mercoledì 8 ottobre 2014

La terza guerra mondiale è già iniziata ma pochi se ne sono accorti



di Luciano Lago  




Mentre gli avvenimenti incalzano con la duplice guerra in Medio Oriente (Iraq e Siria) a cui si potrebbe aggiungere lo stato di caos e guerra civile in Libia ed il conflitto in Palestina (Gaza) che in questo momento sembra oscurato dai media, l’opinione pubblica occidentale chiede a gran voce un intervento contro le barbarie dei tagliatori di teste del Califfato dello Stato Islamico (ISIS) ma pochi hanno compreso che la guerra in Medio Oriente contro l’ISIS è solo una parte di quello che appare come un conflitto ormai generalizzato che sta investendo, con modalità nuove e non convenzionali, un’area che va dal Medio Oriente all’Europa, all’Asia, al Sud America.
Molti analisti internazionali  (da Paul C. Roberts, a Thierry Meyssan, Alfredo Jalife, ed altri) definiscono ormai apertamente questo conflitto come la “terza guerra mondiale” già iniziata.

Non hanno torto (a nostro modesto avviso) ma occorre specificare che si tratta di una guerra globale che non sarà come le altre, non certo come la prima che fu combattuta sulle trincee, neppure come la seconda che vide i bombardamenti massicci sulle città (Dresda, Amburgo, Berlino), scontri di carri armati (Stalingrado) e l’uso dell’arma atomica su Hiroshima e Nagasaki da parte degli Stati Uniti.
Questa, che è appena iniziata, sarà una guerra multidimensionale come già stiamo vedendo, una guerra che parte dal Medio Oriente ,dove le principali potenze Stati Uniti, Israele, Francia e GB, mediante lo spauracchio dell’ISIS, stanno effettuando un massiccio intervento (per il momento soltanto dall’aria) per riposizionarsi in Iraq, in Siria ed inseguono il chiaro obiettivo della balcanizzazione della regione, con la finalità di controllare le risorse di quell’area strategica e di isolare e contenere l’Iran, potenza emergente della regione, ostacolare la Russia privandola dei suoi alleati strategici (Iran, Siria) e costringendo Mosca a ritirarsi dalla regione per trincerarsi nel Caucaso a difesa della sua zona meridionale dove si sa che vengono infiltrati i miliziani integralisti per suscitare una insurrezione delle minoranze islamiche presenti in quell’area. Fondamentale in questa strategia il ruolo dell’Arabia Saudita, alleata degli USA e complice, finanziatrice  ed ispiratrice dei gruppi terroristi sunniti.
Il protagonista principale di questa guerra è l’elite di potere di stanza a Washington che sta cercando, in forma neppure tanto mascherata, di imporre la propria egemonia unipolare, sia sul piano militare che su quello economico e sbarrare il passo alle due potenze principali che gli contendono questa egemonia: la Russia e la Cina.
Proviamo a riepilogare sinteticamente gli avvenimenti.
Sono di questi giorni gli episodi  come l’insurrezione pacifica avvenuta in Hong Kong, distretto della Cina, ove gli studenti sono in rivolta per chiedere più democrazia e ci sono prove evidenti che, a prescindere dalle istanze giustificabili degli studenti, alcune organizzazioni studentesche sono state finanziate da un organismo made in USA,la National Endowmenet of Democracy (NED), che appartiene al partito democratico USA, di cui è presidente , Carl Gershman, con mezzo milione di dollari.
Appare evidente l’interesse degli USA ad indebolire la Cina operando perchè sorgano conflitti al suo interno, meglio se con una possibile “rivoluzione arancione”, di quelle già sperimantate dalla CIA.
Per non parlare delle manovre fatte dal governo di Washington per accerchiare militarmente la Cina con  nuove basi militari aereonavali USA nel Pacifico e con gli accordi, in funzione anti cinese, stipulati ultimamente con Thailandia e Vietnam.
Tuttavia il conflitto asimmetrico e multidimensionale non è limitato all’Eurasia e Medio Oriente ma sta investendo anche il Sud America e lo si sta portando con modalità diverse su tre paesi importantissimi: il Brasile, l’Argentina, il Venezuela.
In Brasile dove si sta svolgendo una contesa elettorale fittizia tra la candidata della elite finanziaria anglosassone, Marina Silva la quale, con l’appoggio finanziario delle entità bancarie sovranazionali, sta tentando di rovesciare il governo della Wilma Roussef per dare un brusco cambio alle politiche di autonomia applicate in quel paese.
In Argentina attraverso l’assedio finanziario che viene effettuato ai danni del governo di quel paese con il palese tentativo, per mezzo dei “fondi avvoltoio” , maneggiati dall’impresa israel statunitense, Elliot Management Corp. ,di cui fanno parte l’ex candidato alla presidenza repubblicano, Paul Singer, intimo di Netanyahu, fondi manovrati da New York, e con l’intento di portare l’Argentina al default , rovesciare il governo della Cristina Kirchner e rimettere  il paese sotto il controllo totale di Washington. Vedi: Los nombres y las cifras detràs de los “fondos buitre”
La stessa situazione anche più accanita si manifesta contro il Venezuela, dove questo paese, capofila di un gruppo di nazioni latino americane avverse all’impero USA (Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Uruguay) viene messo sotto assedio tra infiltrazione di mercenari e provocatori dalla Colombia, stato satellite degli USA, e mediante l’assedio finanziario e sabotaggio economico.
Stiamo vedendo una potenza come gli Stati Uniti totalmente esasperata per le minacce alla propria supremazia e lo stesso Obama, che ha perso molte battaglie, come accaduto l’anno passato in Siria, quando Putin, in ultima istanza, grazie al suo ingegno creativo, ha risolto la situazione determinata dalla minaccia di intervento USA, fermando i bombardamenti con le consegna delle armi chimiche siriane.
Obama e gli strateghi di Washington hanno ripreso l’iniziativa creando il fattore ISIS (ci sono una quantità di prove che l’ISIS è stato creato dalla CIA e dal Mossad) nel Medio Oriente, utilizzando questo pretesto vogliono prendere il controllo della Siria ed installarsi nuovamente in Iraq, suddividendo il paese in tre stati (curdo, sunnita e sciita) ed avendone il controllo delle risorse. Vedi:Dietro l’alibi antiterrorismo la guerra del gas nel levante
Dalla crisi siriana si è arrivati poi all’esplosione della questione ucraina, con il golpe pilotato dagli Stati Uniti a Kiev e la conseguenza della guerra civile, la sucessiva contromossa di Putin dell’annessione della Crimea alla Federazione russa. Una crisi che ha visto ravvicinati i due principali apparati militari che si fronteggiano in Europa: la NATO che ha attuato un processo di accerchiamento strategico della Russia dal Baltico alla Georgia, e le forze russe che si sono trincerate tra la Crimea, nel Baltico ed ai confini meridionali del Caucaso per fronteggiare il sempre più minaccioso schieramento della NATO.
Questo perchè bisogna avere presente la sequenza temporale degli avvenimenti: la Russia si è opposta alla strategia americana che voleva rovesciare il governo (alleato di Mosca) di al Assad a Damasco e gli USA hanno attaccato gli interessi russi a nord, in Europa, dove da tempo sobillavano per rovesciare il governo filo russo di Kiev.
I due conflitti, quello siriano e quello ucraino, sono collegati dallo stesso fattore principale, la volontà  statunitense di contrastare la Russia e sottrarle le zone di influenza strategica.
La crisi siriana ed il fermo atteggiamento di Putin hanno portato alle sanzioni contro Mosca e questa ha reagito stringendo maggiormante la sua alleanza con i BRICS (Cina, India, Brasile e Sud Africa) di cui fa parte e promuovendo un interscambio che esclude il dollaro e prevede un organismo finanziario internazionale che si sostituisce al FMI. Questo ha scatenato una guerra finanziaria e valutaria da parte del governo USA e delle istituzioni anglosassoni che hanno cercato di indebolire tutte le valute tranne il dollaro, affossare il valore dell’oro, indebolire il rublo e cercare di isolare Mosca. Si tratta di un’altra delle dimensioni di questo conflitto: quella economica e finanziaria, tuttora in corso.
Tale situazione è stata sicuramente accelerata dall’ultimo vertice tenutosi dei paesi aderenti al gruppo BRICS che ha di sicuro indotto Washington a prendere contromisure sia finanziarie che militari, con una corsa al riarmo missilistico e nucleare, in base alla nuova dottrina dettata dagli strateghi neo cons della Casa Bianca, i quali hano stabilito l’idea della inevitabilità di un conflitto degli USA con Russia e Cina e della possibilità per gli USA di sferrare il “primo colpo”.

” War is coming” ha scritto Paul Craig Roberts, un importante analista americano, in un suo pezzo poco tempo fa, ma il mondo ancora non se ne è accorto.

Italia in svendita

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Da Il Ribelle 
Matteo Renzi ha messo le mani avanti ammettendo di non essere più nelle grazie dell'Alta Finanza. Quelli che, in base ad un abusato termine, vengono chiamati “Poteri Forti” e che, a suo dire, vorrebbero sostituirlo. In un Paese caratterizzato da un evidente e palpabile declino come l'Italia, un declino che è al tempo stesso economico, sociale, politico e morale, i “Poteri Forti” reali non sono altro che le Banche et affini. La Fiat e gli Agnelli contano ormai ben poco. Elkann e Marchionne hanno avviato infatti da tempo la chiusura della produzione di auto in Italia dopo aver dovuto prendere atto della fine degli aiuti pubblici. Le imprese un tempo pubbliche (vedi la Telecom) sono state prima spezzettate e poi regalate ai privati. E pure l'Eni, dopo tutte le privatizzazioni delle quote azionarie, è ormai controllata di fatto dai fondi di investimento anglofoni, mentre due soggetti pubblici come il Tesoro e la Cassa Depositi e Prestiti, sono stati ridotti in minoranza e destinati ad essere messi nell'angolo. Stessa sorte si prospetta per l'Enel che, come l'Eni, aveva avuto la brutta idea, sotto Berlusconi e Prodi, di stabilire stretti rapporti economici con la Russia. E con la Libia. E abbiamo visto come è finita, con la caduta di Gheddafi ad opera dei soliti noti. L'economia pubblica aveva rappresentato un elemento fondamentale che aveva permesso il boom economico del dopoguerra e aveva consentito all'Italia di ricavarsi uno spazio autonomo in politica estera, pur rimanendo dentro l'alleanza militare atlantica e sposando lo spirito dei tempi. 
Il primo colpo all'economia pubblica italiana venne avviato nel 1992, il 2 giugno per essere precisi (la festa della Repubblica, o la festa alla Repubblica), il giorno della famigerata Crociera del Britannia da Civitavecchia all'isola del Giglio e ritorno. In quella occasione il panfilo reale dei Windsor venne affittato da British Invisible, una associazione che promuove il made in Britain nel mondo, i cui dirigenti, legati agli ambienti della City londinese, intrattennero i gentili ospiti sulla bontà e sulla necessità delle privatizzazioni. I gentili ospiti erano dirigenti di aziende pubbliche che, appena scoppiata Mani Pulite, si sentivano un po' sbandati non sapendo o forse intuendo perfettamente cosa stava per avvenire, e sapendo che la loro classe politica di riferimento stava per essere spazzata via e sostituita con un'altra che, nella logica della City, avrebbe dovuto essere il Pci-Pds di Occhetto ormai trasformatosi, gioco forza, in socialdemocratico. Poi le cose andarono diversamente ma questa è un'altra storia. A ricevere gli ospiti, e a scendere poco prima della partenza, c'era Mario Draghi, all'epoca direttore generale del Tesoro e al quale, in seguito, venne affidata la delega (guarda, guarda) alle privatizzazioni. 
In seguito Draghi andò a lavorare alla Goldman Sachs che svolse un ruolo fondamentale nella privatizzazione di società pubbliche come Telecom, Eni ed Enel, durante i governi di Prodi e D'Alema (già, proprio loro due). 
In ogni caso, tanto per dimostrare che la crociera non era una chiacchierata amichevole tra amici ma qualcosa di maledettamente più serio, un vero e proprio ultimatum, in autunno partì la speculazione contro la lira, operata, guarda caso, dalla City di Londra. La lira venne svalutata del 30% e molte aziende pubbliche, di modesta grandezza, vennero messe in vendita con uno sconto reale equivalente. Giusto per saggiare il terreno. 
Ora la storia sembra ripetersi. Giorni fa si è avuta infatti a Milano un'altra riunione del genere organizzata questa volta dalla J. P. Morgan. Si tratta della prima Banca al mondo per il valore del suo patrimonio e delle sue attività. Parecchi dirigenti di Banche, di società finanziarie e di fondi di investimento stranieri, si sono riuniti per discutere della maniera migliore e meno dispendiosa (per loro) di comprarsi l'Italia e le sue aziende pubbliche e private. Dall'altra parte del tavolo c'erano dirigenti e proprietari di importanti imprese italiane, quelli che, ad un primo contatto, si sono dimostrati disponibili a passare la mano. Tra i gruppi italiani rappresentati all'incontro c'erano Intesa San Paolo, Fincantieri, Danieli (un'azienda specializzata nella realizzazione di impianti siderurgici), Terna, Impregilo (colosso delle costruzioni) e Mediaset. Mancavano, non a caso, Eni ed Enel. Non a caso perché anche Renzi si è detto favorevole a far scendere ancora la quota azionaria pubblica in entrambe le società. 
La conclusione che bisogna trarne è che l'Italia è ancora appetibile per la finanza estera. Le Banche anglofone, perché di quelle si tratta, nonostante il debito pubblico sia al 135% del Pil, reputano che si possano fare ancora affari in Italia. Fare ad esempio man bassa di azioni (pagandole due euro) per poi ricollocarle con lauti profitti e provvigioni (per la intermediazione) sul mercato internazionale. L'Italia insomma viene vista ancora come terra di conquista, una terra dei morti se si considera che l'economia è di fatto ferma e la politica naviga a vista e ha perso ogni senso dell'interesse nazionale. Un'Italia che in molti, all'estero, vorrebbero trasformare in un ulteriore mercato di assorbimento di prodotti esteri. Una fine ingloriosa per quella che un tempo era una delle prime potenze industriali del mondo. Una fine ingloriosa alla quale ha contribuito in particolare una classe politica di idioti e di criminali, incapaci di vedere al di là del proprio naso. E del proprio tornaconto.

mercoledì 1 ottobre 2014

Renzi sta per essere scaricato. Non sono più né sociali né democratici”

Renzi sbaraglia la minoranza interna e si appresta a far approvare il Jobs act. Una vittoria su tutta la linea? Macché. Per il filosofo Diego Fusaro “Renzi sta per essere scaricato da quegli stessi poteri forti che lo hanno messo lì”. E le barricate sull’articolo 18 di D’Alema e Bersani? “Uno specchietto per le allodole, non c’è una lotta fra visioni del mondo, sono solo lotte intestine fra fazioni oligarchiche”.
La direzione del Pd approva il Jobs act. Come vede questa riforma del lavoro?
«Viene distrutto l’ultimo brandello dei diritti sociali. Renzi dice giustamente che l’articolo 18 non può coprire alcuni sì e altri no. Logica vorrebbe, allora, che le protezioni venissero estese a tutti. E invece le si tolgono a tutti. È evidente che fra capitale e lavoro il Pd ha scelto il capitale».
Renzi ha “spianato”, per usare le sue parole, il sindacato. C’è ancora spazio, in Italia, per l’azione sindacale?
«Ovviamente sul sindacato si può dire di tutto, a cominciare dal fatto che strutture sindacali di tipo nazionale sono inutili quando tutte le decisioni che contano sono prese all’estero. Tuttavia in questa vicenda credo che il sindacato faccia bene a protestare. Mi auguro che riesca a battersi anche contro il precariato».
Nel Pd lo scontro è duro. È in ballo l’identità del partito…
«Non credo, non mi sembra sia in ballo una lotta fra visioni del mondo. Sono solo lotte intestine fra fazioni oligarchiche. Lo stesso articolo 18 è uno specchietto per le allodole. Magari gli avversari di Renzi lo tengono ma poi precarizzano tutto il resto…».
Insomma, lei non crede alla minoranza interna che fa le barricate per difendere l’identità socialdemocratica del partito?
«Nel Pd non c’è nulla di sociale né di democratico. Il Pd è il fronte avanzato della modernizzazione capitalistica. Sono passati dall’internazionalismo marxista a quello della finanza».
Allora cosa vogliono Bersani, D’Alema e compagnia?
«Vogliono rimuovere Renzi. Quando il premier ha detto che ha contro i poteri forti, per la prima volta è stato sincero. Solo che si è dimenticato di dire che sono gli stessi poteri che l’hanno messo lì. Ora Renzi, dopo essere stato vettore della distruzione dei diritti sociali e della dittatura eurocratica, viene lentamente scaricato per essere sostituito da una delle nuove maschere del capitalismo».
Quindi le battaglie di Bersani e D’Alema in favore dei lavoratori non sono credibili?
«D’Alema si vantava di aver fatto le liberalizzazioni, Bersani sosteneva di avere il partito più europeista d’Italia. Sono personaggi che farebbero inorridire Gramsci tanto quanto Renzi».
Al premier va comunque riconosciuta una certa abilità tattica nel regolare i conti con i suoi avversari interni…
«Ed è proprio per questo che verrà sostituito. È come lo stregone che evoca le forze infere del Manifestodi Marx. Renzi fa troppo di testa sua e alla fine diventa scomodo. Questa è del resto quella che, parafrasando Hegel, potremmo chiamare l’astuzia della finanza. Solo che Hegel pensava a personaggi come Cesare e Napoleone. Direi che paragonarli a Renzi sarebbe davvero troppo».