beni del paese forte, e per farlo devono indebitarsi, fino a quando non arriva il redde rationem. Per noi è arrivato quando è saltato il mercato dei subprime, titoli tossici dei quali gli idioti di Duesseldorf si erano imbottiti.Una volta compromessa la sostenibilità del loro sistema finanziario privato, perché i crediti verso gli Usa erano diventati inesigibili (e non era il caso di chiedere i soldi indietro con le cattive), i paesi egemoni hanno fatto la voce grossa col Sud, smettendo di finanziarlo (anche se fino a quel momento gli era convenuto, perché i prestiti sconsiderati erano serviti ad alimentare la domanda di prodotti tedeschi). Il resto lo sapete.

Quindi la Germania ha vinto?

No.

Qui vorrei, cari politici, che se vi interessa sul serio fare il vostro lavoro vi prendeste mezz'ora per leggere quello che ho detto ai vostri colleghi in Commissione finanze.

Cerchiamo di capirci, tornando all'esempio della vetrina. Se il meccanismo di prezzo non funziona, cioè se il prezzo è tenuto artificialmente basso, allora l'unica cosa che può impedirti di comprare è essere privo di soldi (nel caso in cui il negoziante non voglia farti credito, cosa che il negoziante Germania non vuole più fare, come avrete capito)!

Nell'Eurozona il prezzo dei beni del Nord è tenuto artificialmente basso perché il tasso di cambio, che è il prezzo che si aggiusta più rapidamente, è bloccato. Da qui un'ovvia conseguenza: se un paese del Nord fa una politica sociale aggressiva (taglia i salari), i paesi del Sud sono costretti a seguirlo, o immediatamente, o dopo essersi indebitati avendo acquistato una vagonata di beni del Nord, grazie al credito erogato dal negoziante del Nord. Ovviamente la prima soluzione non viene mai praticata: nessun governo vuole perdere consenso, soprattutto considerando che un conto è tagliare i salari in un paese relativamente ricco, e un altro conto tagliarli in un paese relativamente povero. Capito perché la flessibilità del cambio è "di sinistra", o comunque di "destra sociale", o comunque non conduce all'iniquità? Perché consente alle classi dirigenti dei paesi meno ricchi di isolare il proprio paese dalle scelte aggressive dei paesi più ricchi, e quindi rallenta (se non impedisce) l'aumento di disuguaglianza al quale assistiamo in questi anni.

In altre parole, visto che l'aggiustamento di prezzo (il cambio) non funziona, per riportare in equilibrio i conti esteri bisogna usare l'aggiustamento di reddito, cioè l'austerità: tagliare spesa pubblica per tagliare reddito privato per creare disoccupazione che modera i salari e per ridurre le importazioni. Questo è quello che ha fatto Monti e ce lo ha anche detto. Lo ha fatto nell'interesse dei creditori esteri, naturalmente.

Voi direte: "Be', ma la Germania potrebbe fare politica espansiva...".

Allora quanto precede non è chiaro:

1) non esiste "la Germania";
2) una politica espansiva seria imporrebbe di distribuire ai lavoratori tedeschi i guadagni di produttività da essi conseguiti, ma questo richiederebbe una compressione dei profitti che le aziende tedesche non sono disposte a subire, e determinerebbe probabilmente una pressione inflazionistica che i creditori tedeschi non sono disposti a subire (perché se c'è inflazione, i soldi che hai prestato perdono potere d'acquisto, e quindi i creditori l'inflazione non la vogliono. Punto).

In altre parole, non ci sarà mai una politica espansiva da parte della Germania, e questo ce lo hanno detto chiaro e tondo sia Bolkestein che Henkel. Il "negoziante" tedesco non comprerà mai abbastanza dal "cliente" italiano perché il "cliente" italiano possa acquistare dal "negoziante" tedesco senza indebitarsi. L'unica soluzione per il cliente italiano che non voglia indebitarsi è smettere di comprare: l'austerità.

Questa è la logica del sistema, ed è il motivo per il quale il sistema fallirà. Perché?

Perché c'è una cosa che dovete capire, cari politici, ve ne scongiuro. Lo so, richiede uno sforzo, è un totale rovesciamento di paradigma, ma è anche una cosa molto logica:

il motivo per il quale un insieme di paesi unisce le proprie economie non è competere con il resto del mondo, ma non competere col resto del mondo.

Cosa voglio dire? Voglio dire che le cose non stanno come i giornalisti e anche voi dite: "Dobbiamo unirci perché fuori c'è la Cina, non possiamo competere se non siamo grandi, in un mondo grande ci vogliono paesi grandi, per un paese grande ci vuole una grande moneta, e per una parete grande ci vuole un pennello grande".

No, non è così, per due motivi:

1) come possiamo pensare di competere con paesi che hanno il costo del lavoro più basso del nostro usando una moneta sopravvalutata come l'euro? E d'altra parte noi italiani, svalutando l'euro peggioreremmo la nostra situazione, perché spenderemmo in Germania quello che guadagneremmo negli Stati Uniti o in Cina.

2) i paesi che si mettono insieme lo fanno per creare un mercato (comune o unico) che serva da sbocco interno alla loro produzione, cioè, appunto, per non competere con il resto del mondo.

Mi spiego. Secondo Alesina (1997) il senso dell'unione è proprio questo: l'America va per aria perché ha fatto una politica del credito dissennata? E che ci importa!? Se loro non comprano più i nostri spaghetti, li compreranno i tedeschi: c'è un mercato comune che ci protegge dagli shock esterni, nel senso che all'interno del mercato comune troviamo la domanda che nel resto del mondo può venire a mancare per qualsiasi motivo. Con il mercato comune quindi il bisogno di rincorrere la domanda estera, cioè di "competere" col resto del mondo, dovrebbe venire meno, altrimenti il mercato comune o unico che sia non ha senso di essere.

Bene: siccome la nostra unione in realtà è una competizione dove, grazie all'euro, l'unica risposta possibile a uno shock è il taglio dei salari da parte dei paesi più deboli, cioè la distruzione di domanda, è chiaro che la nostra unione non ha senso è crollerà a meno che non venga abbandonato l'euro. Un mercato comune con una valuta unica in presenza di asimmetrie strutturali è un nonsenso economico. La moneta unica costringe a distruggere l'unica cosa che rende razionale il progetto di mercato comune: la domanda interna.

E attenzione: la distrugge prima al Sud, ma poi, come i dati di oggi dimostrano, anche al Nord. Il sistema si avvia all'implosione. Non è esattamente come dice Evans-Pritchard: l'euro non è un problema solo per l'Italia. L'euro è un problema per l'Europa, e quindi per l'Europa non c'è altra soluzione che l'abbandono dell'euro.

Vi prego, non date retta ai ciarlatani che vi propongono soluzioni miracolose come l'abbandono dell'austerità! Per loro un po' di spesa pubblica in più risolverebbe tutto. Una soluzione semplicistica e contraria alla teoria economica. Con prezzi fissi, un aumento di reddito comporta un aumento di importazioni. Se facessimo spesa pubblica ora, senza riallineare il cambio, rimetteremmo semplicemente in crisi i nostri conti esteri, cioè apriremmo la strada alla troika. Vi scongiuro, non ascoltate queste voci  sconsiderate, che vogliono farvi credere che l'euro sia buono, e la "Germania" cattiva, per cui tutto si risolverebbe con un po' di spesa!

Vi fornisco due esempi del contrario.

Il primo è Monti. Ripeto: lui lo ha detto chiaro e tondo che l'austerità serviva a riportare in equilibrio i conti esteri, a renderci competitivi. Perché? Perché manca l'aggiustamento di prezzo e quindi bisogna ricorrere all'aggiustamento di reddito. Punto.

Il secondo è la Spagna, che è un caso molto interessante. Come leggete sui giornali, la Spagna viene additata come esempio di paese che si è redento, ha fatto le riforme e quindi cresce. Questo non è vero, la Spagna è un paese distrutto, e la (poca) crescita che ha avuto finora è dovuta all'enorme deficit pubblico fatto in risposta alla crisi.

Quindi hanno ragione quelli del referendum contro l'austerità, il deficit fa crescere?

No.

Alla Spagna è stato consentito di violare il parametro del 3% per un motivo ovvio: i creditori tedeschi erano fortemente esposti verso la Spagna, e quindi, nel loro interesse, hanno lasciato che lo stato spagnolo si indebitasse per permettere al settore privato spagnolo di restituire alle banche tedesche i soldi che doveva loro. La deroga all'austerità nel caso spagnolo è stato lo strumento che il capitalismo finanziario tedesco ha usato per trasformare un suo problema (i crediti erogati indebitamente alla Spagna) in un problema degli spagnoli (una crescita del debito pubblico spagnolo che piomberà la Spagna per le prossime generazioni). Una massiccia trasformazione di debito privato in debito pubblico, una massiccia socializzazione delle perdite.

Qual è la lezione da trarre da questa storia? Semplice: che ora alcune (non tutte, alcune) istanze del capitalismo tedesco cominciano a capire che solo allentando la politica fiscale a Sud possono riuscire a salvare le proprie aziende. L'alternativa sarebbe allentarla al Nord, ma questo non vogliono farlo per i motivi che vi ho detto (non distribuire troppo reddito in quota salari). Anche se la Germania è meno esposta verso l'Italia che verso la Spagna, il crollo della domanda in Italia comincia a farsi sentire sulla loro economia. Quindi è chiaro che a certe istanze della società tedesca farebbe molto comodo che il nostro Stato ricominciasse a spendere "in deroga", come la Spagna: a prezzi e cambi fissi, questo sosterrebbe la domanda di beni tedeschi, e la loro nave potrebbe ripartire. Ma noi aggraveremmo il fardello delle generazioni future. Non so se è chiaro. Quello che preoccupa una certa "Germania" è che noi ormai non abbiamo più soldi per comprare BMW, e per pagare le tasse che attraverso i meccanismi "salvastati" vanno a salvare le banche spagnole, cioè i creditori tedeschi. Facile prevedere che sia imminente almeno un tentativo di ripensamento da parte della Germania sull'austerità. Secondo me questo tentativo fallirà: le diverse istanze del capitalismo tedesco non riusciranno a coordinarsi per adottare una politica razionale, quindi l'euro esploderà, ma nel frattempo, per favore, non aggraviamo la nostra situazione.

C'è un'unica soluzione per venirne fuori: lasciare che il meccanismo di prezzo, il tasso di cambio, riprenda a funzionare, quindi tornare alle valute nazionali. Se non parlate di questo, cari politici, se non cercate di capire come farlo, dialogando con gli economisti in buona fede del nostro e di altri paesi, ora perdete tempo, e domani perderete il potere. Farlo è nel vostro interesse.

Aggiungo una chiosa a beneficio dei colleghi anti-austerità, quella che avevo anticipato, prevedendo la loro ovvia e demagogica mossa, il 31/12/2013. Quello che state facendo è deplorevole, perché ostinandovi a non ammettere che l'austerità è una conseguenza dell'euro, e che senza rimuovere la causa non si può rimuovere l'effetto:

1) alimentate un pericoloso astio anti-tedesco (individuando nella Germania la causa dell'"ottusaausterità");
2) impedite (se siete di sinistra) la maturazione di una coscienza di classe negli elettori italiani (spingendoli ad approvare una scelta che è alla radice della loro sconfitta nel conflitto distributivo);
3) avallate indirettamnte la narrazione distorta dei media che ci indicano in paesi come la Spagna un caso da seguire (in base al "sillogismo" Spagnabello, Spagnadeficit, deficitbello);
4) aprite la strada a scelte di politica economica non coordinate che esporranno il nostro paese a gravi conseguenze in termini di squilibri finanziari interni e esteri, squilibri che a cambi fissi non possono essere risolti (condizione necessaria ma non sufficiente).

Vi prego: non fatelo.

E a voi, politici, una preghiera: non date retta alle sirene del "basta spenne, che cce vo'!". Qui occorre un cambio radicale delle regole europee, cominciando dall'abolizione della moneta unica e passando per tante altre cosette che sono descritte nel mio libro e in questo blog (e nella letteratura scientifica internazionale). Se ne può parlare, ma per favore, ricordatevelo: l'austerità è un male, ma è un male che ci viene imposto dall'euro, è nella logica dell'euro. Chi vuole l'euro vuole la recessione. Chi, come i colleghi "antiausterità", vuole l'euro, ma non vuole la recessione, in realtà vuole solo il commissariamento del nostro paese da parte della troika. Se siete politici italiani e non siete politici tedeschi dimostratelo.

di A. Bagnai