sabato 27 settembre 2014

Di troppa libertà si può anche morire


di Marcello Veneziani 

Prendete questo articolo con le pinze, maneggiatelo con cura e leggete le avvertenze d'obbligo: può essere nocivo e produrre effetti indesiderati. Dopo la premessa il tema: contro la libertà. La libertà ci sta soffocando, da ogni lato. I danni e i vizi che sta producendo hanno superato i pregi e i vantaggi.
In occidente siamo giunti a un punto in cui la libertà deteriora il tessuto sociale, avvelena i rapporti umani, peggiora l'umanità. È giunto il tempo di rimettere in discussione ciò che non abbiamo mai discusso, dico noi contemporanei occidentali. L'unico dio rispetto a cui non è possibile professarsi atei o solo agnostici. Non è in discussione la libertà di pensiero, d'azione e d'impresa.
Ma la libertà come fondamento ci sta facendo compromettere ogni base su cui regge la vita intima e familiare, pubblica e privata: non solo la libertà come arbitrio, di chi uccide, violenta e ruba nel nome della sua assoluta autodecisione rispetto a cose, uomini e limiti. E non solo la libertà di uccidersi, violentarsi e nuocersi nel nome stesso dell'autodecisione. Ma la libertà di rompere rapporti, legami e contratti, la libertà di diventare altro da sé, la libertà da ogni limite naturale, da ogni confine, da ogni vincolo esterno, da ogni identità e da ogni appartenenza. Nel suo seno covano l'egoismo, l'egocentrismo e il narcisismo. E chiunque ostacoli la mia libertà lo abbatto, come mostrano troppi casi di cronaca e di delitti famigliari; l'altro, fosse anche mio figlio, impedisce la mia libertà, dunque lo sopprimo. La libertà assoluta non tollera neanche le leggi che pure nascono a garanzia della libertà. Ma se la libertà è sciolta da tutto e viene prima di tutto, nulla può arrestarla, se non la forza, che diventa infatti la soluzione sempre più praticata per affermare la propria libertà contro quella altrui o per arrestare gli effetti di alcune libertà invasive o aggressive. La libertà come primato assoluto e smisurato non trova argini alla prevaricazione. Tra gli effetti secondari la libertà genera stress perché ci impone continue microscelte che producono ansia, ci ricorda Peter Sloterdijk ( Stress e libertà , Cortina ed.).
Non leggete però questa riflessione a rovescio, come un elogio della dittatura, dei regimi dispotici e totalitari o dei sistemi coercitivi. Non è affatto così, perché quei regimi e quei sistemi nascono dalla libertà assoluta concessa a un uomo, a un partito, a un potere, a cui è consentito ogni cosa, o quasi. Sono dunque malati di libertà, ma concentrata nelle mani di uno solo o di pochi. Queste considerazioni non sono rivolte contro le libertà civili, a cominciare dalla libertà di opinione che più ci riguarda, perché nessuno ha libertà di decidere cosa posso o non posso dire. Ossia non si tratta di considerare sacra la mia libertà di opinione, ma di negare a chiunque l'arbitrio d'impedirmelo. Lo stesso discorso investe l'ambito supremo: la vita non ha valore assoluto, è un passaggio, una catena infinita; ma nessuno può avere il potere, l'arbitrio di sopprimerla o di violarla. La libertà non è assoluta e di conseguenza nessuno ha il diritto assoluto sulla mia vita e sulla mia morte, né io né gli altri.
A cosa si riduce poi questa assoluta libertà? A non assumere responsabilità nel mondo, a non accettare nulla accanto e sopra di noi, ad accettare supini il capriccio dei propri sensi, la schiavitù degli impulsi, l'automatismo delle reazioni istintive, a non riconoscere la realtà, a mortificare l'essere nel nome del non essere perché è il regno infinito delle possibilità. La libertà si traduce così nel suo contrario, la sua parabola nasce all'insegna della volontà di onnipotenza e finisce all'insegna della volontà di autodistruzione; o sorge dalla liberazione di ogni nostra energia e finisce come schiavitù di ogni nostro impulso.
La libertà ci sta svuotando, ci sta facendo perdere la bussola, il senso del confine, che non è solo limite e misura ma anche garanzia di ciò che siamo e facciamo. Ci riduce a mucillagini indeterminate, che si sciolgono nell'arbitrio dei loro desideri estemporanei, senza nessuna capacità di padroneggiarli, perché ciò vorrebbe dire reprimersi. L'abolizione dell'autorità non ci libera da ogni soggezione ma genera la proliferazione di altre agenzie imperative, altri poteri che ci tengono in ostaggio non solo dall'alto, ma dal lato, dal basso e da dentro. L'autorità sorregge la libertà, ne bilancia il peso e la misura. In sua assenza altri pesi oscuri la sostituiscono. In generale è benefico il potere che nasce dall'autorità; è malefica invece l'autorità che nasce dal potere.
Non sono considerazioni mostruose o stravaganti, ma meritano di essere affrontate prima che sia troppo tardi, visto che la libertà corrente non vuole pensieri ma solo desideri, e alla fine ci riduce ad animali emotivi ma non-pensanti. Voi direte, queste filippiche contro la libertà si sa dove cominciano ma non si sa dove vanno a parare; o peggio, si sa, e sboccano sempre in cupi dispotismi. Invece io dico che dobbiamo reimparare a rimettere in discussione la regina assoluta del nostro mondo che ci sta portando alla rovina e mentre finge di farci del bene, o addirittura mentre ci fa sentire dei e demiurghi, ci riduce al rango di larve vanesie che non vogliono mai diventare adulte per non perdere lo stato potenziale dell'infanzia, aperto a ogni possibilità di vita, compresa la sua negazione. E facendoci credere di liberarci da ogni dipendenza superiore ci lascia completamente in balia del caso, della tecnica, dei desideri indotti o ingigantiti, fino a far coincidere nel modo più perverso la libertà con l'automatismo, la coazione a ripetere o l'impulso a dissipare.

C'è un nesso fatale tra autonomia e automatismo, quando l'autonomia tende a farsi assoluta. E invece riscoprite la bellezza del fato, il dire sì al destino e alla vita che in suo nome sorge, su cui non possiamo disporre perché ne siamo fruitori ma non datori. È tempo di esercitare lo spirito critico anche sulla libertà, riportandola da totem e tabù a confine e responsabilità, da feticcio e capriccio a strumento e misura. La libertà assoluta è un male assoluto, anzi il male assoluto è la libertà assoluta, cioè possibilità di disporre di tutto e di tutti, del mondo, degli altri e di noi stessi, nel nome inviolabile della nostra suprema libertà. La libertà è preziosa se non è l'origine né lo scopo della nostra vita, non è l'inizio e il fine, ma è situata tra l'origine e il destino, è un percorso e non una meta. La libertà come assoluto è un puro andare che scorre dal fare al disfare. Invece, qualunque cosa accada dopo la nostra vita, sarà un ritorno.

Gli Stati Uniti sono avviati verso una scontro


di Immanuel Wallerstein 




Il presidente Barack Obama ha dichiarato agli Stati Uniti, ed in particolare al suo Congresso, che si deve fare “qualche cosa di molto importante” in Medio Oriente per fermare il disastro.
L’analisi  fatta del presunto problema in M.O. risulta estremamente confusa, tuttavia i tamburi patriottici iniziano a salire di tono in quasi tutto il mondo, per il momento, continua il gioco. Una testa più tranquilla direbbe che gli americani  si stanno agitando in modo disperato per una situazione ove gli stessi Stati Uniti sono il maggior responsabile per averla determinata.
Non sanno esattamente cosa  fare ed è  così che operano nel panico.

La spiegazione è piuttosto semplice: Gli Stati Uniti si trovano in un serio processo di decadenza. Tutto gli sta andando male. Si trovano quindi nel panico come succede al guidatore di una potente automobile che ha perso il controllo e non sa come diminuire la velocità. Così che accelera e si dirige verso un grave scontro. L’auto gira in tutte le direzioni e slitta sull’asfalto. E’ un sistema autodistruttivo per il guidatore ma lo scontro potrebbe provocare un disastro nel resto del mondo.
Si dedica molta attenzione a quello che Obama fa o a quello che non ha fatto. Perfino i suoi difensori più stretti sembrano dubitare di lui. Un analista australiano del Financial Times ha riassunto in una frase: “Nel 2014 il mondo di colpo di è stancato di Barack Obama”. Mi domando se Obama non si è lui stesso stancato di Obama.
Tuttavia sarebbe un errore dare la colpa soltanto a lui. Virtualmente nessuno dei leaders statunitensi ha proposto alternative che siano più sensate. Anzi molto al contrario. Vi sono gli istigatori della guerra, quelli che vorrebbero bombardare tutto nell’immediato. Vi sono i politici americani i quali in realtà pensano che farà una grande differenza colui che vincerà le successive elezioni negli Stati Uniti.
Una rara voce di salute mentale proviene da una intervista (apparsa sul New York Times) con Daniel Benjamin, il quale è stato il principale consulente antiterrorismo del Dipartimento di Stato USA durante il primo periodo presidenziale di Obama. In questa intervista Benjamin ha definito una farsa la denominata “minaccia dell’ISIS”, quando membri del gabinetto ed altri ufficiali militari di alto rango descrivono la minaccia in termini raccapriccianti che non si giustificano. Benjamin afferma che quello che stanno dicendo non ha alcuna evidenza comprovata e dimostra piuttosto quanto sia facile per i funzionari e per i media portare l’opinione pubblica verso il panico. Tuttavia chi gli fa caso al signor Benjamin?
Per il momento, con l’aiuto di foto orripilanti che mostrano la decapitazione di due giornalisti statunitensi in mano al Califfato, le inchieste dimostrano che esiste attualmente un enorme appoggio negli Stati Uniti per una azione militare. Tuttavia quanto durerà questo? L’appoggio sarà presente fino a quando sembrerà che si possono ottenere risultati concreti.
Persino il capo di stato Maggiore Riunito, Martin Dempsey, nel proporre una azione militare, dice che questa impiegherà almeno tre anni. Moltiplicate questo per cinque e di potrebbe avvicinare a tempo reale di durata. Facile prevedere che l’opinione  pubblica interna degli Stati Uniti si stancherà presto.
Al momento, quello che propone Obama è la soluzione di bombardare qualche cosa in Siria, non l’invio di truppe sul terreno, ma l’incremento delle truppe speciali (fino ad ora circa 2.000 uomini) come istruttori in Iraq (ed è probabile da altre parti). Quando Obama contendeva la Presidenza nel 2008, fece molte promesse- come è normale che facciano i politici-, ma la sua promessa sottoscritta fu quella di uscire le truppe USA dall’ Iraq, dall’Afghanistan. Questa promessa non la va a mantenere .
Di fatto Obama sta coinvolgendo gli Stati Uniti in più paesi. La coalizione di Obama va ad offrire addestramento a coloro che definisce con “i moderati”.
Sembra che questo addestramento avverrà in Arabia Saudita. Bene per l’Arabia Saudita. Possono esaminare tutti quelli che si andranno ad addestrare e decidere in quali elementi confidare e in quali non si può confidare. Questo rende possibile che il regime saudita (per lo meno tanto confuso come quello degli USA) sembra star facendo qualche cosa che gli permette di sopravvivere ancora un pò.
Ci sono modi di spianare questo scenario catastrofico. Nonostante implichino la decisione di far effettuare il voltafaccia della guerra tra i gruppi di miliziani settari che non hanno fiducia gli uni con gli altri. Questi aggiustamenti politici non sono sconosciuti, ma sono difficili da portare a termine, e quando si termina di prendere accordi questi si rivelano fragili fino a quando non si consolidano. Un elemento principale nelle azioni che si stanno effettuando in Medio Oriente è il minor coinvolgimento degli Stati Uniti , non di più. Nessuno nutre fiducia negli Stati Uniti, nonostante quelli che ne invocano al momento l’assistenza per questo o quel motivo. Il New York Times ha sottolineato che , nella riunione in cui Obama ha preso impegno di spingere per una nuova coalizione, il supporto dei paesi del Medio Oriente presenti è stato “tiepido e riluttante” dovuto al fatto che” esiste una crescente sfiducia verso gli USA da tutte le parti”.
Così avviene che, si seguita il gioco, in qualche modo limitato, ma nessuno va a mostrare gratitudine ad alcun tipo di assistenza statunitense. Alla fine della questione si deve prendere atto che i popoli del Medio Oriente vogliono gestire in proprio il loro “spettacolo”, non vogliono adeguarsi alla visione statunitense che sostiene quello che dovrebbe essere ” buono” per loro .
Tratto da Rebelion

Traduzione di Luciano Lago

venerdì 26 settembre 2014

Rifkin annuncia la fine del capitalismo


di Elisabetta Roncalli 



Proviamo a immaginare uno scenario in cui il costo di ogni ulteriore produzione sia, al netto dei costi fissi, praticamente pari a zero. Impossibile, dite voi? Invece secondo Jeremy Rifkin – che nei giorni scorsi a Milano, Mantova e Trento ha presentato il suo nuovo libro, La società a costo marginale zero - tutto questo è già realtà. Crescono infatti i prosumers - consumatori che diventano produttori in proprio - che generano e condividono informazioni, contenuti d’intrattenimento, energia verde e oggetti fabbricati con stampanti 3D, il tutto ad un costo marginale quasi zero. Ma cosa significa realmente?
Una società caratterizzata da costi marginali prossimi allo zero rappresenta il contesto a massima efficienza in cui promuovere il benessere generalee, nel contempo, il punto di flesso che segna l’inevitabile uscita del capitalismo dalla scena mondiale. Infatti quando i beni e i servizi diventano quasi gratuiti, il profitto precipita, il mercato si atrofizza e il sistema capitalistico muore. A cominciare dal suo elemento fondante: la proprietà.
Usando le parole del filosofo William James, la proprietà è diventata il sistema di misurazione dell’essere umano e un’estensione della personalità, così che il confine tra ciò che una persona chiama “me stesso” e ciò che chiama semplicemente “mio” è difficile da tracciare. La nostra reputazione, i nostri figli, l’opera delle nostre mani, possono esserci cari quanto il nostro corpo. Nel suo senso più ampio, il sé di un uomo è la somma totale di tutto quello che egli può chiamare suo: non soltanto il suo corpo quindi, ma anche i suoi indumenti e la sua casa. Se crescono e prosperano, si sente trionfante, se deperiscono e diminuiscono, si sente abbattuto.
Oggi, però, un numero crescente di persone inizia a percepire la proprietà come un limite, un qualcosa di obsoleto e fuori moda, oltre che, in molti casi, anche poco conveniente. In Italia lo dimostra una ricerca condotta da Ipsos e commissionata da Airbnb e BlaBlaCar: il 31% degli intervistati si dimostra interessato ad utilizzare i servizi collaborativi, l’11% si dichiara già utilizzatore e solo il 27% si è dimostrato negativamente orientato verso il fenomeno. Il 57% degli intervistati prevede inoltre una forte diffusione del ride sharing, il 47% ritiene che l’house sharing crescerà nel prossimo futuro, mentre i settori che sembrano avere maggiori potenzialità sono il co-working e il car sharing, citati rispettivamente dal 61% e dal 53% degli intervistati.  Emerge dunque che il mondo non è più di chi possiede, ma di chi condivide: mentre in passato la libertà era concepita in termini negativi, come diritto di escludere gli altri dal godimento di qualcosa conquistato col sudore della fronte (logica meritocratica), oggi la libertà è intesa come diritto all’inclusione e misurata in termini di accesso (logica collaborativa e solidale).
Il punto di svolta è ormai vicino, secondo le previsioni di Rifkin: stando alla sua ricostruzione, entro il 2050 il mercato capitalistico si ritrarrà in nicchie sempre più ristrette, mentre si affermerà sulla scena mondiale un nuovo sistema economico, quello del Commons collaborativo. Nel nuovo scenario la gestione e il controllo centralizzato del commercio cedono il passo alla produzione paritaria, distribuita e a scala laterale, segnando quindi la fine delle bipartizioni “proprietari e lavoratori”, “venditori e consumatori”. Arroccarsi in una Seconda rivoluzione industriale ormai al tramonto, con opportunità economiche sempre più modeste, un Pil sempre più contratto, una produttività sempre più in calo, un tasso di disoccupazione sempre più alto e un ambiente sempre più inquinato, è quindi improponibile, secondo Rifkin.
Dal volume emerge che occorre favorire la convergenza dell’Internet delle comunicazioni, dell’energia e della logistica. Ad esempio, afferma Rifkin, «Occorre cambiare la piattaforma energetica perché costa sempre di più e porta al cambiamento climatico. Non capisco cosa stia aspettando l'Italia: si parla di attualità, riforme, ed è necessario farle ma non è sufficiente. L'Italia deve cambiare il proprio modello energetico. Non può restare nel XX secolo, ancora con carburanti fossili e con il nucleare perché così rimarrà un passo indietro».
Questa trasformazione deve poi essere accompagnata da un cambiamento culturale, quello che Rifkin chiama “sviluppo di una coscienza biosferica”, ovvero quella coscienza che porta a riconoscere che le vite degli individui sono intimamente interconnesse, che il benessere personale dipende dal benessere della più ampia comunità nella quale si vive e che, ancora, tutto ciò che si fa lascia un’impronta ecologica.  Rifkin racconta una rivoluzione che sa di Decrescita, fatta di semplicità, ragione e rispetto: per costruire una società della decrescita bisogna cambiare radicalmente il sistema economico, attraverso una ri-localizzazione della produzione,  una forte diminuzione dei movimenti di merci e capitali e un aumento del periodo di vita dei prodotti per diminuire la massa dei rifiuti, secondo la logica della condivisione.
Maurizio Pallante, Fondatore del Movimento della Decrescita Felice in Italia, suggeriva proprio qualche settimana fa l’ennesima piattaforma collaborativa (CoseInutili.it), chiedendosi nel contempo come sia possibile decrescere in un Paese in cui è così difficile fare autoproduzione. Rifkin fornisce una risposta più che ottimistica, ora tocca al governo ma anche a tutti i singoli che vogliono muoversi in questa direzione.

“Cambierà tutto come è avvenuto con motore a vapore, telegrafo e ferrovia durante la Prima Rivoluzione ed elettricità, telefono e petrolio durante la Seconda. Possiamo accettarlo e agire di conseguenza oppure rimanere spettatori del cambiamento altrui”

martedì 16 settembre 2014

Contro” lo Stato islamico, chi c’è dietro il califfato?


di Michel Chossudovsky 


10660359Lo Stato islamico (IS) viene ritratto come nemico degli USA e del mondo occidentale. Con il supporto indefettibile dell’alleato inglese, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ordinato una serie di bombardamenti sull’Iraq presumibilmente al fine di sconfiggere l’esercito ribelle dello Stato islamico (IS). “Non vacilleremo dalla nostra determinazione a contrastare lo Stato islamico… Se i terroristi pensano d’indebolirci con le minacce, non fanno che sbagliarsi al massimo“. (Barack Obama e David Cameron, Rafforzare la NATO, London Times, 4 settembre 2014) Ma chi c’è dietro lo Stato islamico? Con amara ironia, fino a poco prima i ribelli dello Stato islamico, già noto come Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), vennero presentati come “combattenti per la libertà” in Siria impegnati a “ripristinare la democrazia” e a scalzare il governo laico di Bashar al-Assad. E chi c’è dietro l’insurrezione jihadista in Siria? Chi ha ordinato i bombardamenti è lo stesso che pianifica il califfato. La milizia dello Stato islamico (IS), che sarebbe obiettivo dei bombardamenti “antiterrorismo” di USA-NATO, era sostenuta e continua ad essere sostenuta segretamente da Stati Uniti e alleati. In altre parole, lo Stato islamico (IS) è una creazione dell’intelligence degli Stati Uniti, con il sostegno di MI6 inglese, Mossad israeliano, Inter-Services Intelligence (ISI) pakistano e Presidenza dell’intelligence generale (GIP o Ryasat al-Istiqbarat al-Amah), saudita. Inoltre, secondo fonti dell’intelligence israeliana (Debka) la NATO, in collegamento con l’Alto Comando turco, è coinvolta nel reclutamento di mercenari jihadisti fin dall’inizio della crisi siriana, nel marzo 2011. In relazione alla rivolta siriana, i combattenti dello Stato Islamico, insieme alle forze di al-Qaida dei jihadisti del fronte al-Nusra, sono la fanteria dell’alleanza militare occidentale, segretamente sostenuti da USA-NATO-Israele. Il loro compito è l’insurrezione terroristica contro il governo di Bashar al-Assad. Le atrocità commesse dai combattenti Stato Islamico in Iraq sono simili a quelle commesse in Siria. Il risultato della disinformazione dei media è un’opinione pubblica occidentale che non sa che i terroristi dello Stato islamico dall’inizio sono sostenuti da Stati Uniti e alleati. L’assassinio dei civili da parte dei terroristi dello Stato Islamico in Iraq è usato come pretesto e giustificazione per l’intervento militare USA. I bombardamenti ordinati da Obama, tuttavia, non hanno lo scopo di eliminare lo Stato islamico, che costituisce una “risorsa dell’intelligence” degli Stati Uniti, al contrario, gli Stati Uniti prendono di mira la popolazione civile assieme al movimento di resistenza irachena.
Il ruolo di Arabia Saudita e Qatar
L’ampiamente documentato supporto segreto di USA-NATO allo Stato islamico avviene attraverso gli alleati più fedeli: Qatar e Arabia Saudita. È riconosciuto dai media occidentali che Riyadh e Doha agiscono d’intesa e per conto di Washington svolgendo (e continuando a svolgere) un ruolo centrale nel finanziamento dello Stato islamico (IS), così come nel reclutamento, addestramento e indottrinamento dei mercenari terroristi schierati in Siria. Secondo il londinese Daily Express “Loro [i terroristi dello Stato islamico] ricevono soldi e armi da Qatar e Arabia Saudita”.
Il legame USA-saudita
La prima fonte di finanziamento del SIIL finora proviene dai Paesi del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita, ma anche Qatar, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti“, (secondo il dr. Günter Meyer, direttore del Centro di ricerca sul mondo arabo presso l’Università di Mainz, Germania, Deutsche Welle). Il denaro arriva ai terroristi del SIIL che combattono contro le forze governative in Siria: “Attraverso gli alleati degli occidentali Arabia Saudita e Qatar, i gruppi dei ribelli filo-occidentali da allora sono divenuti il SIIL e le milizie di al-Qaida”. (Daily Telegraph, 12 giugno 2014) Secondo Robert Fisk, il piano del califfato dell’IS “è finanziato dall’Arabia Saudita”: “...l’ultimo contributo mostruoso dell’Arabia Saudita alla storia mondiale: il califfato islamico sunnita dell’Iraq e Levante, conquistatore di Mosul e Tiqrit, Raqqa in Siria, e forse Baghdad, umiliando l’ultimo Bush ed Obama. Da Aleppo nella Siria settentrionale al confine iracheno-iraniano, i jihadisti del SIIL e dei vari gruppuscoli comprati dai wahhabiti sauditi e dagli oligarchi del Quwayt governano migliaia di chilometri quadrati“. (Robert Fisk, The Independent, 12 giugno 2014) Nel 2013, nell’ambito del reclutamento dei terroristi, l’Arabia Saudita prese l’iniziativa di liberare i prigionieri nel braccio della morte delle carceri saudite. Un memorandum segreto rivelò che i prigionieri venivano “reclutati” per le milizie jihadiste (al-Nusrah e SIIL) che combattono contro le forze governative in Siria. I prigionieri avrebbero avuto offerto un accordo, rimanere ed essere giustiziato o combattere contro Assad in Siria. L’accordo offrvia ai ai prigionieri “perdono e stipendio mensile alle famiglie, autorizzate a rimanere nel regno sunnita”. I funzionari sauditi a quanto pare gli diedero una scelta: decapitazione o jihad? In totale, i detenuti da Yemen, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Giordania, Somalia, Afghanistan, Egitto, Pakistan, Iraq e Quwayt scelsero di combattere in Siria. (Global Research, 11 settembre 2013)
“Voltafaccia”: una svolta
L’11 settembre 2014, in coincidenza con la commemorazione del 9/11, il re dell’Arabia Saudita con i re del Golfo annunciavano il loro impegno inflessibile a sostenere la guerra santa di Obama contro lo Stato islamico (IS), che continua ad essere finanziato da Qatar e Arabia Saudita con un’operazione d’intelligence accuratamente pianificata. Arabia Saudita e Stati del Golfo, che hanno attivamente finanziato lo Stato islamico, per non parlare del reclutamento ed addestramento dei terroristi per conto di Washington, sono impegnati a sostenere inflessibilmente la campagna di Obama per “degradare e distruggere” lo Stato islamico. La dichiarazione di sostegno del comunicato impegna “gli Stati arabi a collaborare con gli Stati Uniti ad interrompere il flusso di combattenti stranieri e fondi allo Stato islamico“, confermando inoltre di aver discusso “una strategia per distruggere il ISIL ovunque sia, in Iraq e anche in Siria”. L’Arabia Saudita ha capito che il gruppo dello Stato islamico è una seria minaccia, come pure che non segue la tradizione sunnita. Il piano di Obama mira a minare le rivendicazioni ideologiche e religiose islamiche dei militanti dello Stato islamico. L’amministrazione spera che Riyadh usi la sua influenza tra i capi religiosi islamici. (Voice of America, 11 settembre 2014)
Reclutamento di “terroristi moderati”
Nell’ambito dell’accordo, la Casa dei Saud “ospiterà una struttura per addestrare migliaia di ribelli siriani per combattere sia lo Stato islamico che il regime del Presidente Bashar al-Assad”. Fino al 9 settembre, “ufficialmente” l’Arabia Saudita sosteneva lo Stato islamico contro il governo di Bashar al-Assad e ora deve reclutare i jihadisti per combattere lo Stato islamico. Una proposizione assurda e falsa, ma i media non uniscono i puntini per scoprire la menzogna. Si tratta di un piano diabolico: Gli architetti dello Stato islamico informano il mondo che “colpiranno” i propri terroristi, nell’operazione antiterrorismo. Anche se tali azioni sono intraprese sotto la bandiera della “guerra globale al terrorismo”, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di colpire le proprie brigate terroristiche dell’IS integrate da forze speciali e agenti dei servizi segreti occidentali. In realtà l’unica campagna significativa ed efficace contro i terroristi dello Stato islamico è condotta dalle forze governative siriane. Inutile dire che il sostegno di Stati Uniti, NATO, Arabia Saudita e Qatar e relativo finanziamento dello Stato islamico, continueranno. L’obiettivo non è distruggere lo Stato islamico come promesso da Obama, ma un processo sponsorizzato dagli USA per destabilizzare e distruggere l’Iraq e la Siria. La campagna contro lo Stato islamico è utilizzata per giustificare i bombardamento di entrambi i Paesi, colpendo soprattutto i civili. Il fine è destabilizzare l’Iraq come Stato-nazione e scatenarne la partizione in tre entità separate. L’obiettivo strategico di USA-NATO è destabilizzare l’intera regione del Medio Oriente-Nord Africa-Asia Centrale e Meridionale, compresi Iran, Pakistan e India.
Br6tNcQCEAAG8AeL’Iran sospetta della coalizione anti-IS degli USA
Xinhua 13/09/2014
14975Gli Stati Uniti cercano di violare la sovranità dei Paesi con il pretesto della lotta al terrorismo, ha detto il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano Ali Shamkhani. Gli Stati Uniti tentando di creare una coalizione antiterrorismo in coordinamento con numerosi Paesi sospetti, avrebbe detto Shamkhani secondo l’agenzia IRNA. La nuova mossa degli Stati Uniti ha lo scopo di deviare l’opinione pubblica internazionale dal “loro ruolo centrale nel sostenere e armare i terroristi in Siria con la copertura degli aiuti per rovesciare i governanti siriani“. Shamkhani ha detto che la coalizione contro lo Stato islamico (IS) è volta ritrarre i funzionari statunitensi quali eroi che salvano gli Stati Uniti dalla propria crisi. Il portavoce del Majlis (parlamento) iraniano Ali Larijani ha detto a Press TV che la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti che combatterebbe i militanti dell’IS, non ha la capacità di risolvere i problemi del Medio Oriente. La coalizione degli Stati Uniti per contrastare i militanti dell’IS non riuscirà a sradicare il gruppo terroristico e innescherebbe l’odio nella regione, avrebbe detto Larijani. Secondo lui gli Stati Uniti non possono sradicare il gruppo terrorista dell’IS con attacchi aerei. Inoltre, il presidente iraniano Hassan Ruhani ha detto a Teheran che l’idea di sradicare il terrorismo con gli attacchi aerei è “ingenua” e non basta ad eliminarlo. Senza la partecipazione degli Stati regionali, gli assalti aerei non risolveranno il problema del terrorismo nel Medio Oriente, ha detto Ruhani al 14° vertice della Shanghai Cooperation Organization nella capitale tagika Dushanbe. “Combattere il terrorismo esige pianificazione, cooperazione bilaterale e multilaterale ed eliminazione di povertà economica e culturale“, ha detto il presidente, esortando i Paesi regionali ad utilizzare il loro potenziale per combattere il terrorismo. La risoluzione del problema del terrorismo richiede impegno internazionale, ha aggiunto. Inoltre, un alto comandante iraniano ha detto che la cooperazione tra Iran e Stati Uniti nella lotta contro l’IS è impossibile. “Tale cooperazione non è possibile perché l’Iran resiste all’IS mentre gli Stati Uniti l’hanno creato“, ha detto il Vicecapo di Stato Maggiore iraniano Masud Jazayeri, citato da Press TV. I militanti dell’IS non possono avvicinarsi ai confini dell’Iran, in quanto si troveranno di fronte la potenza delle forze armate iraniane, ha aggiunto Jazayeri.
Un mese dopo il lancio degli attacchi aerei contro l’IS in Iraq, il presidente Barack Obama ha promesso che “non esiterà a prendere provvedimenti” contro l’IS in Siria e in Iraq, aggiungendo che Washington lavorerà con i suoi amici e alleati a “degradare e in ultima analisi distruggere” le forze dell’IS, osservando che gli Stati Uniti guideranno un’ampia coalizione che userà il potere aereo laddove tali forze “esistano”, eliminando la minaccia terroristica per i cittadini di Iraq e Siria, così come quelli del Medio Oriente, tra cui personale e strutture statunitensi. Ma la portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che “ci sono dubbi sulla serietà della coalizione nata dopo il recente vertice NATO, nella lotta contro i terroristi.” La portavoce iraniana ha criticato ciò che chiama il “doppio standard dell’occidente” verso terrorismo ed estremismo, dicendo che l’azione occidentale contro il terrorismo non comporterà “nessun risultato se non la diffusione di terrorismo ed estremismo, nonché la nascita di loro nuove filiali in diverse parti del mondo“. Afkham ha detto che alcuni membri della cosiddetta coalizione sono sostenitori finanziari e militari dei terroristi in Iraq e in Siria, ed altri non sono riusciti ad agire secondo le loro responsabilità internazionali verso l’Iraq e la Siria. L’IS ha suscitato allarme dopo lo sconfinamento in vaste aree del territorio di Iraq e Siria nel tentativo di creare un proprio Stato-nazione governato da leggi islamiche radicali. I terroristi hanno ucciso bambini, giustiziato prigionieri e schiavizzato vittime. Hanno anche scioccato il mondo con la decapitazione di due giornalisti statunitensi postando i video della loro orribile morte.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Nato è morta e la Russia non è più un nemico


di Francesco Alberoni 



La Nato è nata nel 1948 e fra i suoi Paesi membri oggi abbiamo Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Belgio, Germania, Danimarca, Norvegia, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania; a sud e a est Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Turchia. In sostanza un semicerchio che stringe la Russia a occidente, a nord e a sud. 
Anche solo guardandone la forma geografica si capisce che è stata creata in funzione anti Urss all'epoca della Guerra fredda, però continua a esistere anche ora che l'Urss non esiste più e i principali pericoli militari non ci vengono dalla Russia ma dall'area islamica, mentre la più pericolosa competizione economica è quella della Cina. La Nato è tenuta in vita dagli Usa e dal Regno Unito che ci fanno litigare con la Russia per impedirci di stabilire con essa una profonda integrazione economica, e invece spingerci ad acquistare petrolio e gas dai Paesi del Golfo controllati da loro. Tutti i Paesi europei sono danneggiati da questa politica e la Russia viene spinta a integrarsi con la Cina.
E’ venuto il momento di domandarci perché dobbiamo continuare a fare parte di una organizzazione che ci reca solo danno. La Russia per noi non è un nemico, ma un amico, appartiene alla cultura europea, è un partner economico ideale, combatte l'integralismo islamico che invece gli americani hanno favorito con la loro politica in Afghanistan, in Irak e in Siria. È stata la Nato ad abbattere Gheddafi dando la Libia in mano agli islamisti e inondando l'Italia di immigrati. E non dimentichiamo che il presidente Obama voleva bombardare l'esercito di Assad aiutando le forze che hanno poi creato il califfato.

Oggi la Nato dovrebbe essere riorganizzata con nuovi scopi e con nuovi membri. E per prima cosa dovrebbe farne parte la Russia, per costituire un fronte comune contro l'integralismo islamico e la immensa potenza militare che fra poco sprigionerà la Cina. Oggi la Nato, che guarda a nemici del passato, dovrebbe pensare al futuro. Magari facendo anche qualcosa per il presente per esempio mettere fine alle emigrazioni nel Mediterraneo da essa stessa provocate. 

venerdì 12 settembre 2014

"Ecco chi tira i fili del terrore per sovvertire l'ordine mondiale"

"Tutti gli eventi sono tra loro interconnessi. A leggere i giornali sembra che gli scontri in Ucraina siano un problema a sé, completamente slegati dagli scontri razziali di Ferguson o dalle persecuzioni razziali e religiose in Iraq e Siria".
Prima di entrare nel merito delle tensioni tra la Russia e la Nato, Daniel Estulin(controverso autore del libro La vera storia del club Bilderberg) ci tiene a spiegare che "la Terra è un pianeta piccolo" e che, per andare fino in fondo, è fondamentale capire chi tira le fila. Perché "noi siamo solo burattini".
Estulin nasce nel 1966 a Vilnius. Della sua vita non si sa molto. Ma, chiacchierando, è lui stesso a raccontare delle battaglie del padre per una Russia più libera, della fuga in Canada e della passione per la politica, senza divisione tra interni e esteri, perché "la vera politica si svolge a un livello sovranazionale, al di sopra dei governi, tra quelle persone che governano il mondo da dietro le quinte". Li chiama "shadow master" (signori dell'oscurità, ndr) e cerca di smascherarli nei suoi libri, da L'istituto Tavistock in avanti.
Perché la Nato sta alzando i toni con la Russia?
"Per capirlo bisogna guardare a Detroit, uno scenario post-apocalittico degno di un film di Will Smith. Le persone che tirano le fila del mondo vogliono che le guerre, la crescita zero e la deindustrializzazione ogni città del mondo assomigli a Detroit."
Progresso e sviluppo non dovrebbero essere direttamente proporzionali alla densità di popolazione?
"Grazie ai progressi tecnologici, le società si sviluppano, creano di ricchezza e costruiscono. Ma chi tira le fila del mondo sa che la terra è un pianeta molto piccolo con risorse naturali limitate e una popolazione in continua crescita. Ora siamo 7 miliardi e stiamo già esaurendo le risorse naturali. Ci sarà sempre abbastanza spazio sul pianeta, ma non abbastanza cibo e acqua per tutti. Perché i potenti sopravvivano, noi dobbiamo morire."
Come intendono fare?
"Distruggendo le nazioni a vantaggio delle strutture sovranazionali controllate dal denaro che gestiscono. Le corporazioni governano il mondo per conto dei governi che esse controllano. Così è successo con l'Unione Europea."
E Putin non rientra in questo disegno...
"Pensavano di poterlo controllare..."
Perché non ci riescono?
"La Russia è una superpotenza nucleare. È questo che la rende tremendamente pericolosa agli occhi di questa gente. La Cina, per esempio, ha una grande popolazione ma non è una potenza nucleare. E per questo non è un pericolo. Mentre l'economia cinese può essere distrutta nel giro di un minuto, le tecnologie russe non possono essere annientate."
Dove vogliono arrivare col conflitto in Ucraina?
"Togliere il gas all’Europa per farla morire di freddo… Quando parlo di potere, non lo identifico con persone che siedono su un trono, ma con un concetto sovranazionale. L’idea è appunto distruggere ogni nazione."
Alla fine non ci sarà più alcuna patria?
"L’alleanza è orientata verso una struttura mondiale che per essere controllata ha bisogno di nazioni deboli."
È possibile fare qualche nome?
"Christine Lagarde, Mario Draghi, Mario Monti, Petro Oleksijovyč Porošenko… tutte queste persone sono sostituibili. Prendete Renzi: la sua politica conduce alla distruzione dell’Italia. Perché lo fa, dal momento che dovrebbe fare l’interesse del vostro Paese? Non è logico."
Non è poi tanto diverso da Monti…
"I vari Renzi, Monti, Prodi sono traditori dell’Italia, non lavorano nell’interesse del Paese. Renzi non ha mandato politico, nessuna legittimazione, non è stato eletto."
L'ultimo premier eletto democraticamente è stato Berlusconi.
"E questo è il motivo per cui c’è stato uno sforzo così ben orchestrato per distruggerlo."
È il Bilderberg a tirare le fila?
"Il Bilderberg era molto influente negli anni Cinquanta, nel mondo postbellico. Ora è molto meno importante di quanto non si creda. Organizzazioni come il Bilderberg o la Trilaterale non sono il vertice di nulla. Sono la cinghia di trasmissione. I veri processi decisionali hanno luogo ancora più in alto. L'Aspen institute è molto più importate del Bilderberg."
Nessuno ne parla.
"I giornali mainstream fanno parte di questo gioco. Pensare che media come il New York Times, il Washington Post o Le Monde siano indipendenti, è da idioti. I giornalisti lavorano per azionisti, che decidono la linea editoriale del giornale."
Vale anche per l'Italia?
"Il Corriere della Sera, la Stampa e il Sole 24Ore siedono spesso alle riunioni del Bilderberg. Non c’è metodo più efficace che far passare le loro idee nella stampa mainstream."
Anche l'estremismo e il terrorismo islamico rientrano in questo disegno?
"Certamante. Non è possibile credere che Obama lavori nell'interesse degli Stati Uniti. Come è impensabile credere che un'organizzazione come l'Isis sia passata, nel giro di poche settimane, dall’anonimato più assoluto a rappresentare la peggiore organizzazione terroristica del mondo."
Come si "costruisce" un nemico?
"Con gruppi come Isis, Hamas, Hezbollah o Al Qaeda, succede quello che chiamiamo blow-back, cioè quello che succede quando soffi il fumo e ti torna in faccia. L'effetto è sempre lo stesso: si costruisce e si finazia un gruppo terroristico, in Ucraina come in Medioriente, e dopo un certo periodo di gestazione questo ti torna indietro e ti colpisce. In ogni operazione non c’è mai un solo obiettivo, ma sempre molti obiettivi. Un obiettivo lavora per te, un altro contro di te."
Tutto già calcolato?
"Un qualsiasi attacco implica l'uso dell'esercito e, quindi, la necessità di investire soldi nell'industria bellica. La formula è la stessa, cambiano solo i giocatori. Oltre alla guerra ci sono modi diversi per ottenere lo stesso risultato: la fame, la siccità, droghe, la malattie. Li stanno usando tutti. Così da un lato distruggono il mondo economicamente, dall’altro usano i soldi per sviluppare tecnologie così potenti e futuristiche da creare un gap tra noi e loro sempre più marcato."
Eppure faticano a contrastare l'ebola...
"Macché! È solo un esempio per vedere la reazione della popolazione mondiale. Viene presentata come un'epidemia ma ha ammazzato appena tremila persone negli ultimi dieci anni. Ogni anno raffreddore, tosse e influenza ne uccidono 30mila solo negli Stati Uniti. La prossima volta che ci sarà una vera epidemia, conosceranno già le reazioni umane."

giovedì 11 settembre 2014

Se il capitalismo diventa di sinistra

di Diego Fusaro

Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile. 
Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).
Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.). 
Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.
Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc. 
In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti delLAVORO e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico. 
Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile. 
Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste. 
Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia. 
È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti. 
Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria. 
La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.




mercoledì 10 settembre 2014

Prepararsi alla “calata degli avvoltoi”



di Luciano Lago  



Che in questo paese fossimo arrivati ormai “alla frutta” lo si era capito da un pezzo : con uno Stato che vanta il debito pubblico record di oltre 2.166 miliardi di euro, corrispondente al 137,9% del PIL) : solo negli ultimi dodici mesi, tra aprile 2013 e aprile 2014, il “buco” nelle finanze statali è cresciuto di 103,5 miliardi di euro, pari a una media di 8,6 miliardi al mese. Vedi: Cosa si nasconde dietro l’enorme aumento del debito pubblico
Lo Stato italiano che, grazie all’euro, non dispone più di una propria moneta, è costretto a ricorrere al prestito di una moneta straniera (denominata euro) che deve richiedere dietro interessi al cartello bancario sovranazionale che “graziosamente” gli concede questi denari dietro interessi che, per il solo finanziamento del debito, costano circa 80/90 miliardi all’anno.

La crescita del debito pubblico ha continuato a salire nonostante o/ a causa delle politiche di austerità imposte da Bruxelles, con il livello stratosferico di tassazione che grava su imprese e famiglie, che hanno prodotto la contrazione dell’economia, chiusura di migliaia di aziende, disoccupazione record, con effetto di arretramento del PIL e di conseguenza il calo delle entrate fiscali e lo sballo di tutte le previsioni di crescita fatte dal governo. Dal governo Monti, fiduciario delle centrali finanziarie, seguito da quello di Enrico Letta e, da ultimo, dal parolaio fiorentino, Matteo Renzi, la situazione non è cambiata anzi si è aggravata ed è sempre più vicina al default.
Tutti questi governi si sono limitati ad applicare le ricette demenziali dei burocrati di Bruxelles e di Francoforte ed i risultati si vedono.
Per chi non lo avesse ancora capito, Il debito pubblico italiano è già tecnicamente impagabile.
Tuttavia per mascherare questa grave situazione il governo Renzi, quando si è insediato, ha proclamato la sua irrinunciabile volontà di fare le riforme (una al mese aveva detto in un primo tempo) affermando che con queste riforme tutto dovrà cambiare: l’economia riprenderà il suo corso, ci sarà la crescita, la disoccupazione dovrà calare, gli imprenditori torneranno ad investire e tornerà la fiducia e l’Italia sarà un paese più moderno, con un sistema del lavoro flessibile come in Germania, con una Pubblica Amministrazione più snella e più moderna (che pagherà i suoi debiti con le imprese, ci aveva detto), con un sistema giudiziario degno di un paese civile, una scuola più avanzata, ecc. ecc..
Un buona parte degli italiani, incantati dalle chiacchiere dell’imbonitore fiorentino, sempre presente in TV ed al centro di una formidabile “campagna di persuasione”,
con la sua squadra di “belle ministre”, giovani ed avvenenti, ne sono rimasti incantati, gli hanno creduto ed hanno votato per il suo partito, il PD, visto che erano in quel periodo le elezioni europee.
Sono passati i primi sei mesi e di riforme si è vista in marcia (con i suoi tempi lunghi di approvazione circa 2 anni) soltanto quella del Senato, che non è esattamente quello che possa smuovere l’economia.
Molte promesse e molte chiacchiere ma per la fantomatica “spending review” (tagli alla spesa pubblica), ancora non si sono visti che tagli marginali ma niente di sostanziale.  L’enorme apparato burocratico clientelare continua come prima a macinare denaro pubblico, come anche le corporazioni super pagate dei dirigenti statali, dei manager pubblici, dei magistrati, dei dipendenti di organismi pubblici, dalla Banca D’Italia, alla Corte dei Conti ,alla Corte Costituzionale, nonchè le oltre 5.000 società partecipate da Regioni, Province e comuni, fra stipendi, gettoni di presenza, rimborsi spese, consulenze, ecc..  I crediti delle imprese non sono stati pagati e molte di queste sono andate in fallimento.  Le Province, pur se nominalmente abolite ,continuano ad avere il loro personale a carico, i partiti hanno continuato ad incassare il finanziamento pubblico (appena ridotto dal 2015) i giornali continuano ad avere il finanziamento pubblico, in più lo Stato italiano si è accollato la spesa per accogliere ed assistere oltre centomila fra immigrati e rifugiati provenienti da Africa e Medio Oriente, mentre il ministro Alfano continua a strepitare che “l’Europa deve farsi carico del problema” (?!?).
L’unico segnale di riduzione di spese da ultimo dato da Renzi è stato quello di ridurre del 3% le spese di ogni Ministero: dalla Pubblica Istruzione alla Difesa, all’Interno, ecc.. Esttamente i tagli lineari che venivano fatti durante i governi Berlusconi e Tremonti. Dove sarebbe la novità? Si è chiesto qualcuno che riteneva Renzi un grande “innovatore”.
Tuttavia il segnale più grave e sintomatico di quale sia la situazione reale è stato dato qualche giorno fa, dall’affascinante quanto inesperta ministra Madia, quando questa ha comunicato ai sindacati e rappresentanti del pubblico impiego che non ci sono i soldi per l’adeguamento delle retribuzioni del pubblico impiego ferme da cinque anni.
Apriti cielo: in Italia non era mai accaduto che un governo di coalizione di centro sinistra negasse gli adeguamenti al pubblico impiego, incluse forze di Polizia, carabinieri, Finanza e Forze Armate, ai dipendenti pubblici in genere, quelli che da sempre sono in buona parte il bacino elettorale del PD. Questo significa che la situazione inizia ad essere davvero grave se lo Stato ha difficoltà a pagare insegnanti, infermieri, impiegati pubblici, poliziotti, carabinieri e tutti gli altri comparti dell’impiego pubblico.
Infatti la situazione è grave, anzi gravissima ma proprio i dipendenti pubblici, quelli che fino ad oggi hanno avuto sempre il posto e lo stipendio garantito non lo avevano compreso. Questi poveretti, illusi dalle chiacchiere del “gelataio fiorentino” avevano pensato che questo avrebbe per l’ennesima volta garantito e migliorato il loro status e magari, con la ripresa dell’economia, fatto trovare un posto di lavoro nella Pubblica Amministrazione anche al figlio o al nipote disoccupato. Quindi lo avevano votato entusiasti del “nuovo che avanza”.
L’impiego nell’Amministrazione P. si sa che in Italia è sempre stato considerato un comodo rifugio con posto garantito a vita, godendo di una serie di privilegi sconosciuti alle altre categorie, dalla illicenziabilità alla possibilità di permessi, malattie ed aspettativa, fino alla inamovibilità dalla sede di lavoro, senza dover per questo rispondere di produttività e di efficienza. Il rag. Fantozzi è stato il prototipo di questo impiegato pubblico ma a volte la realtà supera persino la fantasia se consideriamo ad esempio il comparto dei dipendenti della Netezza Urbana di Napoli o della Forestale in Calabria. Naturalmente questo discorso non vale per chi deve davvero lavorare al massimo delle sue possibilità come gli infermieri in certi ospedali pubblici, gli insegnanti nelle scuole disagiate o i poliziotti e carabinieri che rischiano la vita nelle strade o i vigili del fuoco che si prodigano nelle tante calamità che affliggono il paese.
Mettere in dubbio questa estesa fascia di popolazione garantita significa dare a vedere che la situazione è ormai fuori controllo e chi ha un minimo di perspicacia e di senso critico intende che la prospettiva di una situazione tipo Grecia con massacro sociale generalizzato, licenziamento di parte dei dipendenti pubblici e riduzioni di stipendio è ormai davvero dietro l’angolo.
Il problema che ancora non tutti percepiscono è quello dell’impoverimento generale della popolazione italiana, questo è un flagello che inizia dal ceto medio, quello composto da piccoli imprenditori, artigiani, partite Iva, professionisti, medi dirigenti di aziende private, ecc. che, per l’effetto combinato della crisi e dell’assurdo carico fiscale, nonchè della mancanza di credito, sono costretti a chiudere le loro attività o vedono perso il loro posto di lavoro senza avere possibiltà alternative e senza sussidi. Dopo questa fascia sociale viene subito dopo colpita la base operaia, che si trova spiazzata dalla chiusura o ridimensionamento delle aziende, godendo tuttavia per un certo periodo dei soli sussidi quali cassa integrazione e similari ma con scarse o inesistenti possibilità di lavoro alternativo.
La situazione precipita quando la mancanza di liquidità costringe lo Stato a ridimensionare e limitare il pagamento dei dipendenti pubblici,esattamente quello che è successo in Grecia, con conseguenti scioperi, interruzione dei servizi, manifestazioni e possibili disordini sociali.
In Italia stiamo iniziando ad entrare in questa fase che diventa la più delicata perchè richiede una forte capacità da parte dei governi di gestione delle tensioni sociali e questa, possiamo stare sicuri, non sarà lasciata al “gelataio fiorentino” ed alle sue “belle ministre”.
Possiamo scommettere che interverrà la Troika (Commissione Europea, BCE e FMI) con tutto il suo stato maggiore, data l’importanza dell’Italia (si tratta del terzo paese europeo), con i suoi funzionari e fiduciari, con giubbetto anti proiettile e scorta armata, con il suo carico di provvedimenti imposti, “impopolari ma necessari” ci diranno come hanno detto in Grecia, mentre un nuovo corpo di polizia europeo (l’Eurogendor) interverrà per sostituire la Polizia italiana in sciopero.
Le avvisaglie ci sono già, “dobbiamo dare direttamente a Bruxelles la gestione delle riforme in Italia”, si è lasciato scappare l’altro giorno il ministro dell’economia Padoan, l’uomo di fiducia del FMI e delle centrali finanziarie, installato da queste nel governo Renzi. L’unico personaggio non di immagine del governo ma che sa gestire le situazioni difficili come dicono che abbia saputo fare anche a suo tempo in Argentina, per conto del FMI (da quel paese sono stati però cacciati da una rivolta popolare). Vedi: Padoan getta la maschera
Questo la dice lunga su quale sia la prospettiva. Privatizzazioni, svendita del patrimonio pubblico e, come molto probabile, cessioni di parte del territorio demaniale in cambio delle quote del debito.
Lo esigono da Bruxelles e dal FMI per avere le garanzie sul debito publico dell’Italia. Le grandi banche d’affari, Goldman Sachs in testa e le mutinazionali sono pronte ad accorrere in Italia a fare business, come già avvenuto nel 92 all’epoca delle prime grandi privatizzazioni.

Prepariamoci alla calata degli avvoltoi su quel che resta del “bel paese”.